Due anni dopo

Bentornati, troppi giorni ci separano dall’ultimo post. Complici i social network, l’aggiornamento di un blog personale è diventato una faccenda fin troppo dispendiosa. Il (poco) tempo libero lo usiamo per aggiornare random i Pupi di Zuccaro con il buon Marco. Il resto è scriverevideointervistaresbobinarecorreggereimpaginaremontaretagliare.

In questi due anni Adv è cresciuto sino al lancio della nuova testata Advertiser, che recupera il vecchio nome della rivista, giunta al 59esimo anno di pubblicazione ininterrotta. MyMarketing.Net ha lanciato la nuova newsletter e tante novità sono in cantiere.

Per Televisionet.Tv ho continuato a realizzare videointerviste in tandem con i nostri mirabili operatori. Nella suddivisione naturale dei temi e degli argomenti, ho mantenuto i miei cavalli di battaglia: Facebook, Instagram, Iab, Tecnologia, Fumetti (equamente distribuiti tra topi, paperi, ladri in calzamaglia, flotte stellari, con Cartoomics e il Museo del Fumetto sempre in pole position).

Si son letti pure tanti libri, molti dimenticabili che non si meritavano nemmeno l’inchiostro elettronico del Kindle. Altri meravigliosi, da leggere con l’evidenziatore in mano.

Signore e Signori, questo qui solo per dirvi che i Dicotomici Furori riaprono!

Viaggio a Montevideo

tonino periodistaDal 26 gennaio è partito il nuovo dorso dedicato all’America latina del quotidiano per gli italiani nel mondo Gente d’Italia, diretto da Mimmo Porpiglia.

Due pagine al giorno – informano dalla redazione del quotidiano – dirette esclusivamente alle comunità italiane residenti in Uruguay, Cile, Argentina e Brasile. Con inchieste, cronache, racconti e dibattiti riferiti a quest’area, tanto vasta quanto significativa per la diaspora tricolore, in precedenza negletta.

“E’ uno sforzo notevole per noi – spiega l’editore-direttore Mimmo Porpiglia – ma dopo due anni di presenza in quest’area del globo a grande presenza italiana ci siamo resi conto che dobbiamo essere ancora più incisivi sul territorio.

Non solo con l’informazione cosiddetta “di ritorno”, ma anche su quella “locale”. Sulla politica, sull’economia, sulla cronaca e sulla vita delle comunità italiane che vivono e lavorano in america latina. Cercando di focalizzare problemi e vita degli italiani e figli d’italiani, scegliendo la strada dell’approfondimento tematico, inquadrando e spiegando le novità della politica come dello sport, del costume come degli spettacoli, della cultura come dei piaceri della vita. Con l’obiettivo di fare anche grande cronaca. Non solo cronaca comunitaria”.

Due pagine al giorno con un filo diretto con i lettori che potranno chiamare in redazione al

(598) 2 916 08 15. Dalle 16 alle 18.

Per ogni segnalazione è stata attivata anche un’apposita casella e-mail: genteditaliauruguay@gmail.com

(dal bollettino Inform)

Cosa da leggere

di Demetrio Paolin

C’è la chiesa che praticamente è sul fiumiciattolo.

Ha le pareti di pietra grigia e misera. Non sta in alto, questa chiesa, ma sotto.

Tutto il paese incombe. Il campanile, per dirti, arriva all’altezza del ponte, che collega l’abitato alla via Salaria. Quindi se siamo quaggiù, come ora che è notte e tira un vento umido che ti fa le ossa molli, non vediamo niente del paese. Siamo intabarrati e io ho tirato pure su il cappuccio della giacca, mentre tu tieni i capelli sciolti e sei bella, di una bellezza strana che s’intona a questa pietra a questa notte a quest’acqua corrente.

Qui, ci dice l’uomo, erano le prigioni. Le ultime persone che furono chiuse dentro – e ci indica una porticina che si apre su di un muro, senza finestre o sbocchi, ma chiuso – erano delle partigiane.

