SCOOP! Dallo Stivale con furore

© La Gente d’Italia™ del 23/03/2007, p. 16

I tre fratelli Rago del calzaturificio Bisignano

«Gli stivali di Bush l’abbiamo fatti con mani e cuore»

bisignanoQuest’intervista poteva benissimo intitolarsi “dallo Stivale con furore”, giocando apertamente con la conformazione geografica della nostra bella Italia e la professione dei tre artisti della scarpa che “Gente d’Italia” ha avuto il piacere d’incontrare.

Il calzaturificio artigianale Bisignano è un piccolo gioiello, un museo vivissimo in cui sbirciare il tempo che fu con le narici piene di un buonissimo odore di pelle conciata.

Rosario Mario, Giuseppe e Carmelo Rago sono tre calabresi arrivati qui il 20 febbraio del 1954, troppo piccoli per ricordarsi quell’Italia che continuano ad amare e onorare parlando un coloratissimo italo-calabrese.

i fratelli RigoLoro sono i tre figli di Umile Rago, emigrato in cerca di miglior fortuna dalla amatissima Calabria, un nome che traccia il destino di questi tre galantuomini che lavorano ogni scarpa con “mani e cuore”: Sant’Umile, tra l’altro, è il patrono del Comune di Bisignano, a cui i tre fratelli hanno reso omaggio registrando per le loro splendide scarpe il marchio “Bisignano”.

Ed ecco lo scoop: sono stati proprio i tre fratelli Bisignano a realizzare gli splendidi stivali che il Presidente dell’Uruguay ha donato a George W. Bush, suo omologo statunitense, a suggello della visita del 9 e 10 marzo scorsi.

Gente d’Italia, in esclusiva per i suoi lettori, ha ottenuto le foto degli stivali, realizzati dalla pelle di un puledro, senza nessuna cucitura: l’apoteosi dell’arte dei Rago.

Loro non fanno distinzioni tra clienti, tutte le scarpe sono tagliate e modellate a mano, un’arte che sta scomparendo e di cui questi tre fratelli sono tra gli ultimi validissimi rappresentanti.

Li abbiamo intervistati.

Che soddisfazione! Realizzare le scarpe per l’uomo più potente del mondo. Ve lo sareste mai immaginato?

«Per noi non ci sono differenze: le nostre scarpe sono fatte tutte, senza eccezioni, con mani e cuore. Frutto di un’arte destinata a perdersi. Certo abbiamo pure festeggiato, soprattutto perché è stata una faticaccia… Tre giorni di lavoro senza nessuna sosta».

Non fate pubblicità ma siete arrivati a realizzare gli stivali di Bush. Come avete fatto?

«Noi abbiamo conosciuto il Presidente Vazquez prima che assumesse l’incarico, era stato il suo sarto a mandarlo da noi, confermando quello che crediamo da sempre. Non è necessaria la pubblicità, la migliore promozione è il passaparola tra clienti. Noi lo vediamo come una palla di neve: inizia piccola e può diventare gigantesca e travolgere tutto. Così è stato per le nostre scarpe, i nostri clienti portano altri clienti ma, considerate la dimensione della nostra bottega dobbiamo spesso rinunciare, non possiamo fare più di dieci scarpe al giorno, sarebbe penalizzata la qualità del nostro prodotto».

Non avete apprendisti?

«La nostra è un’arte destinata a morire. Non esiste più la figura del ragazzo di bottega che era perfino disposto a pagare per imparare l’arte. Non solo li dovremmo pagare noi»  – ridono di cuore – «ma pure sarebbe controproducente: al primo rimprovero ci direbbero che non siamo i suoi genitori.

L’artigianato deve sentirsi per prima cosa nel cuore, sarebbe necessaria una rivoluzione mentale ma non ci sono giovani disposti a intraprendere una vita di sacrifici. Giancarlo, il figlio di Carmelo, ci aiuta, realizza lui le scatole di cartone per le nostre scarpe».

