Diario milanese. Amare è donare sfincioni

sfincione_bagherese_035653Già dal primo dicembre qui a Milano lo sfincione baarioto ha via via assunto i contorni mitici di un cibo della memoria, ne sento le diverse consistenze, il pangrattato imbevuto d’olio, la tuma, le acciughe, le cipolle bianche. Il Natale iniziava la sera dell’Immacolata con l’odore di sfincione che riempiva le viuzze su cui si affacciano i forni. Lì si va a cucinare il proprio, preparato a casa con ricette personalizzate e tramandate di generazione in generazione.
Ogni famiglia poi lo addobba con segnali di riconoscimento che fanno il paio con i segni disegnati sui trulli, olive, iniziali disegnate con fette di patate, segnali di riconoscimento per evitare che qualcuno si scambi lo sfincione.

I regali di Natale sono cose moderne, buoni per i picciriddi. Da noi giù si scambiano sfincioni che diventano via via leggendari. E le famiglie baariote – giammai “bagheresi” che anche se vivono lì da decenni ma non potranno mai appartenere davvero a Bagheria – se ne scambiano a multipli di due. Amare è donare sfincioni, io ancora ricordo quelli che arrivavano a casa, lasciati dai mariti delle varie amiche di famiglia. Le donne cucinano con arte e passione, i mariti fanno i fattorini di sfincioni, come tanti babbi natale che odorano di olio, cipolle e acciughe per intere settimane.

Lo sfincione è da mangiare per giorni, l’olio pian piano trapana e si volatilizza conservando soffice la pasta e le ‘conse’, i condimenti. Un buon sfincione contiene le calorie che potrebbero sfamare una famiglia per una settimana. Sta lì, ti aspetta, come spezzafame o cena veloce prima delle mangiatone che ci aspettano al varco. Con mio padre ci guardavamo con sguardo complice, pregustando mentre spaccavamo legna per la stufa di scaldarlo appena appena sulla piastra, lento lento, per non asciugarlo troppo. Era il segno che il Natale era iniziato, che tutte le difficoltà dell’anno venivano addolcite dalla tredicesima, stiracchiata un po’ di più, che un altro anno andava dritto dritto nei ricordi. Continua a leggere

Annunci

Diario milanese. La spesa online. Esselunga vs. Amazon Prime Now

wpid-bozza-milanesi.jpgDopo una ventina d’anni e migliaia di sacchetti rotti – grazie mille sacchetti all’amido di mais sotto la pioggia battente!– , carrellini ammortizzati a due o tre ruote, trasportino blu dell’Ikea, maniglie di fardelli d’acqua tranciadito, con la mia dolce metà abbiamo compiuto il grande salto della spesa a domicilio.

Da irrimedibile terrone soffro atrocemente a non collezionare compulsivamente volantini da sfogliare nelle sere d’inverno alla ricerca dell’Offerta che svolta e dona senso alla perenne simmetria di una dispensa lucida e strabordante. Mio padre era del 1942, la dispensa doveva contenere sempre tanti fagioli da sfamare Bud Spencer e Terence Hill, legumi in scatola, sarduzze salate, carne essiccata (frutto dei decenni passati a leggere Tex sino al letto d’ospedale da cui non si sarebbe più alzato).
Ho deciso di compiere la Scelta, quindi ho provato sia #AmazonPrimeNow che Esselunga a casa.

Sulla puntualità è un testa a testa. Amazon ha consegnato tutto mezz’ora prima dello scadere della fascia oraria. Esselunga alle 8 puntuali nella fascia 7/9. Sui dealer niente da dire, educati, precisi e puntuali. Sugli imbustatori stendiamo un velo pietoso su quelli dell’U2 a cui si appoggia Amazon per la mia zona.
Andavo sempre volentieri all’U2 prima che diventasse una pista di go-cart dove devi accelerare ancora di più rispetto alla velocità media di crociera di un supermercato lombardo. Ricordo bene l’unica volta che mia madre mi venne a trovare e se ne fuggì, sconvolta dai semafori per centometristi e perché l’avevano rimproverata proprio al supermercato, perfino da quello delle pulizie mentre s’attardava a leggere le etichette. Non si può più far la spesa con ritmi umani senza rischiare di essere travolti dagli insacchettatori compulsivi che trattano la tua spesa come palle da basket. E poi i sacchetti di carta! Che Maurizio Costanzo e i suoi consigli per gli acquisti vi protegga sempre, ma è mai possibile mettere nei sacchetti di carta l’acqua demineralizzata da 5 litri? Cacchio sei, il compagno fuori-corso di Sheldon?

ico-ecommerceEsselunga vince a mani basse, Caprotti sempre sia lodato! Sacchetti di plastica ecocompostabili ma resistenti. Imbustati secondo un criterio che ti fa sentire inadeguato dopo anni di tetris per tener tutto in una busta. Roba da frigo con roba da frigo, freezer a parte, frutta a parte in cesta confortevole. Tanto che mi aspettavo quasi di trovare i prodotti organizzati per scala di colore.