Quando i tedeschi fuggirono, se le scordarono dentro. Gli americani le volevano liberare, ma poi si accorsero che per la gente del posto quelle erano due poco di buono. E allora le tennero imprigionate ancora un po’, poi una notte le portarono in montagna e le tagliarono i capelli. Perché a quel tempo la bellezza di una ragazza era tutta nei capelli.

Io ti guardo adesso che tieni le tue dita tra i capelli, e sorridi con me al racconto che ci pare lontano.

E penso che la bellezza sia qualcosa di cui non si riescono a trovare bene le parole: il problema della bellezza, della tua ad esempio, di quella di questo paese, è dirla. Renderla a tutti manifesta. Dobbiamo poi testimoniarla? Oppure tenerla nascosta qui, come cerco di fare io ora, come faccio quasi sempre. Io la bellezza la nascondo, la subisso di parole così da non farla vedere, da fare in modo che nessuno se ne accorga che c’è la bellezza.

*

Incominciamo a camminare per il paese che non conosce se non scale.

E noi saliamo prossimi ad uno strano silenzio.

Questo paese conta 10 abitanti, 4 cani e 30 gatti. Noi due siamo un di più. Le scale partono dovunque, non c’è una regola se non quella di assecondare le bizzarrie della crosta del monte, che scende giù mica diritto come i disegni dei bambini, ma sempre con salti e sbalzi e sfromboli per poi finire nell’acqua comunque.

Alcune scale sono tortuose, ripide e strette, che ci passa giusto un cristiano. Ai lati ci stanno le case, anche loro messe su alla rifusa come ciotole in una credenza: è normale vedere il balcone di un’abitazione sullo stesso livello della porta d’ingresso di un’altra.

Questa confusione di piani, di mescolamenti mi fa venire in mente il presepe.

Proprio quello che ci stupisce da bambini: il cielo neroro, la stella gialla gigante, le case mezze diroccate da cui spunta improvviso un uomo in abiti da soldato saraceno, dove senti il martellare del maniscalco e le donne con le brocche che vanno alla fonte.

Tutto è grande uguale, vicino o distante che sia.

Sospendiamo le nostre manie d’ordine, i nostri orizzonti definiti, le linee prospettiche e semplicemente siamo il sasso, la casa, la lastra di pietra, il passo che facciamo e il ciottolo che toccato cade verso valle.

Anche la sospensione e la credulità – sappiamo che nessun soldato in foggia araba ci assalterà dietro l’angolo, eppure temiamo; sappiamo che saliti fino in cima non ci sarà nessuna capanna con nessun dio bambino, eppure lo speriamo – fanno parte della bellezza: ma come fai a dirle?

Saliamo e parliamo appena, il fiato fa dei ghirigori come tocchi di polistirolo.

Cosa pensi?, mi fai.

Al paese attaccato ai sassi come se fosse il muschio.

E vorresti raccontarlo.

Sì, ma mi viene di dire niente, perché alla fine chiudo più che aprire, invece di invitare allontano.

La scala si fa ripida, la cadenza degli scalini è irregolare: rischio sempre di prendere una storta, di inciampare. E’ una mia fissa d’un po’ di tempo che “dire le cose” le guasti. Eppure sento che c’è una parte di me, che mi dice: se scrivi devi farti capire, devi fare in modo che ognuno stia dalla tua parte. E io mi accorgo che se dovessi dire a te, che mi cammini affianco, e a tutti del paese e della sua storia finirei per essere oscuro.

Vi comunicherei qualcosa che intuite bellissimo, ma di cui non potete farne esperienza.

Ma se scrivere è mettere in relazione, come faccio io a dirvi il bene, che c’è qui?

Mi ricordo cosa scrisse Kertez, e mi viene ora mentre giriamo l’angolo e tu mi dici: questa casa mi ha sempre creato spavento, io la vedevo da laggiù.