E’ un vero peccato. Ed ecco che arriviamo agli splendidi stivali di Bush…

«Ci arriva una telefonata lunedì 5 marzo, era il Segretario del Presidente dell’Uruguay, ci dice se possiamo realizzare entro venerdì un paio di stivali. Rispondiamo che ovviamente è impossibile. Ci richiama, ci fa capire che è una cosa davvero importante, accettiamo. E lavoriamo per quattro lunghissimi giorni senza guardare – come sempre – l’orologio. Un paio di stivali senza cuciture, realizzate con morbidissima pelle di puledro, numero 43, solo dopo abbiamo capito che stavamo facendo le scarpe al Presidente degli Usa. Noi il nostro lavoro lo facciamo sempre allo stesso modo: dalla scarpa di 1500 pesos agli stivali che naturalmente costano qualcosa in più».

Grazie, di cuore. E complimenti per l’italiano, lo parlate fluentemente.

 «Ovvio. Noi tre lo parliamo sempre non perdere le nostre radici».

¡Muy cansado! Meno male che c’è Alex Fringberger

Picciotte care e picciotti cari,

che giornata… sono esausto. 

Manco la solita passeggiata mattutina di due chilometri nella stupenda Città vecchia di Montevideo mi ha svegliato, nada de nada.

Ieri due belle intervistone per Gente d’Italia che ripubblichero’ qui domani, perfino un piccolo scoop di cui non vi dico altro per non rovinarvi la sopresa.

  • Non conoscete ancora Alex Fringberger? Vi dico solo che Giulio "eclettico" Mozzi l’ha definito «un mito letterario del nostro tempo». Rimediate subito: leggete la bella lettura di Cletus dello straordinario "la storia sociale delle mongolfiere" su Sinestetica.net e l’apposita sezione della Bottega di Lettura di cui anch’io faccio immeritatamente parte
  • Intanto ho rifatto l’affacciata del blog di Guido, con Shiva che fa capolino da ogni post.

    Andate e fate sapere al landarolo che ne pensate. Che per ora è senza casa e soprattutto senza adsl. Se vedete sotto i ponti un capellone barbuto che invoca almeno mezz’ora di connessione è lui, Guido il "Landarolo".

  • Lavorare sul codice dei template di Pannasmontata – lasciando sempre i meritatissimi credits – è sempre bellissimo, sono scritti benissimo!
  • Intanto segnalo due nuovi redattori bombasiciliani: Enea Sperandeo e Anna Fiorillo, cliccate sui nomi per conoscerli. Sono entrambi uno spasso.
  • Procede quindi il restyling generale dei blog personali dei redattori di BS, iniziato con Gancitanerie, proseguito con questo "Pintacudate beta 2.0" e ora la Landa, sotto a chi tocca.

Fratelli d’Italia sul Rio de la Plata

© La Gente d’Italia™ del 22/03/2007

Quante sono le associazioni italiane di Montevideo?

Giosuè Bordoni scriveva nel suo saggio “Montevideo e la Repubblica dell’Uruguay” del 1885:

«Durante la primavera e l’autunno, questi dintorni sono affollati alla lettera di numerose Società, che, sotto pretesto di festeggiare questo o quell’anniversario, vi si recano in corporazione a darsi bel tempo. Ora è la Società spagnuola di mutuo soccorso; ora quella dei Baschi, ora la Società francese, e infine l’una o l’altra delle numerose Società italiane, che non lasciano mai occasione di dare testimonianza pubblica del loro spirito di fratellanza e buona armonia, e anche di eccellente appetito, col farvi dei banchetti veramente omerici, in cui si tributano sempre i dovuti onori al succulento e tradizionale asado con cuero».

122 anni dopo le cose sono radicalmente cambiate, la rete delle associazioni italiane di Montevideo si è fortemente ridimensionata, cancellando coi fatti la maligna annotazione che faceva Luigi Barzini nel 1902

«gli italiani al Plata sono uniti in trecento associazioni, il che costituisce una vera disunione».

Questo ridimensionamento è il risultato dei movimenti storici che hanno portato alla completa integrazione degli italiani arrivati qui in cerca di miglior fortuna. Se è vero, come scrivono gli storici Luigi Favero e Alicia Bernasconi, che il gruppo etnico è «la risultante del movimento migratorio, in cui persistono, in grado piu’ o meno elevato, gli elementi culturali e materiali dello spazio sociale di partenza, ma integrati o giustapposti dagli elementi acquisiti nell’incontro con lo spazio sociale d’inserimento», appare evidente che il “gruppo etnico” italiano è un affascinante microcosmo all’interno del piccolo grande Uruguay.

