racconti/storie nostre

Chissà se hanno i social dall’altra parte

Non allacciava parole da troppo tempo.
Non erano le idee a mancargli, quelle mai. Anzi venivano a trovarlo in ogni momento della giornata. Aveva detto addio alla sua isola, partendo per il Nord e da lì era stata tutta salita. Gli anni erano passati, lenti i mesi, veloci i giorni, troppo corti gli anni. Quanti ancora si ricordavano di lui nel suo paese? Quanti lo ricordavano distrattamente nei loro pensieri?
Neanche sfogliare pagine lo rasserenava più. La vita chiedeva continuamente il suo tributo, di attenzione, di passione, di coraggio. Riprendere la sua storia era doloroso. Anni senza mettere nero su bianco i pensieri gli avevano arrugginito le sinapsi. Eppure se lo ricordava ancora quant’era facile riempire le pagine, mettere insieme vite e storie, mettere insieme pensieri e connessioni. Trovare l’ordito nascosto nelle pieghe delle piccole storie.
E a vedere come l’acqua turbinava in piccoli mulinelli, sotto il temporale sempre più insistente, lo lasciò senza energia.
Quella sera fece di nuovo il sogno che lo perseguitava.

Si ricordava quella vecchia poesia…
«Cosa mi manca di allora?».
Quella strana sensazione di leggersi a distanza di anni, trovarsi così diversi dal giovane che eravamo stati.
Rubare vite, sbirciare destini. Gli anni avevano chiesto il saldo. E di tanti non ricordava neanche le voci. Li vedeva invecchiare nelle foto, anno dopo anno. Pensiero dopo pensiero, lutti, nascite, matrimoni, divorzi, trasferimenti.
Che senso avevano certi giorni infiniti? Era fallito anche l’editore che gli aveva dato il primo lavoro quando era arrivato qui al Nord. Non avrebbe più potuto sfogliare l’anteprima del nuovo numero della rivista. Anche il sito si sarebbe fermato a quel preciso instante in cui era comparso il comunicato sindacale. Fermo per sempre, intrappolato in quell’immagine di finta eternità. Almeno sino a quando qualcuno avrebbe provveduto a pagare il dominio. Spento anche quello, la testata avrebbe continuato a vivere solo nel ricordo. Come già era successo anche al giornale in cui lavorava prima del Viaggio. Lo chiamava così, con la maiuscola che si meritano le grandi idee. Pomeriggi, sere, nottate ad aggiornare quotidiani e mensili che ora sarebbero scomparsi per sempre. Quanto era vano aver faticato interi lustri su progetti che poi, per scelte avventate della direzione, andavano a schiantarsi nel muro delle disillusioni… Qual era il peso concreto di qualcosa che pur vivendo solo nel grande mare digitale incideva tanto su vite, mutui e destini?
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Si immaginava un social network in cui spiare i sentieri interrotti, sovrapponendo percorsi alternativi a quelli reali. Un facebook della memoria in cui ritrovare le persone che non c’erano più, i volti del passato, i giornali che non venivano più stampati, i cimeli e le vestigia di una vita che sarebbe potuta andare in maniera differente.
Pagine vive di una vita alternativa, porte scorrevoli su diversi futuri . Pagine in cui poter ritrovare il suo vecchio amico che aveva deciso di avere 27 anni per sempre volando dalla finestra della facoltà che li aveva visti crescere. Pagine in cui ritrovare suo padre morto già da dieci lunghi anni che continuava a leggere Tex mese dopo mese, usando la carta strappata da un vecchio quotidiano come segnalibro per non sgualcire le pagine. Un condominio digitale senza istruzioni per l’uso in cui ritrovare quello che si credeva perduto per sempre. Una fascinazione della mente, coacervo di avariate e mal riposte speranze. Un giorno anche il vero Facebook finirà come i giornali per cui aveva lavorato, dimenticato da tutti, alla stregua di un ignoto passatempo in cui avremo finito per accatastare all’inverosimile ricordi e autonarrazioni che, sulla carta, non avrebbero avuto spazio. Trincerate in questo perimetro di solitudini incrociate avevano saziato l’oscena curiosità di un’intera generazione.

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