Foto mai scattate

Quegli anni senza cellulare, con la memoria a scattare istantanee che sarebbero presto finite nel mucchio dei ricordi. Finestre aperte su storie sbiadite. Mi sarebbe piaciuto vedere l’evoluzione della mia stanza di ragazzo. Anni e anni di continui cambiamenti, come un time-lapse senza né capo né coda. C’era una vetrinetta fatta dal nonno ebanista con le teste di moro e un mobile ereditato dalla vecchia cucina, stipato di libri su libri e centinaia di albi a fumetti. Ancora più indietro quando l’armadio a muro era scrigno di ricordi e segreti, insieme alla collezione dei Masters of the Universe, con il castello di Greyskull a sorvegliare tutta la situazione. Il tavolino della vecchia sala da pranzo in stile spagnolo, orfano della cassapanca. Il teschio accanto alla lampada da studio che m’avrebbe reso un po’ più orbo e sempre più miope. Le pareti erano state una volta sempre e soltanto celesti, quando ancora i colori erano scelti dal tuo corredo cromosomico già in culla. Poi la carta da parati, poi le pareti di nuovo candide. La stanzetta si espande e rilascia notte dopo notte il suo carico di sogni e balocchi cerebrali.

Spunta il primo mivar grigio e panciuto, 13 pollici, insieme al telefono in stanza. Che quando lo guadagnavi era l’emozione di poter finalmente far le tue chiamate senza essere oggetto di scherno da parte di padre e sorella. La madre di solito tutto vede e tutto sa, nel silenzio del cuore. Il telefono fisso con l’immancabile rosario di “Papà, metti giù che sono al telefono con…”, che poteva essere Dario – gettonatissimo quando eri assente a scuola per avere l’elenco completo, preciso e dettagliato nell’elencarti i compiti per casa, inclusa magari qualche equazione astrale di cui avrebbe già decantato la mirabile complessità – o, peggio, la prima ragazzetta che invitavi al cinema. Quelli erano tempi bui! So bene che a vaneggiare indietro nel tempo arriveremmo presto al primo uomo sulla terra che ebbe il coraggio di incidere sulla pietra il pittogramma del suo perduto amore, ma ci voleva davvero coraggio a comporre il numero fisso, quando ancora il prefisso era riservato alle interurbane. Se poi ti rispondeva il padre? Eri in una canzone di Max Pezzali ancora prima che Max la scrivesse! Anni prima del corredo di squilli, sms, segnali di fumo digitati su cellulari sempre più piccoli e tascabili. Il cuore ti batteva, non sapevi cosa avrebbe spalancato il doppino di rame che ti metteva in connessione con l’altro capo del filo. Era un salto nel buio e il cuore ti batteva in gola. Peggio solo quando eri sotto casa e citofonavi. Che ne sappiamo noi di come deve essere la vita di oggi, con la concorrenza di mille pretendenti sui vari social! Prima eravate tu, lei e la chimica di odori e sguardi.

Arrivarono presto i poster. C’era Tiffani-Amber Thiessen, che arrivava direttamente dal Cioè della sorella. La Kelly di “Bayside school”, poi le locandine comprate a 5000 lire l’una al cinema. Lo stereo in un angolo, le casse sempre più massicce, le riunioni con gli amici. La prima puntata di Futurama e South Park viste sul divano bianco davanti a due coca cola e un piatto di patatine fritte con Ivan. Ci sono blocchi monolitici di ricordi che galleggiano su tutto. Nitidi come se fossi ancora lì. Non c’è nemmeno una polaroid di tutto quel periodo. Lontano dagli scatti dei parenti e prima dei cellulari e delle macchinette digitali c’eravamo solo noi. E penso che tutta sta riflessione partiva da mia nipote che a 5 anni sbircia se stessa nelle foto che ho stipato sul cloud, di lei ce ne sono più di un migliaio, foto e video di lei che cresce foto dopo foto. Lei si scopre, guarda quella maglietta che le piaceva tanto, i giocattoli che adorava in quel preciso momento della sua vita. Si riascolta cantare quella canzone che era il suo cavallo di battaglia di allora. Rivive scrolling dopo scrolling i suoi primi cinque anni a una velocità che nessuna generazione prima ha mai solamente pensato di sfiorare. Tutte queste prove documentali che dimostrano da dove arriva e dove sta andando, l’aiuteranno a ricordare in maniera ancora più nitida o atrofizzeranno i ricordi? Lo vedremo fra qualche anno. Su Google Foto la mia vita digitale inizia 13 anni fa. Appena tornato dal Sud America. Il primo cellulare sincronizzato con l’account di Gmail. Gli anni più vecchi vanno recuperati su vecchi illeggibili floppy, su backup ormai perduti per sempre. 13 anni. Un terzo della vita è già digitalizzato… Come scriveva Umberto Eco alla fine del millennio:

«Oggi l’universo elettronico ci suggerisce che possano esistere delle sequenze di messaggi che si trasferiscono da un supporto fisico all’altro senza perdere le loro caratteristiche irripetibili, e sembrano persino sopravvivere come puro immateriale algoritmo nell’istante in cui, abbandonato un supporto, non si sono ancora impressi su un altro. E chissà che la morte, anziché implosione, sia esplosione e stampo, da qualche parte, tra i vortici dell’universo, del software (che altri chiamano anima) che noi abbiamo elaborato vivendo, fatto anche di ricordi e rimorsi personali, e dunque sofferenza insanabile, o senso di pace per il dovere compiuto, e amore.»

Umberto Eco, In che cosa crede chi non crede

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