Mi indichi un altro budello di strada appena visibile e al fondo una finestra, quella della tua camera presumo io. Kertez dice un pensiero del tipo: il male ha sempre una ragione, è qualcosa di comprensibile, mentre il bene – scrive – è veramente un fatto che sfugge alla nostra comprensione.

Ora. Se io non riesco a scrivere questo, vuol dire che fallisco, vuol dire che qualcosa del mio scrivere non funziona o non funziona come io vorrei.

Non è un problema di poco conto.

E come faccio? Ti posso prendere da parte, ora che saliamo le scale e due cani ci vengono dietro, e dirti: io non riesco a comunicare la bellezza?

E tu capiresti cosa ti sto dicendo? O faresti spallucce?

*

Forse sto così, perché ho iniziato ad insegnare e a guardare i miei alunni. A loro non interessa lo studio, loro vogliono fare i tre anni, prendere il “diplomino” e andare a lavorare in officina, o fare le vetriniste, le commesse. Sembra che non aspirino a niente di più.

Ho fatto leggere in classe alcuni stralci di libri parlavano dell’adolescenza (Salinger, Conrad, Pavese e Brizzi). Poi ho detto: scrivetemi le vostre “impressioni” – se ci pensi bene non è molto diverso da cosa sto facendo ora, io scrivo le impressioni su di un paese visitato di notte con te – e uno di loro ha scritto: “Questi due testi sono molto belli e scritti bene, solo che ci sono parole complicate e difficili da capire, così anche se molto belli a me non piacciono perché non capisco tutto e non capisco tutto il significato”.

Sono parole che chiamano in causa me e chiunque scriva.

Il mio alunno dice: ho letto delle cose, ne ho intuito la grandezza, ma non mi possono piacere, perché non capisco. Ovvero le parole che ho letto non entrano in relazione con me, non mi cambiano, non mi smuovono, ma rimangono bloccate in una sorta di limbo.

E’ un grido d’aiuto, il segnale che molte volte noi, io per primo, costruiamo testi bellissimi ma incomprensibili.

Per me la scrittura è mettere in relazione; è prendere la parola in un’assemblea, è scrivere una lettera, è dare del ‘tu’ a qualcuno. Se tutte queste opzioni non vanno a segno, allora ho fallito.

E perché hai fallito?, mi dici tu, in fin dei conti tu ai tuoi alunni non hai proposto i tuoi testi, forse li avrebbero capiti.

E’ qui sta il problema – so che questo dialogo lo sto inventando, perché salendo su verso la cima del paese abbiamo parlato di asini, di cavalli e cani, di come sarebbe bello se… -, perché io penso che quelle parole siano rivolte a chi bene o male fa della scrittura qualcosa di più del semplice “caro diario”.

Significa che molti dei discorsi fatti hanno – tutti e sempre – il sapore della truffa. Rimangono un inganno per i lettori, perché in realtà molte delle cose che io vado scrivendo, che molti di noi vanno scrivendo, tagliano fuori una parte enorme di persone. Noi decidiamo, ognuno di noi ha i suoi 12 lettori, di escludere dai propri discorsi un numero imprecisato di lettori.

Ad esempio io so benissimo che queste riflessioni non sono per tutti. Leggendo, qualcuno dei miei alunni mi direbbe: prof. ma che voleva dire? Cosa c’entra questo con me? Cosa significano per me il paese nella notte, i partigiani, il presepe, lei che cammina con la morosa insieme ad un vecchio? Cosa ha a che fare con me con quello che sono e capisco? Come queste cose entrano in relazione con ciò che io sono?

Lei non mi dice niente, finirebbe il mio alunno, lei è una truffa.

E io non potrei dirgli altro che dargli ragione.

Infine siamo arrivati in cima. E visto dall’alto il paese sembrava la mano di un vecchio.

le invasioni barbariche

L’inchiesta di Davide Bregola continua, la  trentaseiesima risposta al cogente interrogativo su come sarà il romanzo del XXI secolo è la mia. Tutte le altre risposte sono qui.

