Tre gocce di zammù (9)

Minico non se lo poteva ancora spiegare perché gli s’era guastato il seme quando c’era da fare Piné, lui Rosalia l’aveva presa come sempre, senza variazioni e senza seguire le voglie malsane, aveva pure atteso che si rivestisse senza gingillarsi con quei due coppi di minne con cui lei l’aveva accalappiato. E Rosalia era una sposa felice: Minico la trovava ancora tanto bella da svegliarsi in piena notte per darle vasate appassionate, come quando s’erano conosciuti alla processione di San Tarcisio d’una ventina d’anni prima.

S’erano subito innamorati, a quei tempi Minico era il maniscalco di Comala, talmente bravo che la gente veniva sin dalle pendici del Mongibello per farsi ferrare i muli e i cavalli e tutti pagavano bene, tanto che coi risparmi accumulati i Battaglia avevano aperto l’omonimo forno dove Rosalia aveva cresciuto Michele, il loro primogenito, bello più d’Apollo, coi ricci biondi che gli cascavano sulla fronte liscia liscia. Michele era così colmo di bellezza che aveva fatto per quattro anni il Bambin Gesù nel presepe vivente e poi l’angelo in tutte le sacre rappresentazioni. L’unico difetto era la balbuzie che s’accentuava quando Caterina veniva a prendere a credito la pagnotta da mezzo chilo.

Pinè ora aveva venticinque anni, cinque lustri e ancora c’era chi giurava di sentire nelle campagne, all’ora degli spiddi, l’eco dell’urlo che la levatrice lanciò quando lo fece uscire da Rosalia. Carmelina Aglianò s’aspettava un picciriddo bello come Michele, della cui nascita ancora si fregiava, e s’era ritrovata in mano un masculiddo grosso e nero di capelli, tanto che Minico, che i capelli li aveva rossi e Rosalia biondi, si chiese da chi se li pigliò. Dubbi di paternità non ce ne potevano essere: il padre di Minico era Peppe u Sceccu, che aveva la ciolla e la faccia come uno dei tanti muli che suo figlio ferrò.
Piné dal nonno prese il nome e la bruttezza, era lario come un peccato venuto male: lo battezzarono la domenica a cavallo del Ferragosto che i Comalesi erano tutti al mare e le vecchie rimaste erano tanto orbe che avevano poche diottrie da ferire. Don Calorio rivoluzionò il rituale e fece subito mettere la veste bianca a Piné, col cappuccetto candido calcato per bene sulla faccia. Il povero picciriddo col fratello a lato pareva ancora più brutto.

Ma Michele era sempre più preda di terribili balbuzie e aveva per di più una voce da chiuzzu, che non si dica mai che la perfezione appartenga a questo mondo. E quindi taceva il più possibile, che le comalesi si immaginarono presto una voce capace di sfardare sottane e mutandoni, sillabe suadenti da far provare scariche di piacere dalla base del collo e più giù, in quei posti che dovrebbe conoscere solo il marito. Inutile dire che gli altri fornai videro snellire la loro clientela femminile: tutte andavano a farsi servire da Michele.

Grande fu la delusione di Caterina che rise in faccia a Michele, che dopo due mesi di vasate sempre più spinte, seguito naturale di anni di sorrisi e silenzi, le chiese con una voce da ranocchia di sposarla. E tutti allora seppero che il fornaio era bello ma incapace di sussurrare parole tali da accendere la passione, anzi, bastava sentirlo parlarle per sentirsi seccare qualsiasi voglia e si sa che le donne a queste cose ci tengono parecchio.
Delle altre femmine Michele non sapeva che farsene, lui voleva Caterina e quando non la poté avere perse la testa.
Che fu lui a far sparire l’impeciatore che s’era scialato con Caterina nessuno ebbe mai le prove ma il suicidio di Michele era bastato a far chiudere la questione, con buona pace del Commissario Cirello che se n’era andato in pensione lasciando la scrivania a Ernesto Russo, il padre di Carlo.

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