“Piove sui giusti e sugli iniqui”. “E cosa c’entriamo noi nel mezzo?”

Quest’anno a Milano la primavera tarda ad arrivare, sostituita da un’alternanza tra precoci sfiammate d’estate e scrosci d’acqua che danno un senso nuovo al fine settimana. Per dirla con Woody Allen, anche io

“Amo la pioggia, lava via le memorie dai marciapiedi della vita”.

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L’infernale cratere sulla strada per l’aeroporto

Questo pezzo è soltanto una lunga e densissima citazione, una lettera che lo scrittore Gioacchino Martinez, protagonista de Lo Spasimo di Palermo di Consolo, scrive al figlio Mauro, terrorista rifugiato in Francia.

Un legame si rinsalda tra l’infanzia in Sicilia, la stagione delle stragi e l’eredità dei padri che sono stati figli nel dopoguerra. Toni mitici, che legano alla storia di Martinez e del figlio Mauro la vicenda di Borsellino, anch’egli figlio che lotta per l’autorità perduta del padre-Stato. Sono siciliano e palermitano, di quegli anni ricordo solo un tema fatto in quinta elementare e parole sentite per la prima volta: cellulare e tritolo.
Questa lettera è anche per me, che dello Spasimo di Palermo ricordo il tetto mancante e gli spettacoli teatrali fatti proprio in onore di Falcone ogni anno, a fine maggio, con in testa le stelle. Per arrivare allo Spasimo s’attraversano le vie in cui Falcone e Borsellino hanno giocato, picciriddi con quelli che poi sarebbero diventati mafiosi. Consolo sceglie proprio la paternità come tema portante, una paternità ferità che nasce sulle ceneri di un rimorso mai sopito, di figlio in padre, eredità con cui è d’obbligo confrontarsi e infuriarsi.

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Lo Spasimo di Palermo
Leggendo questo testo il mito lievita, Palermo come Troia, città distrutta, col centro storico mai ricostruito di case sventrate, vestigia perdute e la memoria che cola nei rivoletti delle strade. Padri e figli, come Enea, che si porta sulle spalle il padre Anchise e per mano Iulo. Una lettera che parla a ciascuno di noi, che da ciascuno di noi esige una risposta.

Mauro, figlio mio,
sì, è così che sempre ti ho chiamato e continuo a chiamarti: figlio mio. Ora più che mai, lontani come siamo, ridotti in due diversi esili, il tuo forzato e il mio volontario in questa città infernale, in questa casa… smetto per timore d’irritarti coi lamenti.
Figlio, anche se da molto tempo tu mi neghi come padre.
So, Mauro, che non neghi me, ma tutti i padri, la mia generazione, quella che non ha fatto la guerra, ma il dopoguerra, che avrebbe dovuto ricostruire, dopo il disastro, questo Paese, formare una nuova società, una civile, giusta convivenza.
Abbiamo fallito, prima di voi e come voi dopo, nel vostro temerario azzardo.
Ci rinnegate, e a ragione, tu anzi con la lucida ragione che ha sempre improntato la tua parola, la tua azione. Ragione che hai negli anni tenacemente acuminato, mentre in casa nostra dolorosamente rovinava, nell’innocente tua madre, in me, inerte, murato nel mio impegno, nel folle azzardo letterario.
In quel modo volevo anch’io rinnegare padri, e ho compiuto come te il parricidio. La parola è forte, ma questa è.
Il mio primo, privato parricidio non è, al contrario del tuo, metaforico, ma forse tremendamente vero, reale.
Tu sai dello sfollamento per la guerra a Rassalemi, del marabutto, dell’atroce fine di mio padre, della madre di tua madre, del contadino e del polacco. Non sono riuscito a ricordare, o non ho voluto, se sono stato io a rivelare a quei massacratori, a quei tedeschi spietati il luogo dove era stato appena condotto il disertore. Sono certo ch’io credevo di odiare in quel momento mio padre, per la sua autorità, il suo essere uomo adulto con bisogni e con diritti dai quali ero escluso, e ne soffrivo, come tutti i fanciulli che cominciano a sentire nel padre l’avversario.