Ore Piccole è di nuovo on line, risolto un piccolo problema tecnico, Gabriele Dadati ha risposto a me e al Professore Tedesco sui nostri dubbi su una sua possibile e definitiva definizione del concetto di arte.

Su Asterione il meritevole Cristiano Gaston ha pubblicato una mia ricerca ai limiti del surreale su follia e filosofia, l’introduzione è l’inizio di un possibile libro bianco sulle pecche insanabili del nuovo sistema universitario.

Una delle "migliori menti della nazione" -secondo l’autorevole parere di giulio mozzi – scrisse una volta che chi viene segnalato da Annamaria Manna nella sua Guida di Scrittura Creativa si può considerare un Grande della Scrittura Creativa Italiana.
Bombasicilia è solo un piccolo grande progetto ma sulla guida c’è finita lo stesso per l’ennesima volta, in una pagina stuzzica lettura.

oberato ma non troppo (-1)

Metodologia della storiografia estetica [23 gennaio] > 30 e lode,

Psicologia delle arti [30 gennaio],

Psicologia generale [31 gennaio],

Filosofia dell’arte [1 febbraio],

Iconologia e Iconografia [10 febbraio – mattina]

Informatica dell’arte [10 febbraio – pomeriggio]


Negli scampoli di tempo ho assemblato il nuovo numero di Bombasicilia, sarebbe meglio non leggerlo , dato che ancora manca la copertina e il nuovo strabiliante menabò disegnato da G1ga Bellanca.
Ma sono come quei bambini che non ce la fanno ad aspettare la mattina di Natale per scartare le cose belle, ve la faccio vedere in anteprima: eccola qui.

Dimenticavo: nel nuovo numero troverete in esclusiva il primo capitolo del PASTO GRIGIO di Demetrio Paolin e uno dei racconti del libro di Laura Caroniti "la bella dei quartieri spagnoli" e un racconto di Anna Mallamo, la scrittrice di mangino brioches

Abbiamo cercato di lottare coi libri e questo è l’esito della lotta.


Continuano a leggere That’Sicily su Rosalio   e qualcuno ne parla nel suo blog.
E’ bello essere letti, soprattutto da quelli che respirano l’aria dell’isola triangolare, completamento di quell’abbozzo è naturalmente Bagheria morì d’improvviso.

di lupi con cuffietta e sguardi freschi

Caro Antonio, ho seguito buona parte della lunghissima discussione su Vibrisse suscitata dal tuo articolo iniziale, l’ormai famoso "sguardo fresco". Va da sé che l’ ho trovata straordinariamente interessante nel suo corpo centrale. Altrimenti come avrei fatto a seguirla nel pur corposissimo contorno di circoli viziosi collaterali in cui ognuno poi finisce per argomentare, non per scambiarsi utili e fattive opinioni, ma per ribadire con pervicacia maligna le proprie convinzioni preesistenti.
Ma questo, forse è nella fisiologia di tutte le discussioni.
Secondo me, il tuo articolo iniziale aveva un grosso difetto, che però era complementare al suo più grosso pregio: era incompleto, più incline ad essere frainteso che ad essere inteso per quello che voleva realmente dire.. Di contro, il suo più grosso pregio era che in questo modo diventava estremamente provocatorio, foriero quasi d’un istinto reattivo di ribellione. Che c’è stata eccome. Un po’ verso l’articolo in sé, un po’ (ma non poco) mediata da ciò che comunemente e storicamente porta con sé di pregiudizio la tua "divisa secolare".
Ma ritorniamo alla pietra dello scandalo, e cioè il tuo articolo iniziale.
Dicevo dell’incompletezza. Forse per obbligata virtù di sintesi tu, citando il passo del Robinson Crusoe commentato da Chesterton, gli hai dato testa ma gli hai mozzato le gambe che lo avrebbero fatto camminare su percorsi diversi di comprensione del senso. (almeno per chi era più predisposto alla ricezione).
L’intero, quello sostanziale, mi pare, lo hai riportato in corso di discussione. Ed io lo riporto adesso qui per noi di BC.

