Millemilano

Milano, questa città fatta di tante città, ti conquista giorno dopo giorno. È come una donna, si impara a conoscerne tic, abitudini, il suo modo di guardare e di guidarti.

Milano cambia e tu cambi con lei, si srotola tra i nuovi colori della metro, con lo skyline che gioca a nascondino tra il ritorno della nebbia e nuovi palazzi che giocano a farne una nuova terra di opportunità. Negli anni, tra custodi di palazzo pronti a raccontarti la loro milano e noi – orgogliosamente terroni, sparpagliati qui come semi al vento con le nostre vocali dilatate e raddoppiate a caso – sempre pronti a far fronte comune tra tutti quelli che vengono da sotto la linea del Po, c’è una solidarietà nuova.

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di lupi con cuffietta e sguardi freschi

Caro Antonio, ho seguito buona parte della lunghissima discussione su Vibrisse suscitata dal tuo articolo iniziale, l’ormai famoso "sguardo fresco". Va da sé che l’ ho trovata straordinariamente interessante nel suo corpo centrale. Altrimenti come avrei fatto a seguirla nel pur corposissimo contorno di circoli viziosi collaterali in cui ognuno poi finisce per argomentare, non per scambiarsi utili e fattive opinioni, ma per ribadire con pervicacia maligna le proprie convinzioni preesistenti.
Ma questo, forse è nella fisiologia di tutte le discussioni.
Secondo me, il tuo articolo iniziale aveva un grosso difetto, che però era complementare al suo più grosso pregio: era incompleto, più incline ad essere frainteso che ad essere inteso per quello che voleva realmente dire.. Di contro, il suo più grosso pregio era che in questo modo diventava estremamente provocatorio, foriero quasi d’un istinto reattivo di ribellione. Che c’è stata eccome. Un po’ verso l’articolo in sé, un po’ (ma non poco) mediata da ciò che comunemente e storicamente porta con sé di pregiudizio la tua "divisa secolare".
Ma ritorniamo alla pietra dello scandalo, e cioè il tuo articolo iniziale.
Dicevo dell’incompletezza. Forse per obbligata virtù di sintesi tu, citando il passo del Robinson Crusoe commentato da Chesterton, gli hai dato testa ma gli hai mozzato le gambe che lo avrebbero fatto camminare su percorsi diversi di comprensione del senso. (almeno per chi era più predisposto alla ricezione).
L’intero, quello sostanziale, mi pare, lo hai riportato in corso di discussione. Ed io lo riporto adesso qui per noi di BC.

«è un buon esercizio nelle ore vuote o cattive del giorno stare a guardare qualche cosa, il secchio del carbone o la cassetta dei libri, e pensare quanta sarebbe stata la felicità di averlo salvato e portato fuori del vascello sommerso sull’isolotto solitario. Ma un migliore esercizio è quello di rammentare come tutte le cose sono sfuggite per un capello alla perdizione: tutto è stato salvato da un naufragio. Ogni uomo ha avuto una orribile avventura: è sfuggito alla sorte di essere un parto misterioso e prematuro come quegli infanti che non vedono la luce. Sentivo parlare, quand’ero ragazzo, di uomini di genio rientrati o mancati; sentivo spesso ripetere che più d’uno era un grande "Avrebbe – potuto – essere". Per me, un fatto più solido e sensazionale è che il primo che passa è un grande "Avrebbe – potuto – non – essere". Ma io ho fantasticato (l’idea può sembrare pazzesca) che l’ordine e il numero delle cose non sia che il romantico avanzo del naviglio di Crusoe. Che ci siano due sessi e un sole è come il fatto che non fossero rimasti che due fucili e un’ascia. Era sommamente urgente che niente andasse perduto, ma era più singolare ancora che niente potesse essere aggiunto. Gli alberi e i pianeti mi parevano come salvati dal naufragio e quando vidi il Matterhorn fui contento che non fosse stato trascurato nella confusione. Avevo la sensazione di economizzare le stelle come se fossero zaffiri (così sono chiamati nel "Paradiso perduto"), facevo collezione di colline»

Così completa la citazione, sì che da idea di quell’ ottimismo vitale che, seppur neghiamo talora quasi per esorcizzare le paure di venir delusi, pure intimamente cerchiamo. Quell’ottimismo che ci mette poco a diventare da naturale, rivolto al soprannaturale e che , talora ci fa vedere le vita, anche apparentemente la peggiore, come un dono. Cose queste che hanno tutte a che vedere – e strettamente, secondo me – con lo sguardo fresco nella dimensione sua propriamente letteraria.