Quali sono le prospettive future della rete di associazioni italiane di quella che fu la Banda Oriental?

Lo scopriremo nelle prossime puntate di questo “diario uruguayano”: con un’inchiesta per conoscere questa vitalissima realtà che mantiene vivo il legame con l’Italia, capace ancora – come ha dato prova in occasione del saluto del Console Pala – di commuoversi quando risuonano le note dell’inno di Mameli.

Scorriamo l’elenco, in rigoroso ordine alfabetico:

  • L’Ancri,
  • l’Anpi,
  • l’Associazione Abruzzese di Montevideo,
  • gli Alpini,
  • i Bellunesi del mondo,
  • l’Associazione Calabrese,
  • i Campani dell’Aercu,
  • l’associazione Laziale,
  • la Casa degli Italiani,
  • il Circolo Lucano,
  • il Circolo Giuliano,
  • il Circolo Trentino di Montevideo,
  • il Club degli Anziani,
  • il Comitato Tricolore,
  • l’Associazione Emilia Romagna,
  • l’Ente Friuliano,
  • il Filef,
  • il Famee Furlane,
  • la Famiglia Piemontese,
  • i Figli della Toscana,
  • il Gruppo Legami,
  • la Fratellanza Italiana,
  • i Marchigiani nel Mondo,
  • l’Ass. Lauria,
  • l’Ass. Ligure,
  • l’Ass. Ossolana,
  • i Padovani nel mondo,
  • i Pensionati Inas,
  • i Pugliesi,
  • l’Ass. Regione Lombarda,
  • l’Ass. Satrianese San Rocco,
  • i Trevisani nel Mondo,
  • i Siciliani in Uruguay,
  • la Uim (Unione Italiani nel mondo),
  • i Vicentini nel Mondo e
  • l’Ass. dei Vietresi.

Se non ho sbagliato a contare sono trentasei associazioni, tutte hanno di sicuro una bella storia da raccontarci.

Come sempre, hasta luego!

Ricordiamo ai nostri lettori che per l’emergenza Dengue

Il Ministero della Salute Pubblica dell’Uruguay

oltre alla massiccia opera di fumigazione

ha attivato per ogni evenienza  il numero 0800 4444

e  il sito http://dengue.msp.gub.uy/

Potete scriverci all’indirizzo genteditaliauruguay@gmail.com

Il numero di telefono della redazione e’ (598 -2) 916 08 15

Da lunedi a venerdi, potete chiamarci tranquillamente dalle 16 alle 18

Dengue o non dengue?

© La Gente d’Italia™ del 20/03/2007

L’arrivo della febbre spacca ossa

non ferma i cicli della vita quotidiana

di Tonino Pintacuda

il vettore del dengue Irrimediabilmente con l’arrivo dell’autunno la vita riprende i suoi cicli, il calendario ricorda a tutti gli uruguayani che il verano è finito: addio alle murgas, addio alle passeggiate in costume sull’oceano, addio ai ritmi lenti, lentissimi dell’estate.

Rimettiamoci la cravatta e andiamo a prendere l’omnibus tutte le mattine, nel faticoso tran tran che si chiama vita.

Appena 15 pesos e i torpedoni ci lasceranno sotto l’ufficio ad aspettare le piccole pause sino al pomeriggio, e poi spesa, un po’ di tv e di nuovo la sveglia puntata per ricominciare.

Camus ha definito questa quotidianità la “fatica di Sisifo”: Sisifo è il mitico eroe greco punito per aver sfidato gli dei con la sua sagacia.

Zeus decise che Sisifo avrebbe dovuto far rotolare un masso dalla base alla cima di un monte. Tuttavia, ogni volta che Sisifo stava per raggiungere la cima, il masso rotolava nuovamente alla base del monte, per cui Sisifo dovette per l’eternità ricominciare la sua scalata.

I giorni troppo uguali – lo sentiamo e lo sappiamo tutti – sono altrettanti massi ma in questo gli uruguayani sono fortunati, prendiamo ad esempio quelli che lavorano alla Borsa di Commercio in Calle Misiones, proprio di fronte alla mia finestra.

