Un popolo di imprenditori

Sarà stato il timballo di broccoli e il suo insostenibile peso specifico per porzione ma ieri proprio non riuscivo a prender sonno. Ho provato coi Beati Paoli, ma quelli della Flaccovio hanno scelto dei caratteri così piccoli che a leggerlo a letto proprio non ci si  riesce. E storie di vendetta così inturciuniate e appassionanti non son proprio consigliate per corteggiare Morfeo.

Allora ho fatto quello che sempre faceva mio padre: accendere la tv per tendere agguati ai sogni che si fanno aspettare. E non fregandomene nulla di calcio ho sterzato su Rai3 dove c’era quella che faceva la pubblicità del caffè solubile che intratteneva i suoi ospiti col suo tono monocorde parlando della crisi occupazionale con fior fior di ospiti: Sergio Rizzo, coautore di Gian Antonio Stella per La Casta e penna di punta del Corrierone; Andrea Pezzi stempiato e sempre più distaccato da questo mondo, un imprenditore che in punta di fallimento prima dei fatidici trent’anni ebbe la botta di culo di cambiar rotta e costruire barche di lusso e poi lei. Una a caso, una laureata in scienze diplomatiche che era stata in mezzo ai canguri, tra le piramidi per poi ritornare a tentar di spiegare le promozioni della Tim a noi povera gente comune che mai potremmo capirle.

Quest’ultima, nostra sorella ideale nell’eletta schiera dei paratrentenni è bella, mezza finlandese e pure di famiglia agiata. Invece di far come tutte le mezze finlandesi e rifarsi le zizze per far carriera in tv voleva – che ardita! – non gravare sulla famiglia, diventata il più gettonato ammortizzatore sociale. Pezzi, che  obliando la sua Ovopedia (progetto di riscrittura della storia recente cofinanziato dall’attuale presidente del consiglio) faceva bella figura a demonizzare tutti sti giovani che hanno ancora la pretesa di un posto fisso nella pubblica amministrazione, che ripetono intartarate abitudini che li conducono – ah, l’eterno ritorno! – sempre al punto di partenza, a leccarsi la sarda con un esile contratto di prestazione occasionale.

Ci metteva pure il carico il castigatore Rizzo che, tanto per completare il quadro, quando la Camila nazionale ha citato  la lettera di Celli ha detto candidamente che avrebbe fatto la stessa cosa col suo rampollo. Tiriamo le somme: il più simpatico era il corrispondente dall’Oriente che consigliava a tutti di trovarsi il proprio gatto portafortuna, come le filosofie del sol levante insegnano. E tutti gli altri un allegro carrozzone di monadi senza porte e finestre che salmodiavano le lodi della propria intraprendenza con la mezza finlandese che poteva solo concludere: e allora perché continuare a studiare se tutti dobbiamo diventare imprenditori? Ecco, il progetto di Mariastella Gelmini e dei suoi occhialetti azzurri cresce ch’è un piacere!

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2 thoughts on “Un popolo di imprenditori

  1. Io l’ho vista diversamente. Secondo me anche se esposte con una saccenza a tratti insopportabile i punti di vista di pezzi, dell’imprenditore culoso e di rizzo non sono peregrini, e anzi ho trovato altrettanto irritante quelli della ragazza. Se non altro perchè la domanda da lei fatta “ma un laureato in lettere che voglia fare l’insegnante come fa?” sembra uscita da un mondo che non è più il mio. O qualcuno crede che la nostra società avrà bisogno di tanti insegnanti quanti sono i laureati in lettere che vorrebbero diventarlo? o medici? o laureati in giurisprudenza? o esperti, come quella ragazza, di diplomazia internazionale?
    Il succo si traduce nell’unica frase da prendere e ricordare dello scampolo televisivo: oggi l’ottimo è bravo, il bravo è normale. Non serve a niente essere bravi. Bisogna tentare – per quanto possibile – di diventare utili. In una società, in una economia che funzionano si può aspettare l’occasione, di essere cooptati. Oggi no.
    E poi scusa, ma mi pongo una domanda: questa tizia dice di aver lavorato per più di dieci anni per mantenersi agli studi prendendo quattro lauree, facendo lavori anche interessanti (gestire un albergo non mi pare una cosa proprio alla portata di uno studente) e poi una volta laureata non trova più nulla? sarà mica che bisogna sapersi adattare??

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