Che poi nella discussione si sia voluto fare un consueto zabaglione tra verità di vita e verità letteraria, tra teologia e letteratura, poco importa. Spesso noi nelle discussioni proviamo a scimmiottare la maieutica di Socrate senza la sua onestà intellettuale.

E, malgrado questi ed altri momenti di apparente disturbo – compreso uno mio di evidente disturbo o sdrammatizzazione ironica di discussione che si stava arroventando troppo – la discussione stessa ha fatto un ottimo percorso ed ha confezionato alcuni momenti importanti di chiarimento.

Per esermpio, è lapidariamente confortante l’intervento equilibratissimo di Cristiano Governa che, con sorprendente semplicità, ci dice le cose come "verosimilmente" stanno e ci introduce un concetto che ho trovato fondamentale: il non bastarsi, quella deadline dell’uomo e, come diretta conseguenza, dello scrittore. Attraverso questo concetto puo avvenire almeno un punto certo di saldatura tra vita e scrittura.

Devo dire infine, caro Antonio, che, seppure attraverso estrema fatica, la discussione, nata come rigorosa ed eburnea contrapposizione di due modi di vedere, alla fine ha visto più di una posizione riavvicinarsi, diventare più disponibile all’osmosi.

Certo, rimane ancora Angela Scarparo che è una fondamentalista del "contrario" e che vende cara la pelle della sua intellettualità violata. Ma vedo che, da buon pastore quale sei, cerchi di recuperare almeno in parte, anche l’ultima pecorella del gregge. E lo fai, non più ribattendo con tesi, per quanto ben costruite, astratte, ma mettendo in gioco anche una parte del tuo vissuto. E questo ha sempre il suo grande peso, specie nello sgretolare la costruzione di luoghi comuni.

Troppo bella la similitudine che fa di te un lupo con la cuffietta…

che importa? tutto è grazia

Mia madre, quando io ero bambino parlò con lo psicologo scolastico.
Questi gli disse, scherzando, che per la mia indole io avrei potuto fare due cose bene: il brigatista rosso o il prete. Quando all’Università frequantavo Democrazia Proletaria sembrava dovessi spostarmi più verso la prima e poi, approfondendo la mia ribellione interna (meno esterna: sembro un tipo mooolto tranquillo in apparenza, come il lupo vestito con la cuffietta di Cappuccetto Rosso…), capii che la vera rivoluzione stava – per me, almeno – da un’altra parte. Mi è costato fare questa scelta e molto e moltissimo (ma lascio i dettagli alla mia vita privata). Ed eccomi qua. Non che lo spirto guerrier ch’entro mi rugge si sia placato. Anzi! Ma ho capito (io, personalissimamente, per carità!) che la vera ribellione nasce dal cuore e dallo sguardo. Ruben Gallego è per me un rivoluzionario pazzesco, ad esempio.

Tuttavia, venendo al discorso principale, comunque che non esiste un’unica sensibilità cristiana in ambito letterario. La mia è pure minoritaria, forse. Da sempre la critica letteraria cattolica è stata vicina non allo sguardo fresco sul mondo ma allo sguardo patito, sofferente, dolente. A tal punto da essere accusata di dolorismo. Quante volte a dominare nello sguardo critico del critico cattolico è stato il peccato e non la grazia, il dolore e non la gioia di vivere, la detresse della condizione umana e non la forza e l’energia dell’essere al mondo! La posizione "ottimistica" è stata spesso vista con sospetto, identificata con un atteggiamento rousseauiano da "buon selvaggio".

Quindi: ognuno fa la rivoluzione che si merita!