Eccoli fumare furtive sigarette nelle pause rubate agli impegni pressanti dei movimenti economici ma non capita a tutti di far pochi passi per raggiungere il Rio de la Plata nel suo quotidiano abbraccio con l’Oceano Atlantico.

C’è una serenità diffusa, figlia delle bellezze architettoniche e del manto verde della città, la filosofia del “no pasa nada” ha un suo fondamento, camminare per Avenida 18 de Julio e soffermarsi nella dozzina di piazzette che non ha nulla da invidiare alle omologhe europee.

mate La gente dell’interno del Paese è tornata alla vita normale, si nota dalla diminuzione di estimatori di mate, la bevanda nazionale. Molti camminano con tutto l’armamentario per sorseggiare tranquillamente il loro mate: termos e bombilla. Versano l’acqua bollente e succhiano tranquilli.

Ma i primi a essere consci del facile stereotipo dell’uruguayano mate e bombilla sono loro stessi: l’ultimo esempio, proprio l’altro ieri sull’Observador il vignettista Salvatore ha realizzato un piccolo capolavoro.

Sale la tensione per il primo caso autoctono di dengue e per sdrammatizzare Salvatore ha disegnato un mate appollaiato sulla torre Salvo – ovvia citazione del celeberrimo King Kong appollaiato sull’Empire State Building – lì, sull’edificio più alto della bella Plaza Indipendencia, il “mate” con occhi  e bocca tiene a bada con opportuno insetticida gigante la temibile zanzara del dengue: come sempre un sorriso riesce a scacciare le paure.

Il “dengue” altro non è che la pestifera febbre spacca-ossa, lo porta la zanzara del genere Aedes aegypti, lo stesso disgraziato e infimo insettucolo che porta la febbre gialla.

Rilanciamo la scheda dal sito www.malattiedimenticate.net

LA FEBBRE DENGUE È UNA MALATTIA SIMILE ALL’INFLUENZA; nei bambini è caratterizzata da febbre ed rash. Negli adulti la febbre è più alta ed accompagnata da forti emicranee, dolori nelle regioni orbitali, dolori muscolari e rash. La febbre dengue si manifesta dopo l’esposizione ad un sierotipo, nei confronti del quale il paziente diventa resistente. Esistono però, come detto in precedenza, quattro sierotipi ed una seconda infezione con un sierotipo diverso, può portare a conseguenze ben peggiori: la febbre dengue emorragica (DHF). 

LA DHF È CARATTERIZZATA DA FEBBRE ALTA, EMORRAGIE, FEGATO INGROSSATO e problemi circolatori. La febbre può persistere per diversi giorni e può raggiungere i 41° gradi, seguita da convulsioni e emorragie. Il paziente se non trattato può morire per problemi circolatori.

I fattori coinvolti nella severità della DHF sono: la prima infezione, l’intervallo di tempo tra quest’ultima e la seconda, il sierotipo virale e il genotipo del paziente. Le principali caratteristiche fisiopatologiche sono correlate con la concentrazione di alcune citochine (molecole coinvolte nella risposta immunitaria), quali IFN-γ, IL-2 e TNF-α

LA STORIA

Prima del 1970 solo nove paesi avevano descritto casi di DHF. Dai circa 100 casi del 1955 si è passati agli attuali 500 mila.

VIE DI TRASMISSIONE

Il virus è trasmesso attraverso il morso di diverse zanzare del genere Stegomyia. Il principale vettore è Aedes aegypti, identificato per la prima volta nel 1906 come responsabile della trasmissione; una volta che la zanzara è stata infettata lo rimane per tutta la vita. Gli umani servono come serbatoio amplificante e molto probabilmente anche le scimmie possono essere considerate come serbatoi. In particolare si ipotizza che il virus si sia diffuso per la prima volta nelle scimmie, e poi i vettori l’abbiano trasmesso all’uomo. Le zanzare trasmettono il virus anche per via verticale, alle proprie progenie.

TRATTAMENTI

Attualmente l’unico modo per ridurre i casi di febbre dengue è quello di evitare il contatto con il vettore e controllare la popolazione delle zanzare, modificando il loro habitat e utilizzando larvicidi. E’ in corso un programma specifico di pulizia per eliminare bottiglie, copertoni e lattine dall’ambiente (oggetti che ricreano un habitat ideale per la proliferazione dei vettori), così da limitare i possibili luoghi di crescita del vettore.