 

Quella ferita grave, iniziale per mia fortuna, s’è rimarginata grazie a un padre ulteriore, a un non padre, a quello scienziato poeta che fu lo zio Mauro. Ma non s’è rimarginata, ahimè, in tua madre, nella mia Lucia, cresciuta con l’assenza della madre e con la presenza odiosa di quello che formalmente era il padre.
Sappi che non per rimorso l’ho sposata ma per profondo sentimento, precoce e inestinguibile. Quella donna, tua madre, era per me la verità del mondo, la grazia, l’unica mia luce, e per sempre viva.
La mia capacità d’amare una creatura come lei è stato ancora un dono dello zio.
Al di là di questo, rimaneva in me il bisogno della rivolta in un altro ambito, nella scrittura. Il bisogno di trasferire sulla carta – come avviene credo a chi è vocato a scrivere – il mio parricidio, di compierlo con logico progetto, o metodo nella follia, come dice il grande Tizio, per mezzo d’una lingua che fosse contraria a ogni altra logica, fiduciosamente comunicativa, di padri o fratelli – confrères – più anziani, involontari complici pensavo dei responsabili del disastro sociale.
Ho fatto come te, se permetti, la mia lotta e ho pagato con la sconfitta, la dimissione, l’abbandono della penna.
Compatisci, Mauro, questo lungo dire di me. È debolezza d’un vecchio, desiderio estremo di confessare finalmente, di chiarire.
Questa città, lo sai, è diventata un campo di battaglia, un macello quotidiano. Sparano, fanno esplodere tritolo, straziano vite umane, carbonizzano corpi, spiaccicano membra su alberi e asfalto – ah l’infernale cratere sulla strada per l’aeroporto! – è una furia bestiale, uno sterminio. Si ammazzano tra di loro, i mafiosi, ma il loro principale obiettivo sono i giudici, questi uomini diversi da quelli d’appena ieri o ancora attivi, giudici di una nuova cultura, di salda etica e di totale impegno costretti a combattere su due fronti, quello interno delle istituzioni, del corpo loro stesso giudiziario, asservito al potere o nostalgico del boia, dei governanti complici e sostenitori dei mafiosi, da questi sostenuti, e quello esterno delle cosche, che qui hanno la loro prima linea, ma la cui guerra è contro lo Stato, gli Stati per il dominio dell’illegalità, il comando dei più immondi traffici.
Ma ti parlo di fatti noti, diffusi dalle cronache, consegnati alla più recente storia.
Voglio solo comunicarti le mie impressioni su questa realtà in cui vivo.
Dopo l’assassinio in maggio del giudice, della moglie e delle guardie, dopo i tumultuosi funerali, la rabbia, le urla, il furore della gente, dopo i cortei, le notturne fiaccolate, i simboli agitati del cordoglio e del rimpianto, in questo luglio di fervore stagno sopra la conca di cemento, di luce incandescente che vanisce il mondo, greve di profumi e di miasmi, tutto sembra assopito, lontano. Sembra di vivere ora in una strana sospensione, in un’attesa.
Ho conosciuto un giudice, procuratore aggiunto che lavorava già con l’altro ucciso, un uomo che sembra aver celato la sua natura affabile, sentimentale dietro la corazza del rigore, dell’asprezza. Lo vedo qualche volta dalla finestra giungere con la scorta in questa via d’Astorga per far visita all’anziana madre che abita nel palazzo antistante. Lo vedo sempre più pallido, teso, l’eterna sigaretta fra le dita. Mi fa pena, credimi, e ogni altro impiegato in questa lotta. Sono persone che vogliono ripristinare, contro quello criminale, il potere dello Stato, il rispetto delle sue leggi. Sembrano figli, loro, di un disfatto padre, minato da misterioso male, che si ostinano a far vivere, restituirgli autorità e comando…

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Scrivere un curriculum

Citazione

Che cos’è necessario?

È necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.
È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?

Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Wisława Szymborska

(da “Vista con granello di sabbia”, traduzione di Pietro Marchesani)

Parole e colori (appunti)

Dopo Rimbaud e i suoi colori delle vocali, voglio continuare a indagare sul legame tra tonalità cromatiche e letteratura

Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso. In braccio a una ragazza esco da una porta, davanti a me il pavimento è rosso e sulla sinistra scende una scala pure rossa. Di fronte a noi, sul nostro stesso piano, si apre una porta e ne esce un uomo sorridente che mi si fa incontro con aria gentile. Mi viene molto vicino, si ferma e mi dice: “Mostrami la lingua!”. Io tiro fuori la lingua, lui affonda una mano in tasca, ne estrae un coltellino a serramanico, lo apre e con la lama mi sfiora la lingua. Dice: “Adesso gli tagliamo la lingua”.
Io non oso ritirarla, l’uomo si fa sempre più vicino, ora toccherà la lingua con la lama. All’ultimo momento ritira la lama e dice: “Oggi no, domani”. Richiude il coltellino con un colpo secco e se lo ficca in tasca.

E. Canetti, La lingua salvata
(Traduzione: Amina Pandolfi e Renata Colorni)

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L’inquietudine di Proust

proust nel letto di morte

«La speranza di sopravvivere e di rivivere nella sua opera, che percorsa dall’inquietudine perseguitò senza tregua Marcel Proust, eccola pronta a ricevere la più smagliante delle conferme. Ogni giorno gli regala nuovi lettori, o per meglio dire, nuovi amici.

Ogni giorno Proust viene “scoperto” da qualcuno, ogni giorno qualcuno entra nel suo libro con lunga meraviglia. E così a poco a poco si organizza e si sviluppa la sua resurrezione.

Egli non morirà mai più per tutti gli spiriti che andrà seducendo, egli troverà un eterno accrescimento di esistenza, la più vera immortalità»

Jacques Rivière

fonte: proust.it

Non lasciamoci turbare dal futuro

porte di MARCO MARINCOLA

6 …quanti, già celebratissimi, sono ormai consegnati all’oblio; e quanti, che li avevano celebrati, da tempo sono scomparsi.

7 Non vergognarti di ricevere aiuto: il compito che ti attende, infatti, è di fare il tuo dovere come un soldato che combatte sulle mura. E allora? E se tu, azzoppato, non fossi in grado di salire da solo sugli spalti, e ci riuscissi invece con l’aiuto di un altro?

8 Non lasciarti turbare dal futuro: ci arriverai, se dovrai arrivarci, con la stessa ragione che ora usi per il presente.

Marco Aurelio, Pensieri, libro VII

Siamo nati per la collaborazione

Al mattino comincia col dire a te stesso: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un prepotente, un impostore, un invidioso, un individualista. Il loro comportamento deriva ogni volta dall’ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male. Quanto a me, poiché riflettendo sulla natura del bene e del male ho concluso che si tratta rispettivamente di ciò che è bello o brutto in senso morale, e, riflettendo sulla natura di chi sbaglia, ho concluso che si tratta di un mio parente, non perché derivi dallo stesso sangue o dallo stesso seme, ma in quanto compartecipe dell’intelletto e di una particella divina, ebbene, io non posso ricevere danno da nessuno di essi, perché nessuno potrà coinvolgermi in turpitudini, e nemmeno posso adirarmi con un parente né odiarlo. Infatti siamo nati per la collaborazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti superiori e inferiori. Pertanto agire l’uno contro l’altro è contro natura: e adirarsi e respingere sdegnosamente qualcuno è agire contro di lui

Marco Aurelio, Pensieri, Libro II, 1

foto di Marco Marincola - ALGHE

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