Richard Matheson. Nato d’uomo e di donna

x – Questo giorno, quando ha avuto luce, la mamma mi ha chiamato un obbrobrio.  Sei un obbrobrio, ha detto.  Ho visto la rabbia che stava dentro i suoi occhi.  Sapere cos’è un obbrobrio, chissà cos’è.
Questo giorno ha avuto l’acqua che cadeva dal di sopra.  Cadeva tutto intorno.  L’ho vista bene.  La terra di dietro l’ho guardata dalla finestra piccola.  La terra succhiava dentro tutta l’acqua come avesse delle labbra e una grossa sete.  Ha bevuto troppo e così dopo ha vomitato una cosa molle e gialla.  L’ho guardata ma era brutta.
La mamma è bella invece.  Nel posto che dormo con tutti i muri freddi in giro ho una cosa di carta che prima era con tanta carta dietro la caldaia.  Sopra dice STELLE.  Nelle figure c’è tutte facce come la mamma e il papà.  Il papà dice che sono belle.  Una volta l’ha detto.
E anche la mamma ha detto lui.  La mamma così bella e io mica tanto brutto.  E guardati te come sei ha detto e non aveva la faccia di quando è gentile. lo ho toccato il braccio suo e ho detto papà non importa.  Lui ha fatto una tremata e poi è andato subito più lontano che io non lo potevo toccare.
Questo giorno la mamma ha allentato un pezzetto la catena che io posso guardare nella finestra piccola.  Così ho visto l’acqua che cadeva dal disopra.

xx – Questo giorno aveva l’oro nel disopra.  L’ho saputo perché l’ho guardato e gli occhi mi hanno fatto male.  Dopo che l’ho guardato la cantina è tutta rossa.
Credo che è chiusa.  Loro vanno via dal disopra.  La grossa macchina li mangia e passa,via presto e non c’è più.  Nella terra di dietro c’è la piccola mamma.  E molto più piccola che me. Io sono grosso.  È un segreto ma ho strappato la catena fuori dal muro.  Posso andare e guardare nella finestra piccola tutto come mi piace.
Questo giorno quando è stato il buio ho mangiato il mio piatto e anche qualche scarafaggio.  Sento che ridono nel disopra.  Io voglio sapere la ragione che ridono.  Allora io preso la catena dal muro e me la sono attorcigliata intorno.  Ho strisciato dove sono le scale.  Quando cammino sopra gli scalini loro sembra che gridino.  Le gambe scivolano perché non so camminare sopra le scale. I piedi stanno incollati sul legno.
Sono salito nel disopra e ho aperto una porta.  Era un posto tutto bianco.  Bianco come le piccole luci bianche che vengono dal disopra qualche volta.  Sono entrato e stavo fermo.  Sento ancora che ridono e dove viene il rumore e guardo dentro. devo.  Ho pensato che andavo anch’io dentro e ridevo con loro.
La mamma è venuta dallamia parte e ha aperto la porta che dietro c’ero anch’io. Sotto caduto indietro sul liscio del pavimento e la catena  ha fatto rumore. Ho gridato.  Lei ha fatto un rumore come un sibilo e ha messo una mano davanti alla sua bocca.  Gli occhi erano grossi grossi.
Mi a guardato.  Ho sentito il papà che gridava.  Cosa è caduto gridava.  Lei ha detto l’asse da stirare.  Vieni aiutami a tirarlo su ha detto. Lui è venuto e ha detto ma non è poi così pesante che non si possa. Mi ha visto e è diventato tutto rosso in faccia.  La rabbia gli è venuta dentro gli occhi.  Mi ha picchiato.  Ho versato il mio liquido dal braccio.  Non era bello.  Faceva un brutto verde tutto sul pavimento.
Il papà mi ha detto va in cantina. Io tanto volevo andare.  La luce adesso mi faceva male dentro gli occhi.  Nella cantina invece non fa male.
Il papà mi ha legato le braccia e le gambe.  Mi ha messo nel posto dove dormo.  Disopra ho sentito che ridevano e intanto io stavo buono e fermo e guardavo un ragno nero che dondolava e mi scendeva giù addosso.  Ho pensato a quello che ha detto il papà.  Dio ha detto.  E ha solo otto anni.

xxx – Questo giorno il papà ha di nuovo picchiato la catena nel muro prima che avesse luce.  Devo cercare di strapparla di nuovo.  Ha detto che ero cattivo a venire nel disopra.  Ha detto non farlo mai più se no lui mi deve picchiare forte.  Quello fa male.
Ho dormito tutto il giorno con la testa appoggiata contro il muro che è freddo.  Ho pensato al posto tutto bianco nel disopra.