LA DIAGNOSI

La diagnosi si basa sulla ricerca di IgM anti-dengue, come indice di una recente infezione; inoltre viene utilizzata la PCR per rilevare la presenza del virus nel siero dei pazienti. Esistono alcune terapie antivirali che possono essere efficaci solo se eseguite nelle prime fasi della malattia.

RICERCA E SVILUPPO

Sono in corso alcuni studi per sviluppare larvicidi non tossici per l’uomo, da utilizzare nell’acqua.

Sono in corso di sperimentazione sei vaccini virali vivi attenuati, che dovrebbero proteggere la popolazione da tutti i sierotipi mantenendo a lungo elevato il titolo anticorpale. Alcuni risultati di una sperimentazione durata quattro anni hanno rivelato che uno dei vaccini attenuati conferisce protezione dalla febbre dengue e non conduce a DHF.

Esiste un sistema globale di rilevazione di dati epidemiologici e di sorveglianza alle mutazioni dei virus; questo programma, chiamato DengueNet, facilita la realizzazione di nuovi metodi di controllo contro la trasmissione della patologia. I dati epidemiologici e di laboratorio sono raccolti da diverse istituzioni, che riordinano i risultati in modo eterogeneo; sul sito sono presenti statistiche dal 1955 al 2001.

Occorre sviluppare nuove strategie di diagnosi della malattia; un test con target la proteina non strutturale NS1 è già in via di studio.

Il Ministero della Salute Pubblica dell’Uruguay

oltre alla massiccia opera di fumigazione 

ha attivato per ogni evenienza 

il numero 0800 4444 e 

il sito http://dengue.msp.gub.uy/

Matricole & Indimenticabili Amici

Picciotte care e picciotti cari,

oggi vi dico che in America Latina il tempo muta.

Dimenticatevi ogni parallelismo con le italiche pianure. Forse solo i siciliani e gli abitanti di qualche arroccato paesino montano possono capire.

Qui impera la filosofia del "No pasa nada" che sarebbe un calco del sicilianissimo "Niente ci fa".

In questa inedita dimensione cronoemozionale cerco di applicare tale paradigma al recentissimo passato di BombaSicilia.

In questo viaggio della memoria parto dai redattori che si sono via via avvicendati. A ciascuno di essi nei prossimi giorni sarà dedicata una monografia. [aggiornamento: il post s’intitolava "Meteore…" ma poteva risultare lesivo, comunque il riferimento era all’omonimo programma di Italia 1 del 1998, lo stesso che iniziava con la celebre Shout tratta da Animal House]

  • Teresa Zuccaro fu una delle primissime redattrici di BombaSicilia, s’inventò in esclusiva per noi la ri-creazione del mondo. Che oggi è diventata prima una silloge in un’antologia e poi un libro. (nessuna menzione a BS ma – l’ho premesso – "no pasa nada")

  • Marco Candida arrivò in Bs nel 2004, esce a maggio il suo primo romanzo per la casa editrice Sironi.

l’allenato periodista che ogni tanto intervista

Scalici

L’Ambasciatore d’Italia a Montevideo

Guido Scalici

pala

Il Console d’Italia a Montevideo

Michele Pala

bertinotti

Il Presidente della Camera dei Deputati

Fausto Bertinotti

l’intervista sul sito della Camera

raso

L’avvocato Gianni Raso,

coordinatore della sede Rai di Montevideo

Il presidente dell’Ospedale Italiano di Montevideo

Lescano

Il Ministro uruguayano del Turismo e dello Sport

Hector Lescano

testoni

Il presidente della Scuola Italiana di Montevideo

Adriana Testoni

mena segarra

il direttore del Museo Storico Nazionale di Montevideo

Mena Segarra

Peccato carnale

Sono un carnivoro

di Gaston

Lo ammetto, adoro la carne. Mi piace tutta: bianca, rossa, a pois, cotta e cruda. Mi piace succulenta e sanguinolenta, rosolata, brasata, condita e speziata, scottata, saltata, steccata e lardellata, panata, marinata e pure bruciata.

