nostalgia del fare

C’era una volta l’ottimismo di muovere le mani attorno al materiale, imparando a togliere «sempre più quel distacco tra ciò che vuoi fare e ciò che fai», come nel primo Calvino torinese (I giovani del Po, 1957-58). O magari il pendolarismo di Ugo Braida, figura-tipo di quegli operai «minori» che ogni mattino arrivano a Torino dalle province piemontesi nel romanzo Gli anni del giudizio (1958) di Arpino. Quel cantare (o scatarrare) nel buio di treni da «baracchini» che si muovevano al passaggio di un Paese in crescita dai campi al «fabbricone», in attesa di quegli altri treni della speranza che stanno per arrivare dal Sud. Parenti ancora sani di quel vizio che sta per insidiare il fegato di un Ottieri all’assalto del suo Donnarumma ((1959) o il cuore di un Volponi eporediese all’incontro del suo Albino Saluggia in Memoriale (1962): prossimi l’uno e l’altro al famoso fascicolo n. 4 del Menabò di Calvino e Vittorini, ma più ancora alla grande parabola dei condizionamenti psicologici e della falsificazione consumistica di ogni valore morale che si profila con Il padrone (1965) di Parise.

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