Milano, lo sai, è stato amore a prima vista. Sarai pure piccola rispetto a Roma che non si meraviglia più di nulla avendo già il Papa e il leccalecca di sua santità, ma vinci sempre. Lunga vita all’Esselunga. Unica pecca? I Wizzis li avevo giàtutti! 

#Esselungaacasa vs. #AmazonPrimeNow

Diario milanese. Di nebbia, di bufale e di regolamenti fantasma

wpid-bozza-milanesi.jpgLa vecchia proprietaria del micro-appartamento di Milano torna dalle vacanze forzate dopo la morte del marito e mi guarda, mi squadra, perché, pure che ha venduto la casa al mio attuale proprietario – un manager svizzero che s’era fatto qui il buen ritiro – è sempre la sua casetta. Trent’anni di vita non si cancellano.
Stranizzata dal fatto che l’avessi salutata senza conoscerla, aspetta di beccarmi per illustrarmi le mie mancanze al fantomatico regolamento condominiale. Regolamento che, per sua stessa ammissione, ancora non ho ricevuto perché son capitato nell’interregno tra il vecchio amministratore e il nuovo. Quindi, non posso pulire il secchio dell’umido con la pompa condominiale riservata solo ai contenitori condominiali, non posso mettere la bici lì ma nessuno me l’hai mai manco detto, devo stendere le lenzuola senza lambire di oltre quaranta centimetri il parapetto. Bene, son più quadrato di uno svizzero. Datemi il regolamento che lo rispetterò e vi renderò la vita un inferno appena sarete voi a mancare di mezza virgola, mandandolo a memoria come ho fatto con la Costituzione e il Testo unico dei doveri del giornalista.

Dopo mezz’ora di convenevoli in cui lei mi racconta delle sue bufale giù a Caserta, della buon’anima di suo marito Duilio che era milanese doc e però avrebbe tanto voluto nascere giù, siamo diventati vecchi amici e mi ha investito dell’onore e dell’onere di vivere nel suo vecchio appartamento di ringhiera. Mi ha anche fatto visitare la casa sua, grande tre volte la mia e me l’ha già messa da parte se devo restare qui.
Ma quante cose riesce a creare un semplice “buongiorno”? E oggi c’era anche la prima nebbia! Naturalmente mi ha invitato per un caffè che lei lo fa buono come giù!

LEZIONI DI MARKETING | Philip Kotler: ‘L’Italia ha dimenticato il marketing’

[Ho avuto l’onore di intervistare una leggenda vivente del marketing, il professor Philip Kotler, in occasione del suo intervento al World Business Forum 2012]

Il suo Marketing Management, giunto alla 14esima edizione, è universalmente riconosciuto come la ‘bibbia’ del marketing moderno. Imprescindibile lettura per ogni marketer o aspirante tale. Philip Kotler non ha bisogno di presentazioni. Una vita intera dedicata a rivoluzionare una disciplina che è radicalmente mutata, la stessa ‘arte e scienza’ in cui, come ama ripetere il professore, ‘l’unica costante è il cambiamento’.

LA BELLEZZA DELL’ITALIA L’occasione per ritornare a parlare a una platea italiana è stata la sua partecipazione alWorld Business Forum organizzato da Wobi. Un’ora e mezza densa di stimoli e utili consigli per comprendere il marketing che verrà in un mondo sempre più globalizzato che deve necessariamente confrontarsi con l’egemonia dellaChindia, l’ideale continente nato dai bassissimi costi di produzione che caratterizzano i mercati indiani e cinesi. “L’Italia ha dimenticato il marketing” esordisce Kotler, ricordando che prima veniva ogni anno a confrontarsi con il Bel Paese. Non risparmia un attacco inequivocabile a quello che il marketing è diventato in Italia. “I call center non sono marketing”. Essere tempestati di offerte a qualsiasi ora del giorno, a questo è stato ridotto il marketing. In un mondo che ha sempre più bisogno di bellezza, l’Italia deve offrirne un po’ della sua: “Dovete sfruttare la vostra!”. Come ricorderà chiudendo il suo applauditissimo intervento, ammonendo gli italiani “Continuate a sfruttare i vostri tesori. Donate un po’ della vostra bellezza al mondo!”. Continua a leggere su MyMarketing.Net

Trent’anni di sano orgoglio terrone. Pantacalze da neve a parte!