asado Mi fermo di fronte alle vetrine dei macellai come fossero gioiellieri (l’analogia del resto non si ferma qui): immagino come servirei quel bel filettone rosso rubino, appena scottato sulla piastra; e quei fegatini!, da far sciogliere in bocca con un dito di cognac, due foglie d’alloro e qualche bacca di ginepro; mi commuovo per la fiorentina, che se non tornerà più in A, tornerà comunque nel mio piatto. Volo con la fantasia al ricordo di quella chianina accanto ad un uomo, vista in foto anni fa: una mucca enorme, gigantesca – l’uomo le arrivava ai garretti – uno smisurato trionfo di ciccia ambulante, un dono del cielo per noi carnivori. Sant’Anselmo deve averla sicuramente considerata fra le prove dell’esistenza di Dio. Poi mi scuoto e torno al presente; riprendo i sensi e vedo il macellaio che mi fissa perplesso mentre appanno la vetrina con l’alito. Un filo di bava traballa pericolosamente dall’angolo delle labbra.

Imbarazzante. 

Ma non ci posso fare niente, mangerei tutto ciò che cammina. Mentre faccio zapping, mi arresto su un documentario del National Geographic. Il solito ghepardo visto mille volte insegue la solita gazzella vista mille volte (credo che in realtà i documentaristi usino sempre lo stesso filmato). Lo scatto, due curve e poi i masseteri si rilasciano in una dilatazione misurata della mandibola (sì, pure quelli del ghepardo). Un bel morso secco e – oplà – la gazzella è servita. Vorrei essere lì anch’io, penso. Poi rifletto che è meglio di no, perché per festeggiare mangerei pure il ghepardo.

Verso mezzogiorno, comincio anche un po’ ad esagerare. I miei mi hanno proibito da tempo di vedere "Linea verde". Anche "La prova del cuoco" è assolutamente off limits. In realtà evito pure le trasmissioni di medicina: una volta si parlava di valvole cardiache e mentre scorrevano le immagini mi sono sorpreso a pensare alle frattaglie e ai carciofi con la coratella. Beh, certo, mancano i carciofi.

Insomma, addentare una bistecca è un po’ come addentare il gioioso valzer della vita. Siamo onnivori, mi si dice, ma credo che ciò sia vero solo per permetterci di finire il contorno. Dev’essere una di quelle meravigliose strategie della natura, finalizzata a mantenere in ordine l’intestino. I vegetariani dicono che mangiare carne rende aggressivi. Io quando mi lancio sui saltinbocca mi sento piuttosto tranquillo. Il vegano che ho di fronte invece ribadisce il concetto, guardandomi come fossi un perverito e digrignando i denti: "La carne fa mmaleeeeheheeee". A che, non me lo dice, ma sembra piuttosto irritato dal mio pasto. Credo che i nervi stiano venendo a lui e dunque non posso che concludere che i vegetariani debbano avere uno strano problema con l’aggressività (non ho capito se la loro o quella degli altri).

Io, dal canto mio, mangio anche il pesce. Certo, prima di finire nel mio piatto e di lì nello stomaco (attraverso un essenziale stazionamento a stretto contatto con le papille gustative), non camminava. Non respirava nemmeno, in senso stretto. Comunque, cribbio, si muoveva, dunque è commestibile. E io me lo mangio. Crudele? Bah, mi viene in mente quel cartone animato in cui il pescetto viene mangiato da un pesce uguale a lui ma un po’ più grande che viene mangiato da un pesce uguale a lui ma un po’ più grande che viene mangiato da un pesce uguale a lui ma un po’ più grande che viene mangiato da un pesce uguale a lui ma decisamente grosso. A quel punto penso che se così deve essere, meglio essere quest’ultimo. E se anche non lo fossi, beh, finché non mi mangiano almeno mi sazio io.

Certo, essere mangiati non deve essere una grande esperienza – e se lo fosse poi non lo potresti raccontare, dunque non vale la pena comunque. Però non regge la teoria che non si debba mangiar carne perché l’animale soffre. Insomma, dimostratemi che una zucchina non soffre e forse possiamo discuterne. E poi suvvia, la cucina (della carne) è stato il primo atto culturale dell’uomo, prima ancora del meretricio (che quindi è il secondo mestiere più antico del mondo).

Comunque tutto questo parlare mi ha messo fame, vado a cercare il gatto che si deve essere nascosto da qualche parte.

micio micio micioooooooo…..