Chiamatemi dottore

Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree. Chiamatemi dottore.

Ogni notte, quando aspetto mia madre sul pianerottolo del terzo piano dell’ospedale, ripenso a quest’ultimo anno, a come si siano sgretolati sbilenchi presupposti che dovevano lanciarmi nell’empireo della carta stampata. Sono stato annorbato da vagoni di complimenti, con poco pelo nello stomaco per capir che gli altri hanno ben altre preoccupazioni che aiutar te ad emergere.

Ci voleva l’ultimo tassello, la damnatio memoriae sistematica e reciproca di quelli che chiamavo amici e maestri, capaci solo di prendere continuamente in giro, “ho per le mani un progetto… se va in porto il primo a cui avevo pensato eri proprio tu”, o peggio ancora “ho visto che mi hai mandato il curriculum, complimenti, ma sei troppo quotato per vender assicurazioni sulla vita a scalcagnati padri di famiglia che manco tengono più gli occhi per piangere”, e magicamente, nel frattempo han collocato zita, amante, amante dell’amante, cugino acquisito e figlio del vicino, che erano invece così poco quotati da essere perfetti e riciclabili per ogni dove.

Scotolando per bene, son rimaste le vere cose importanti, l’amicizia di due, al massimo tre amici che sono davvero e inspiegabilmente tali, malgrado la mia storica incapacità ad alzar cornette e parlar del nulla, son sufficienti quegli sporadici e non preventivati incontri per rafforzarci a vicenda. È rimasto pure quel cugino che è quasi fratello con tutta la semplice sicurezza che lui ripone sul futuro e sulla Famiglia. Quella famiglia che vacilla, concretamente incapace di tener testa alle difficoltà che i rampolli di ogni ramo si trovano a fronteggiare. Talentuosi come ogni dannato bipede implume che condivide il corredo cromosomico di quelle scimmie che scesero un dì lontano dagli alberi. Perché, amici miei, parliamoci chiaro, per qualcuno saranno le parole, per qualche altro i tratti di matita o la capacità di memorizzare battute, malattie, facce e soluzioni d’equazioni intorcigliate. Per qualche altro è semplicemente la fortuna a dar forma e sostanza a una buona eredità che non va dispersa perché si continua a investire e crescere e prosperare.

Ma giunti a questo snodo fondamentale, cosa resta? Speranza? Ormai l’abbiamo capito tutti che la speranza è davvero roba buona per le signorine, che il mondo ha denti da squalo e il prossimo ad essere morso potresti essere proprio tu.

Ripenso a quanto scrisse quel gran siracusano di Vittorini:

«C’è oggi nel mondo, non solo in Italia, una disperazione di vivere che sembra togliere, proprio ai più giovani, ogni possibilità, anche semplicemente storica, di lottare. […] Oggi ci sono occhi che nemmeno guardano, tanto li offusca stanchezza o pianto. Ma sono occhi, sono uomini. Sono una realtà con la quale dobbiamo pur fare i conti.»

Lo scriveva nel ’46, non è possibile che nulla sia cambiato…

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