xxxx – Ho strappato la catena dal muro.  La mamma era nel disopra.  Ho sentito piccole risate molto forti.  Ho guardato nella finestra.  Ho visto tutta piccola gente come la piccola mamma e anche come dei piccoli papà.  Sono belli.
Facevano dei rumori che mi piacevano e saltavano su tutta la terra di dietro.  Le loro gambe si muovevano presto presto.  Sono come la mamma e il papà.  La mamma dice che quelli bravi sono tutti come loro.
Uno dei piccoli papà mi ha visto.  Ha puntato il dito sulla finestra. lo ho staccato i piedi e sono scivolato ‘giù dal muro dentro il buio.  Mi sono tutto arrotolato così non mi vedevano.  Ho sentito che parlavano davanti alla finestra e i piedi che si muovevano presto.  Nel disopra c’è stata una porta che ha picchiato.  Ho sentito la mamma piccola gridare nel disopra.  Ho sentito dei passi pesanti sulla scala e sono andato di corsa nel posto dove dormo.  Ho picchiato la catena nel muro e mi sono messo giù col mio davanti sotto.
Ho sentito la mamma che scendeva dal disopra.  Sei stato alla finestra ha detto.  Ho sentito la rabbia.  Sta lontano dalla finestra.  Hai di nuovo strappato la catena.
Ha preso il bastone e mi ha picchiato forte. lo non ho pianto.  Non so come si fa.  Ma il mio liquido ha bagnato tutto dove dormo.  Lei l’ha visto e ha fatto un salto indietro e poi ha fatto un rumore. 0 miodio miodio ha detto perché mi hai dato questa croce.  Ho sentito il bastone cadere forte sul pavimento di pietra.  Lei è andata sopra le scale e correva.  Ho dormito tutto il giorno.

xxxxx – Questo giorno ha di nuovo avuto l’acqua.  Quando la mamma era nel disopra ho sentito quella piccola che veniva giù piano sopra le scale.  Ho scappato nel ripostiglio del carbone perché la mamma ha la rabbia se la mamma piccola mi vede.
Aveva insieme una piccola cosa che si muoveva.  Camminava sulle braccia e aveva delle orecchie con la punta.  Lei gli diceva delle cose.
E poi c’è stato che la piccola cosa ha sentito il mio odore. È venuta di corsa sopra il mucchio del carbone e mi ha visto giù nel basso.  Aveva tutti i peli dritti.  Nella gola ha fatto un rumore cattivo, Io ho fatto il sibilo con la bocca ma la cosa m’ha fatto un salto addosso.
Io non volevo farle male.  Ho avuto la paura perché ha morso più forte di quando lo fa il topo.  Così l’ho presa stretta.  Faceva dei rumori che non ho mai sentito.  L’ho tutta schiacciata insieme, e poi lei era molle e rossa sul carbone nero.
L’ho messa ben nascosta quando la mamma ha gridato.  Avevo la paura del bastone.  Lei è andata via.  Ho strisciato sopra il carbone con la cosa e poi l’ho messa nascosta sotto il cuscino.  Ho anche picchiato la catena nel muro.

x – Questa è un’altra volta.  Il papà mi, ha legato stretto con la catena.  Ho male perché lui mi ha picchiato.  Questa volta ho strappato via il bastone dalla sua mano e ho fatto il rumore.  Lui è andato via con la faccia tutta bianca.  S’è messo a correre via dal posto dove dormo e ha chiuso la porta.
Io non sono tanto contento.  Tutto il giorno è freddo qui dentro.  La catena viene via piano dal muro.  E ho una rabbia brutta con la mamma e con il papà.  Gli faccio vedere.  Voglio fare di nuovo quella cosa che ho fatto una volta.
Voglio gridare e ridere forte.  Voglio correre su per i muri.  Alla fine mi attacco al soffitto con tutte le mie gambe e pendo giù con la testa e rido e gli faccio colare il mio liquido verde sopra la testa così gli rincresce che sono stati cattivi con me.
E poi se vogliono picchiarmi di nuovo gli faccio male.  Tanto male, ecco.

 

Titolo originale: Born of Man and Woman (1950)
Traduzione di Carlo Fruttero

 

richard matheson. Regola per sopravvivere

Questo è uno dei miei racconti preferiti. E c’è dentro tutta la magia della scrittura. In un certo senso completa idealmente le mie TRE PAROLE MAGICHE, lì era la lettura che faceva sopravvivere il protagonista, qui la scrittura dà la forza all’ultimo sopravvissuto della Terra di andare avanti in un teatro dell’assurdo. I particolari si sommano pian piano. I fili ancora non sotterrati, la polvere e quel vento misterioso… sino all’epifania finale. Molti mi chiedono perché passo tanto tempo su un alfabeto di plastica: mi serve a sopravvivere. Tutto qui.


