Bagheria morì d’improvviso

foto di Guido Grassadonio

Cosa resterà di me, del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita…
Franco Battiato, Mesopotamia

Bagheria morì d’improvviso, una mattina d’inverno. Morì in silenzio, così come sempre aveva vissuto, stanca di essere nominata nei telegiornali con la stessa presentazione, fotografata sempre di profilo, vecchietti sullo sfondo a giocare a carte.
Morì che tutti eravamo distratti, accecati da amore o persi ad inseguir lucertole sui muretti di tufo.
A poco servì l’università di Palermo in una delle ville seicentesche. Ancora meno quando si decise di dipingere il centro storico con murales dai colori belli e vivi. La città si spense a poco a poco, con la peste che covava aspettando i topi.
Ci provarono quelli degli striscioni sgrammaticati ma niente, tutte le proposte si arenavano e scoppiavano al sole, implodevano. Si piegavano, girasoli al contrario: invece di seguire il moto della stella gialla, i bagheresi sempre più al fondo, nel buio dei fondaci coi sorci verdi che i nonni usavano per terrorizzare i nipoti.
Davanti a un bar del corso, il garzone continuava a gettare manate di sale, a scacciare il lercio dai pavimenti lastricati di belle e inutili intenzioni. Non servivano i comizi e nemmeno andarsene era una soluzione. E così, anno dopo anno, la città sembrava sempre più il set di un film di zombi barcollanti.
La fine mi sembrò più vicina quando andai in pensione.
Per anni avevo provato a smuovere le coscienze. Cercavo di svegliare i più giovani dal torpore che s’era già portato via pure i miei figli. Tutti mi dicevano che ero pazzo, che lottavo contro mulini a vento. Che le parole erano più inutili dei legnetti del gelato, che almeno quelli servivano a togliere la merda dalle scarpe. Ma quei cervelli erano troppo giovani per avere già provato quell’impermeabilità alla speranza che ci accomuna tutti, quelle anime ancora non intossicate dal nostro disamore tetro e coriaceo.
Almeno un manipolo dei miei studenti ce la farà, ne sono certo. Smuoverà questo stagno putrido prima dell’estrema unzione.
Non ci credo che tutti questi discorsi non abbiano trovato manco un grammo di cuori giovani e teneri in una generazione. Io insegno da quando erano ancora permesse le scudisciate sui palmi. E la mafia può farmi uno shampoo allo scroto coi suoi silenzi e le sue mezze parole. O può pure cacciarsi una piantagione di zucchine per il culo. Che Binnu la bestia sanguinaria gestisca pure la caduta delle foglie d’autunno! Lui andava sino a Monreale solo per vedere correre i cavalli, tornandosene sotto il suo cielo trapunto di stelle a vivere dei nostri sogni e delle nostre speranze.
Lo possiamo capire solo noi che cos’è la mafia, che Hollywood ne ha fatto un melodramma sul fatto che qui è una pagina d’opera per ogni questione. I picciriddi zitti e muti con le ossa rotte oppure fanno una reazione appena li tocchi che se la sognano pure tutti gli incornati per San Firmino. Quelli che non piangono, li tirano su con una logica elementare, dicendogli che la vita va fottuta prima che ti fotta. Che devono campare tutti, che, chi può, fa i soldi ma sino a un certo limite. Perché tutti devono mangiare.
Me lo ricordo ancora: dovevo registrare mio figlio, il mio primogenito. Ci vado lo stesso giorno in cui mia moglie me l’ha dato dopo dieci ore di travaglio. Trovo la scrivania vuota. E vuota è pure la sedia dell’usciere. Ripasso l’indomani e uguale. Qui cosa sia un déjà vu immobile manco abbiamo bisogno di spiegarlo. Si ripresenta ogni giorno uguale, che non ti meravigli se una situazione la rivivi all’infinito. Al terzo giorno capii pure io. Anzi, me lo fecero capire: se non ci mettevo in mezzo almeno diecimila lire mio figlio non sarebbe mai stato registrato.
Qua mica che puoi decidere di pisciare controvento. Lo fanno solo loro, sulla tomba tua e dei tuoi ideali.
Mi illudo di vedere segnali di fumo. Sono solo le emissioni di azoto che rilasciano le ossa macinate sbiancate al sole. Ogni mattina esco di casa presto, prima che la città organizzi la sua vita nell’intervallo tra due caffè.
Esco e prendo una copia del giornale, me lo leggo prima di pranzo. Lo sconforto lo vedo uguale in tutto il mondo. Solo che qui lo sconforto è già rassegnazione, la rassegnazione è angoscia e l’angoscia è morte. (continua su La Voce di Bagheria)

questo racconto risale al 2005, l’editing è di Domenico Di Tullio

La foto del pupo di Villa Palagonia è di Guido Grassadonio

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