Millemilano

Milano, questa città fatta di tante città, ti conquista giorno dopo giorno. È come una donna, si impara a conoscerne tic, abitudini, il suo modo di guardare e di guidarti.

Milano cambia e tu cambi con lei, si srotola tra i nuovi colori della metro, con lo skyline che gioca a nascondino tra il ritorno della nebbia e nuovi palazzi che giocano a farne una nuova terra di opportunità. Negli anni, tra custodi di palazzo pronti a raccontarti la loro milano e noi – orgogliosamente terroni, sparpagliati qui come semi al vento con le nostre vocali dilatate e raddoppiate a caso – sempre pronti a far fronte comune tra tutti quelli che vengono da sotto la linea del Po, c’è una solidarietà nuova.

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Trent’anni di sano orgoglio terrone. Pantacalze da neve a parte!

Eccomi al giro di boa dei fatidici 30 anni. Qui in questa città che giorno dopo giorno è diventata la mia casa. Come dice un’altra illuminata neo-milanese “le radici le senti più forti quando lasci la tua terra”. Mesi vissuti come sempre schiacciando a tavoletta sull’acceleratore questi ultimi che ci separano dalla scorsa puntata.

Progetto dopo progetto, proprio un paio di giorni fa ho firmato il contratto che mi legherà per un altro anno alla città della Madonnina. Già la certezza semestrale era stata un passo avanti, ora si fa sul serio. Un anno intero. Posso finalmente prenotare con generoso anticipo i biglietti aerei per tornare a Bagheria. Sarà che come dice il Professor Monti “il posto fisso non esiste più”. E chi l’ha mai voluto. È vero, il paradigma del lavoro assicurato dalla culla alla tomba ha creato mostri come Fantozzi. Ma tra un caffè e una sigaretta fumata nelle troppe poche pause che la Lombardia concede, ho avuto modo di confrontarmi con i miei coetanei cresciuti ad altre latitudini. Uno spaccato completo del Belpaese. Nessuno vuole il posto fisso, basterebbe soltanto lo stipendio assicurato! A guardare i ragazzi che dividono con me le stanze del nostro ostello di lusso, il mondo sarà dominato da infermieri e ingegneri gestionali e informatici. Tutti qui, pronti a inamidarsi camicie e calzini spargendo curricula. Continua a leggere

Diario milanese: a volte il nerd ritorna

Mesi belli e pieni, quelli che mi separano dall’ultimo post. Ho iniziato a lavorare nella redazione del gruppo TVN. Un ambiente straordinario. C’è poco da fare, Milano è Milano e a livello giornalistico non la batte nessuno.

Tra le pubblicazioni trovate le ultime pintacudate, tra cui spiccano le interviste all’AD di Yahoo e al direttore marketing della Nintendo. Ma sono i pezzi che sgorgano dalle passioni di una vita a far la differenza, dopo la Generazione Nintendo, m’hanno affidato lo speciale su Dylan Dog, il film.

Qui trovate la prima puntata e qui una delle più grandi soddisfazioni, il “mi piace” del grandissimo Angelo Stano.

Angelo Stano

Cerchiobottismi

Non più parole, un gesto: dominerò le citazioni prima di perderne il controllo.
Ormai scrivo sempre più spesso per sfidare i lettori a snidar tutti i referenti e i riferimenti incrociati, beandomi che ancora nessuno li abbia scovati tutti.
Per troppo tempo la vita l’ho subita. L’unica scelta fatta con piena consapevolezza fu mandare all’aria la certezza del dottorato all’università, ancora prima della lode mancata e tutto il resto. E sono circondato da coppie che scoppiano, giunte sul primo gradino del sagrato per tentare di dare un senso al loro stare assieme solo con la benedizione d’un prete. Ho amato molto il libro di Irene Chias, sin dal titolo “Sono ateo e ti amo”. Dovrei ricopiarvi qui la quarta di copertina ma violerei con malcelato tempismo la promessa con cui ho iniziato questo post.

Le coppie scoppiano. Questo è un dato. Scoppiano e scappano, dopo anni di fidanzamento in casa o convivenze sbilenche. Appena si tratta di far sul serio uno dei due s’allontana e lascia che un legame che credeva vitale si sfilacci come il gonnellino di Arianna nel labirinto di Creta. Ma non c’è un Teseo a ritrovar la strada e troppo spesso l’epilogo è l’inevitabile comparsa del minotauro con corna non troppo simboliche.

Gli unici a tradirci siamo noi stessi, che non crediamo più in noi e diamo la colpa di tutto alla crisi, alla precarietà, all’ecomafia, alla pelate di Berlusconi, Bersani e Di Pietro, a Garibaldi, ai piccioni di piazza Duomo, ai calzini che spariscono, alla birra, agli autori dei Simpson che non riescono più a darci stimoli… Insomma, a tutti tranne che a noi.
– Sei cambiata
– Invece tu non cambi mai, non cresci, non ti evolvi…
– Non sai decidere
– Prendi troppe decisioni senza coinvolgermi
– Non sono un pacco da spostare a tuo piacimento
– Perché non mi porti mai con te?

Insomma una quotidiana riscrittura del capolavoro di Elio e le storie tese: “Cara ti amo”.

Nel lavoro? Peggio che andare con una sciarpa del Milan alla festa della tripletta interista. Vogliamo affermarci, saremmo pronti – sulla carta, ben inteso – a spenderci nei lavori più umili. A fare il self-made man ma poi quando ci mettono a far fotocopie ripensiamo con aria trasognata alla laurea incorniciata nel salotto buono della casa natia. Però poi ci pieghiamo, gli ultimi rantoli nella vita professionale e sentimentale e poi ci svenderemo in entrambi gli ambiti.
Facendo scegliere sempre agli altri.

Perché se per capir qualcosa ci abbiamo messo 7 anni, non è una scelta ben meditata. Semplicemente non è una scelta. E’ un rantolo d’una lenta agonia.
Determinazione, petto in fuori da far squarciare dai colpi della vita.