E si fermarono sotto le torri di cristallo, sotto le eccelse e levigate strutture, che come specchi lucenti riflettevano la gloria dell’acceso tramonto, finché tutta la città fu un vivido, corrusco bagliore. Ras circondò con un braccio la vita dell’amata. «Felice?» chiese con voce carezzevole. «Oh, sì» ella rispose in un soffio. «Qui nella nostra bella città, dove c’è pace e gioia per tutti, come potrei non essere felice?» Dal cielo d’un azzurro inviolato, gli ultimi raggi impartirono una rosea benedizione al loro tenerissimo abbraccio.

FINE

Il ticchettio cessò. L’uomo poggiò le mani sul tavolo e chiuse gli occhi. Quella prosa era un vino, un liquore finissimo che inebriava la mente. Ce l’ho fatta di nuovo, pensò. Per Giove, ce l’ho fatta di nuovo.
Questo senso di umana fierezza lo trasse dal suo rapimento. Numerò le pagine, scrisse l’indirizzo sulla busta e vi infilò il dattiloscritto, pesò il tutto, affrancò, richiuse la busta.
Poi, dopo un’altra pausa di rapita immobilità, s’alzò e si vestì in fretta.
Era quasi mezzogiorno quando, nel suo spelacchiato cappotto di loden, Richard Allen Shaggley s’avviò per la strada tranquilla, verso la più vicina buca delle lettere. Doveva far resto, o avrebbe mancato la levata. E non doveva mancarla: Ras e la Città di Cristallo era un racconto troppo straordinario per poter aspettare fino alla levata del pomeriggio.
L’editore doveva riceverlo immediatamente. Un racconto di vendita sicura.
Fece il giro della grande fossa solcata da un groviglio di cavi (ma quando avrebbero terminato, una buona volta, di riparare queste fogne?), e arrancò avanti in fretta, con la busta stretta tra le dita rigide e il cuore in un tumulto d’esultanza.
Mezzogiorno. Raggiunse la cassetta delle lettere e guardò ansiosamente in giro, per il caso che il postino fosse arrivato qualche secondo prima di lui. Nessuno in vista. Un respiro di sollievo gli sfuggì dalle labbra screpolate. Con espressione radiosa, Richard Allen Shaggley ascoltò il rumore della b- usta che cadeva in fondo alla cassetta.
Poi l’autore felice sgattaiolò via tossendo.
Al aveva di nuovo dolori alle gambe. Avanzava titubando per la strada tranquilla, facendo scricchiolare leggermente i denti, col sacco di cuoio pendente dalla spalla stanca. Divento vecchio, pensò, non sono più in gamba per niente. Reumatismi alle gambe. Brutta cosa, per un postino; difficile fare il mio giro, in queste condizioni.
Alle dodici e un quarto raggiunse la rossa cassetta all’angolo della strada, e tirò fuori di tasca le chiavi. Chinandosi con un gemito, aprì la cassetta e ne trasse il contenuto.
Un sorriso gli schiarì la faccia dolorante. Fece un gesto d’approvazione col capo. Un’altra storia di Shaggley! E da pubblicare di-corsa, naturalmente. Già. È uno che sa scrivere, quello.
Rialzatosi con un nuovo gemito-, Al fece scivolare la busta nel sacco, richiuse a chiave la cassetta, e se ne andò traballante, sorridendo a se stesso. E un piacere, pensò, recapitare scritti simili: anche se mi fanno male le gambe.
Al era un grande ammiratore di Shaggley.

