Millemilano (1)

«Milano non è una brutta città, è una città che è stata ricostruita più volte e da cui hanno storicamente girato alla larga esteti e fancazzisti. Qui anche Leonardo, che era Leonardo, l’hanno chiamato per sistemare i Navigli e renderli navigabili. Il Cenacolo l’avrà dipinto di nascosto, rubando il tempo tra una chiusa e un disegno di macchine belliche. Se vuoi ti faccio da cicerone in una visita guidata lungo le strade di questa città che non è mai riuscita a diventare antica, perché è sempre stata rifatta secondo le necessità del momento. Adesso no, perché abbiamo fretta.»

Piero Colaprico, L’estate del Mundial

Viaggiare in tram la sera non gli era mai piaciuto. Al mattino era diverso, c’era ressa, c’era fermento, i giornali venivano aperti e sbirciati, gli studenti vociavano. Era quella la Milano prosperosa e vitale, il ricettacolo di ogni follia e di ogni novità, la patria di ogni cambiamento e dei nuovi fermenti. La Milano simile a un’astronave carica dei più grandi ambiziosi arrivati da ogni angolo della penisola e del mondo, il teatro dei protagonismi di chi ci tiene, nel bene e nel male, ad apparire, a essere riconosciuto. Non esisteva in Italia un’altra città così. Con quella fretta costante che gli estranei non capiranno mai, ma che ti catapulta, oh milanese, sì, lo sai che è così, in una moltitudine di giorni. Ore e ore che si susseguono come vagoni di un treno. Scompartimenti in cui si possono incontrare criminali che nascondono le mani insanguinate e vittime che schivano colpi di rasoio; in cui cerchi di parlare con i fantasmi del passato e con le ballerine in cerca del futuro; ti metti seduto con ricchi che possono tutto e con disperati che non hanno niente; li vedi, li riconosci a pelle i tuoi simili, quelli che come te hanno trovato la medicina del mal di vivere nello sbattersi quotidiano.Alla fine, come in una terapia riuscita, noi milanesi che corriamo, e abbiamo il fiatone, e sudiamo, al traguardo incontriamo sempre noi stessi. Anche se siamo stanchi e ci osserviamo incanutirci nel riflesso del vetro del tram, non possiamo non continuare questa corsa, verso traguardi irraggiungibili. Non possiamo non stringere o evitare le altre mani, non possiamo non stare qui, dove stiamo, a Milano.

Piero Colaprico, L’estate del Mundial

Gabriele scese viale Monza fino a piazzale Loreto, dove avevano appeso Mussolini a testa in giù. Pensò di andare al cinema, ma non voleva spendere soldi; così camminò. Ovunque c’erano lavori in corso. Più si inoltrava in Milano e più gli appariva essa stessa un cantiere, una città distrutta e nuovamente eretta tra il turbinare di polveri. Gabriele vide la terra squarciata, e operai indaffarati nell’incavo: fumavano scrutando giù nel buio, le lampade sui caschi gialli, quasi fossero alla ricerca di una vena di metallo prezioso. Ecco il futuro. Lì e non in alto, lì nelle viscere della città.

Giorgio Fontana, Prima di noi

Io sono speciale. Inutile negarlo. La modestia non è da me. Do a tutti la possibilità di essere tutto quello che vogliono. Vuoi essere un commercialista o un designer, uno stilista o un manager, un attore o un rapper o un’altra cosa ancora che finisce per erre? Vuoi essere uomo politico o un palazzinaro… o entrambe le cose? Va bene, accomodati. Vuoi essere uno sceneggiatore di fumetti? Va bene anche quello. Io ti do tutte queste opportunità. Poi sta a te sfruttarle. Se non ci riesci, non è colpa mia.

Non dormo mai, ve l’ho detto. Ma a volte, a mio modo, riposo. Quando mi sento tranquilla, serena come questo cielo stellato di un autunno che, per una volta, non è un inverno sotto falso nome. Sono fatta di sogni e di incubi, vi ho già detto anche questo. Ma soprattutto sono fatta di storie, immaginate e reali. Così come immaginati e reali sono sogni e incubi. Sono storie. Nel momento in cui la raccontate, ogni storia è inventata. Quando la rendete credibile, ogni storia è reale.
Le storie scorrono dentro di me, senza mai fermarsi. Iniziano, finiscono, si intrecciano e si trasformano, dando vita ad altre storie. Ad altri sogni e ad altri incubi. Però ogni tanto mi piace godermi una storia, in quel momento in cui tutto sembra compiuto. Prima che le vite dei protagonisti ripartano, generando altre storie che sono la continuazione di quella. Perché le vite vanno avanti, finché vita c’è. E, in me, anche dopo.

Tito Faraci, Spigole

“A Milano ci si perde. In macchina, a piedi, con i mezzi pubblici. Tutti si perdono. I milanesi per primi. Perché Milano non la conosce nessuno. O meglio, se ne conosce veramente soltanto un pezzo. […]
A Milano ci si rintana. Tutti trovano un posto per loro, alla fine. E dopo diventano troppo pigri o impauriti, o svagati o ciechi o sospettosi per andare oltre, per scardinare i percorsi della città diuturna, ma anche di quella notturna. Si rintanano perché non riescono a vedere lontano, disabituati ai boulevard, al longitudinale, al diametrale, nonché al respiro vasto di piazze vere. Lo sguardo non può mai spingersi troppo in là. C’è sempre qualcosa davanti. C’è sempre la stratificazione curvilinea di una cipolla, il verticalizzare oscuro delle foglie di carciofo.
Questa città, che è folla innumerevole e dispersa, formicaio senza geometria”.

Tito Faraci, La vita in generale

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