Legno, ferro e la tristezza dei sacchetti di plastica

Mia madre m’ha sempre raccontato un aneddoto, uno di quei ricordi che riannodano a doppio filo memorie che altrimenti andrebbero inevitabilmente perdute.
Riguarda mio nonno Biagio, ex meccanico della Marina Regia che poi per il resto della vita lavorò al tornio, crescendo generazioni di futuri tornitori.

Mio nonno viaggiò nei mari del mondo anni e anni, aggiustando i motori delle petroliere. E quando tornava nella sua Bagheria, nella casa del Corso aveva gli occhi pieni delle novità del mondo.
Quando vide il primo sacchetto di plastica lo rapì uno strano magone che scacciò il sorriso sincero che sempre teneva sul volto.

Mia madre lo ricorda bene, passeggiavano per strada e dall’emporio  uscì una signora con la busta di plastica invece della solita confezione di carta. E mio nonno capì e come Tiresia vide quel che non voleva vedere.
Sterminate pianure soffocate dalla plastica, dal polietilene che figliava dopo il successo dell’hoola hop con cui pure le sue quattro belle figlie si divertivano.

L’altro nonno faceva il falegname. Ci penso spesso ai miei nonni, ancor di più che ora mio padre li ha raggiunti al di là delle nuvole. Falegname e torniere, legno e ferro, entrambi lavoravano la materia con passione, come provo a far io con le parole. Ed entrambi erano maestri nell’arte del riciclo, ancor prima che diventasse un obbligo puntualmente disatteso. Quello che adesso è il mio garage, il tempio di mio padre, suo rifugio e locus amoenus in cui aggiustare l’inaggiustabile, trabocca di oggetti rinventati a nuova vita, motorini di lavatrice che diventano smerigliatrici, bulloni che diventano manici di stringi-caffettiere, ritagli di legno e metallo che sono splendidi cornici sovrapponibili, chiodi da 30 che opportunamente sagomati diventano porta-orologi da tasca…

Tutti e tre, nonno Biagio, nonno Nino e papà credevano nelle continue reincarnazioni della materia che gli dava pane e companatico. Mio padre prima di finir a fare il finanziere ai confini era il picciotto di bottega del nonno, incominciò dal gradino più basso: raddrizzar chiodi.

E tornano alla memoria pure le storie di Topolino, quando il mercoledì puntualmente la mamma mi portava dal signor Pippo a comprarlo.
Le storie di Paperopoli erano – e sono – le mie preferite. Alcune le ho riciclate in quell’humus che è linfa per racconti e articoli e perfino durante le lezioni private di filosofia, italiano e storia che mi capita di dare. Storie memorabili e italianissime: come “Paperino e le massime di Zio Paperone” di Massimo De Vita, in cui lo sfortunato papero neo-75enne chiede soldi all’avarastro e ottiene consigli a buon mercato, le “massime” che scrive su altrettanti cartelloni. E Zio Paperone gli racconta proprio che iniziò a far soldi raddrizzando chiodi dei relitti sulla battigia. E in un’altra Paperinik per risolvere l’emergenza rifiuti che afflige la sua città come adesso Bagheria, s’inventa un premio. Ad Archimede fa impersonare un losco figuro che sottrae importanti piani fondamentali per la sicurezza nazionale. Che durante la sua fuga finiscono nell’immondizia.
I paperolesi devono contribuire alla ricerca, tenendo pulita la città. E il premio è sotto gli occhi di tutti: una città di nuovo vivibile e profumata.
Che sia la soluzione anche per l’amatissima Bagheria che continuamente affossano?

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