 

Quando Rick arrivò in ufficio dopo colazione, verso le tre di quel pomeriggio, trovò sulla scrivania un appunto del segretario:Nuovo manoscritto di Shaggley arrivato proprio ora.Bel lavoro. Ricordatevi che R.A. vuol vederlo, appena l’avrete finito voi. S.
Un’espressione di giubilo illuminò il volto tormentato dei redattore. Per Giove, questa era una vera manna, in un pomeriggio che minacciava di restare vuoto e inutile. Con le labbra tirate da quello che, per lui, era un sorriso, si lasciò cadere nella poltrona di cuoio, impedì alle dita nervose di correre alla matita rossa e blu (nessun bisogno di correzioni, in un manoscritto di Shaggley!), e prese la busta dallo echeggiato piano di vetro della scrivania. Per Giove, una nuova storia di Shaggley! Che fortuna! R.A. sarebbe impazzito di gioia.
S’accomodò meglio nella poltrona, immediatamente assorbito dalle fini sfumature dell’inizio del racconto. In un tremito di trasporto dimenticò ogni altra cosa e s’addentrò coi fiato sospeso nella lettura.
Che maestria! Che stile! Che scrittore!
Automaticamente, scosse via frammenti di calcinaccio dalle mezze maniche nere.
Il vento, mentre leggeva, s’era levato di nuovo e gli scompigliava i pochi capelli color paglia, carezzandogli la fronte con un’ala di frescura.
Alzò la mano, e si passò un dito lungo la cicatrice che gli traversava il volto dalla guancia alla tempia, come un livido filo.
Il vento si fece più forte, frusciando tra i casellari e facendo volare qua e là, sul tappeto bruciacchiato, fogli scuriti agli angoli. Rick si riscosse e gettò uno sguardo impaziente alla larga crepa apertasi nel muro (ma quando le avrebbero finite, in nome del cielo, queste riparazioni?).
Poi tornò a immergersi, con gioia rinnovata, nel manoscritto di Shaggley.
Arrivato alla fine, si terse dalla guancia una lacrima commossa, dolce-amara, e abbassò una chiavetta del telefono interno.
«Preparate un altro assegno per Shaggley» ordinò, gettando via la chiavetta che s’era staccata. Alle tre e mezzo portò il manoscritto nell’ufficio di R.A. e lo lasciò sul suo tavolo.
Alle quattro, l’editore ne terminava a sua volta la lettura e quasi gridava d’entusiasmo, passandosi una mano soddisfatta sul cocuzzolo scabro.

 

Il vecchio e curvo Dick Allen preparò quello stesso pomeriggio le colonne di piombo per la storia di Shaggley, e gli occhi gli si velavano di lacrime felici sotto la verde visiera di celluloide, mentre componeva con rapidità e accuratezza, tra commossi colpi di tosse che si confondevano col ticchettio della linotype.
La pubblicazione arrivò in edicola alle sei; e prima di metterla – a malincuore – in vendita, lo sfregiato giornalaio la rilesse forse tre volte, agitandosi e dondolandosi sulle gambe intorpidite.
Alle sei e mezzo, l’ometto mezzo calvo spuntò dal fondo della strada e s’avvicinò coi suo passo strascicato. Una dura giornata di lavoro, e un ben meritato riposo! pensò, avvicinandosi all’edicola in cerca di qualcosa da leggere.
Trattenne il fiato. Per Giove, una nuova storia di Shaggley! Che fortuna!

 

E la sola copia rimasta, anche! Lasciò nella cassetta un nichelino per il giornalaio, che in quel momento non c’era, e s’avviò verso casa coi racconto ancora odoroso di stampa, arrancando tra scheletriche rovine (strano che ancora non li ricostruissero, questi edifici bruciati), e leggendo avidamente durante il tragitto.
Prima di arrivare, l’aveva già finito. Dopo cena rilesse ancora una volta, con grandi cenni d’approvazione del capo macerato, pieno d’un reverente stupore per tanta forza d’espressione, per una simile magia e autorità di scrittura.
Sono pagine che ispirano, pensò. Una lettura che mette voglia di scrivere.

 

Ma non adesso. Non stasera. Adesso era tempo di andarsene a letto, dopo aver rimesso tutto in ordine: il coperchio sulla macchina per scrivere, il cappotto spelacchiato, le mezze maniche nere, la visiera di celluloide, il berretto e il sacco da postino; ogni cosa al suo posto.

Alle dieci dormiva, sognando di funghi. E chiedendosi ancora, al risveglio, perché i primi che avevano osservato la nube non l’avessero descritta subito come un agarico di quelli chiamati cimitero, piuttosto che come un fungo in generale
Alle 6 del mattino, dopo una leggera colazione, Shaggley era alla sua macchina per scrivere.

Questa – scrisse – è la storia di come Ras incontrò la bella sacerdotessa di Shahglee, e di come ella s’innamorò di lui.