“Il mio nome è legione”: buio caravaggesco e un’imperfezione per amare

Si passeggiava lungo via Dante tra piramidi di munnizza, in compagnia del buon Nino e mentre le pale meccaniche tentavano di riportare la situazione alla normalità, si parlava di letteratura. Che i libri se hanno un’utilità è proprio questa: servono quando il mondo s’accartoccia inevitabilmente su se stesso, sino a schiacciarci.  A consigliar classici per rimpolpar la faretra delle citazioni siamo tutti bravi. La faccenda si complica parecchio quando ti chiedono giovani autori, abitanti a te coevi della Repubblica delle Lettere.
Ho dovuto meditare non poco, tra il miasma della decomposizione delle vestigia della nostra epoca. E poi ho tirato le somme. Da evitare il celebratissimo “capolavoro” di Giorgio Vasta, che scriverà pure bene e insegnerà anche agli altri come si mettono in fila parole ma è solo una bella confezione, con copertina pluripremiata ma vuoto a rendere. L’attenzione agli anni Settanta da parte di tutti sti letterati sarà pure cosa buona e giusta ma lascia immobili e non indaga su questi anni, non offre appigli e ci regala le fantasime d’un’epoca che fu e che tanto danno fece. Non offre che vani riflessi d’auto in fiamme e gatti morti di cimurro.
E dir che nacque, a detta della stessa testa nuda di Vasta, in seno a un’altra opera nata dentro alla nostra BombaSicilia, quella “Tragedia negata” di Demetrio Paolin che inaugurò Vibrisselibri.
Tematiche analoghe ma diverso modo d’approciarle in uno dei primi testi che posso suggerire e/o imporre senza temer colpi di copertine sulla zucca: “Il mio nome è legione”. Smilzo e densissimo ultimo lavoro di Paolin, pubblicato dalla Transeuropa dopo l’appello di Genna dell’anno passato, un perentorio “pubblicate Paolin!”.
Che Genna sia bravissimo e insuperabile a trovar roboanti e desueti aggettivi e avverbi per rivestir la nudità nostra e delle nostre parole, è sotto gli occhi di tutti. Stavolta però ci azzecca consegnandoci un testo che incide le carni, sin dentro l’origine del male che ci accompagna. Con scene montate ad arte, come in un riuscito flashback. Immagini potenti che restano e lievitano: maestosa l’immagine dei figli che, alla morte del padre, danno finalmente l’antiruggine al cancello, lasciando riccioli di ferro in pasto al tempo. Perché “ci vuole un’imperfezione che ci permetta d’amare […], lascio un’imperfezione e so che così potrò prendermene cura un’altra volta, in un altro momento”.
Tutto il sottotesto, la riflessione sulle Br e sul silenzio di quegli anni è interrotto soltanto dal pianto urlato della madre del protagonista alla notizia dell’assassinio di Moro. Ritratto delineato con un linguaggio ch’è magma e latte nero da succhiar come Cimmone che, condannato alla morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero al di là della grata. E tutto il romanzo è questo vedo/non vedo, come se fosse scritto in una grata di parole, con occhi tagliati dal sovrapporsi di sbarre arrugginite.
È un romanzo in cui non c’è spazio per anime che s’amano al di là delle nuvole. C’è spazio solo per corporeità declinate con pura e chirurgica attenzione: due down che si baciano incrociando, come tutti, le lingue; due cani che si buttano nel vuoto; la tragedia di Novi Ligure e la morte del padre e di un ragazzo biondo dell’oratorio. Quest’ultimo sceglie di morire in una cascina, vicino alla terra, bevendo fertilizzanti. Scelta non casuale e anticipata dal macabro intento di soffocare una colonia di formiche turando l’entrata del loro formicaio. Tutto in una scrittura tersa che trapunta d’un buio caravaggesco questi anni che “cadono irrimediabilmente”.

Si passeggiava lungo via Dante tra piramidi di munnizza, in compagnia del buon Nino e mentre le pale meccaniche tentavano di riportare la situazione alla normalità, si parlava di letteratura.

Ché i libri se hanno un’utilità è proprio questa: servono quando il mondo s’accartoccia inevitabilmente su se stesso, sino a schiacciarci tra roghi di rifiuti in fiamme.  A consigliar classici per rimpolpar la faretra delle citazioni siamo tutti bravi. La faccenda si complica parecchio quando ti chiedono giovani autori, abitanti a te coevi della Repubblica delle Lettere.

Ho dovuto meditare non poco, tra il miasma della decomposizione delle vestigia della nostra epoca. E poi ho tirato le somme. Da evitare il celebratissimo “capolavoro” di Giorgio Vasta, che scriverà pure bene e insegnerà anche agli altri come si mettono in fila parole ma è solo una bella confezione, con copertina pluripremiata ma vuoto a rendere. L’attenzione agli anni Settanta da parte di tutti sti letterati sarà pure cosa buona e giusta ma lascia immobili e non indaga su questi anni, non offre appigli e ci regala le fantasime d’un’epoca che fu e che tanto danno fece. Non offre che vani riflessi d’auto in fiamme e gatti morti di cimurro.

E dir che nacque, a detta della stessa testa nuda di Vasta, come risposta a un’altra opera nata dentro alla nostra BombaSicilia, quella “Tragedia negata” di Demetrio Paolin che inaugurò Vibrisselibri.

Tematiche analoghe ma diverso modo d’approciarle in uno dei primi testi che posso suggerire e/o imporre senza temer colpi di copertine sulla zucca: “Il mio nome è legione”. Smilzo e densissimo ultimo lavoro di Paolin, pubblicato dalla Transeuropa dopo l’appello di Genna del 2007, un perentorio “pubblicate Paolin!”.

Che Genna sia bravissimo e insuperabile a trovar roboanti e desueti aggettivi e avverbi per rivestir la nudità nostra e delle nostre parole, è sotto gli occhi di tutti. Stavolta però ci azzecca consegnandoci un testo che incide le carni, sin dentro l’origine del male che ci accompagna. Con scene montate ad arte, come in un riuscito flashback. Immagini potenti che restano e lievitano: maestosa l’immagine dei figli che, alla morte del padre, danno finalmente l’antiruggine al cancello, lasciando riccioli di ferro in pasto al tempo. Perché “ci vuole un’imperfezione che ci permetta d’amare […], lascio un’imperfezione e so che così potrò prendermene cura un’altra volta, in un altro momento”.

Tutto il sottotesto, la riflessione sulle Br e sul silenzio di quegli anni è interrotto soltanto dal pianto urlato della madre del protagonista alla notizia dell’assassinio di Moro. Ritratto delineato con un linguaggio ch’è magma e latte nero da succhiar come Cimmone che, condannato alla morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero al di là della grata. E tutto il romanzo è questo vedo/non vedo, come se fosse scritto in una grata di parole, con occhi tagliati dal sovrapporsi di sbarre arrugginite.

È un romanzo in cui non c’è spazio per anime che s’amano al di là delle nuvole. C’è spazio solo per corporeità declinate con pura e chirurgica attenzione: due down che si baciano incrociando, come tutti, le lingue; due cani che si buttano nel vuoto; la tragedia di Novi Ligure e la morte del padre e di un ragazzo biondo dell’oratorio. Quest’ultimo sceglie di morire in una cascina, vicino alla terra, bevendo fertilizzanti. Scelta non casuale e anticipata dal macabro intento di soffocare una colonia di formiche turando l’entrata del loro formicaio. Tutto in una scrittura tersa che trapunta d’un buio caravaggesco questi anni che “cadono irrimediabilmente”.

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