Eccomi al giro di boa dei fatidici 30 anni. Qui in questa città che giorno dopo giorno è diventata la mia casa. Come dice un’altra illuminata neo-milanese “le radici le senti più forti quando lasci la tua terra”. Mesi vissuti come sempre schiacciando a tavoletta sull’acceleratore questi ultimi che ci separano dalla scorsa puntata.

Progetto dopo progetto, proprio un paio di giorni fa ho firmato il contratto che mi legherà per un altro anno alla città della Madonnina. Già la certezza semestrale era stata un passo avanti, ora si fa sul serio. Un anno intero. Posso finalmente prenotare con generoso anticipo i biglietti aerei per tornare a Bagheria. Sarà che come dice il Professor Monti “il posto fisso non esiste più”. E chi l’ha mai voluto. È vero, il paradigma del lavoro assicurato dalla culla alla tomba ha creato mostri come Fantozzi. Ma tra un caffè e una sigaretta fumata nelle troppe poche pause che la Lombardia concede, ho avuto modo di confrontarmi con i miei coetanei cresciuti ad altre latitudini. Uno spaccato completo del Belpaese. Nessuno vuole il posto fisso, basterebbe soltanto lo stipendio assicurato! A guardare i ragazzi che dividono con me le stanze del nostro ostello di lusso, il mondo sarà dominato da infermieri e ingegneri gestionali e informatici. Tutti qui, pronti a inamidarsi camicie e calzini spargendo curricula. Continua a leggere

Diario milanese. “Da qua se ne vanno tutti”

Passano i giorni e questa città ti entra sempre più dentro, infischiandosene di chi sei o da dove sei venuto. Tutti qui hanno la loro storia, il loro tributo l’hanno già pagato solo per sbugiardare tutti quelli che ti davano per spacciato. Perché qualunque sia la tua meta, volevi solo la possibilità di varcare una frontiera. Di attraversare quell’invisibile perimetro di sconforto che ti gravava sul cuore e sul cranio e ti appannava i sogni e anche le più innocue illusioni. Bagheria resta sullo sfondo, memoria lontana d’un tempo che fu. Ricordo ancora piccoli insignificanti particolari: la moka e il barattolo del caffè nel mobile color ciliegio della cucina in pieno sole, il guinzaglio di riserva della mia cagnolona, l’orologio a cucù che papà salvò dall’oblio della discarica. Quando la mattina la luce del sole lecca la stanza tra le vertebre della serranda, Milano mi sembra sempre più la Fiera del Mediterraneo. Il mio personalissimo Paese dei Balocchi. Quando finiva la scuola era un appuntamento fisso con mio padre che mi diceva di non lasciargli mai e poi mai la mano, ci separavamo sempre: io con mio padre a veder forni, libri e animali e mia sorella con mia madre alla ricerca di chincaglierie. Il Duomo con la Madonnina ha rimpiazzato la gigantesca caffettiera che troneggiava sul viale della Fiera, uguale è il senso d’immensità. Uguale la paura di perdersi. Continua a leggere

Diario milanese: l’imperialismo dilagante in uno scantinato

Ma com’è che cercando lavoro siamo finiti in uno scantinato sotto la faccia tetraedrica di Lenin a sentir il barbuto delirio d’un comunista che in nemmeno due minuti ha ridisegnato il planisfero mettendo le bandierine dell’imperialismo perfino sulle lande di ghiaccio dell’Alaska? Berlusconi vede comunisti dappertutto e i comunisti vedono imperialisti in ogni angolo, aspettando ancora il sole dell’avvenire e la rivoluzione che verrà. La penultima puntata del diario milanese era malinconica, fatta di false ripartenze, cronachistica, senza guizzi. Per ricalibrare Nino s’è messo di buona lena per rimpinzar questa nuova vita.
Ci vuol talento per trovar una cinese comunista che fa proseliti davanti alla Cattolica. Dovevamo presagire già l’armageddon ma Nino, tra un libro di Moni Ovadia e l’altro, ha sempre subito il fascino dell’Oriente, per ricalcare le orme del suo mentore, il buon Woody Allen. E così mentre ero intento a guardare l’offerta formativa nell’atrio della Cattolica mi giro e vedo che la spietata cinesina ha agganciato il mio amico. Continua a leggere