«è un buon esercizio nelle ore vuote o cattive del giorno stare a guardare qualche cosa, il secchio del carbone o la cassetta dei libri, e pensare quanta sarebbe stata la felicità di averlo salvato e portato fuori del vascello sommerso sull’isolotto solitario. Ma un migliore esercizio è quello di rammentare come tutte le cose sono sfuggite per un capello alla perdizione: tutto è stato salvato da un naufragio. Ogni uomo ha avuto una orribile avventura: è sfuggito alla sorte di essere un parto misterioso e prematuro come quegli infanti che non vedono la luce. Sentivo parlare, quand’ero ragazzo, di uomini di genio rientrati o mancati; sentivo spesso ripetere che più d’uno era un grande "Avrebbe – potuto – essere". Per me, un fatto più solido e sensazionale è che il primo che passa è un grande "Avrebbe – potuto – non – essere". Ma io ho fantasticato (l’idea può sembrare pazzesca) che l’ordine e il numero delle cose non sia che il romantico avanzo del naviglio di Crusoe. Che ci siano due sessi e un sole è come il fatto che non fossero rimasti che due fucili e un’ascia. Era sommamente urgente che niente andasse perduto, ma era più singolare ancora che niente potesse essere aggiunto. Gli alberi e i pianeti mi parevano come salvati dal naufragio e quando vidi il Matterhorn fui contento che non fosse stato trascurato nella confusione. Avevo la sensazione di economizzare le stelle come se fossero zaffiri (così sono chiamati nel "Paradiso perduto"), facevo collezione di colline»

Così completa la citazione, sì che da idea di quell’ ottimismo vitale che, seppur neghiamo talora quasi per esorcizzare le paure di venir delusi, pure intimamente cerchiamo. Quell’ottimismo che ci mette poco a diventare da naturale, rivolto al soprannaturale e che , talora ci fa vedere le vita, anche apparentemente la peggiore, come un dono. Cose queste che hanno tutte a che vedere – e strettamente, secondo me – con lo sguardo fresco nella dimensione sua propriamente letteraria.

Che poi nella discussione si sia voluto fare un consueto zabaglione tra verità di vita e verità letteraria, tra teologia e letteratura, poco importa. Spesso noi nelle discussioni proviamo a scimmiottare la maieutica di Socrate senza la sua onestà intellettuale.

E, malgrado questi ed altri momenti di apparente disturbo – compreso uno mio di evidente disturbo o sdrammatizzazione ironica di discussione che si stava arroventando troppo – la discussione stessa ha fatto un ottimo percorso ed ha confezionato alcuni momenti importanti di chiarimento.

Per esermpio, è lapidariamente confortante l’intervento equilibratissimo di Cristiano Governa che, con sorprendente semplicità, ci dice le cose come "verosimilmente" stanno e ci introduce un concetto che ho trovato fondamentale: il non bastarsi, quella deadline dell’uomo e, come diretta conseguenza, dello scrittore. Attraverso questo concetto puo avvenire almeno un punto certo di saldatura tra vita e scrittura.

Devo dire infine, caro Antonio, che, seppure attraverso estrema fatica, la discussione, nata come rigorosa ed eburnea contrapposizione di due modi di vedere, alla fine ha visto più di una posizione riavvicinarsi, diventare più disponibile all’osmosi.

Certo, rimane ancora Angela Scarparo che è una fondamentalista del "contrario" e che vende cara la pelle della sua intellettualità violata. Ma vedo che, da buon pastore quale sei, cerchi di recuperare almeno in parte, anche l’ultima pecorella del gregge. E lo fai, non più ribattendo con tesi, per quanto ben costruite, astratte, ma mettendo in gioco anche una parte del tuo vissuto. E questo ha sempre il suo grande peso, specie nello sgretolare la costruzione di luoghi comuni.

Troppo bella la similitudine che fa di te un lupo con la cuffietta…