Tre gocce di zammù (8)

La famiglia Battaglia portava ancora il lutto stretto e di fianco alla persiana e alle sue gelosie verniciate di verde bottiglia c’era la cartolina funebre “per il mio caro figlio” che oramai si leggeva a mala pena. Michele non aveva avuto manco un funerale, che don Calorio irremovibile fu: per i suicidi le porte della sua chiesa erano chiuse. E Don Minico Battaglia aveva stoicamente accettato, con tutto il rispetto che poteva portare alla tonaca del parrino, ma dentro di lui qualcosa si guastò. Smise di mangiare perfino lo sfincione e le sue promesse di oblio fradice di olio, mollica e primosale. A Comala lo sfincione era piatto nazionale, che lo sanno tutti che ogni comunità non ha bisogno di far provincia per cementare le sue abitudini in un alone di sacralità e patriottismo, spesso incomprensibili a chi viene da fuori.

Quando si favoleggiò che la Sicilia sarebbe divenuta la quarantanovesima stella della bandiera americana, fu Don Minico con tutta la sua autorità e la mole dei suoi centoventinove chili a proporre Comala come capitale e lo sfincione come simbolo da far campeggiare sulla bandiera del movimento autonomista. Ai bei tempi tutti gli portavano rispetto e nessuno s’arrischiò a ridergli appresso, che ad uno sfincione in campo giallo e rosso a spodestare la Trinacria mai nessuno aveva nemmeno osato pensare.

Col senno di poi magari lo sfincione portava bene ai sogni dei comalesi e degli altri isolani. Don Minico arrotolò la bandiera che aveva fatto cucire a sua moglie Rosalia e se ne andò alla trattoria della Zia Maria a mangiarsi due chili di tunnina ammuddicata per ammuttare ben in fondo quella piccola sconfitta. E ora gli sfincioni lo disgustavano, Michele l’aveva trovato lui, con la testa sfunnata dal proiettile, da cui colavano sangue e cervella sul tavolone del forno. Tutti smisero di comprare pane e sfincioni dal forno Battaglia che dovette chiudere.
Era Michele a impastare lo sfincione più buono di tutta Comala, lavorava la pasta a mano, con le braccia muscolose e gli ingredienti li sceglieva uno per uno, dal primosale all’olio extravergine d’oliva delle campagne di Comala.
Suo figlio era un bravo fornaio, capace di far nottata appresso alle fimmine ma poi sempre alle quattro del mattino tirava su la saracina del forno e si metteva ad impastare per far lievitare per bene le pagnotte, gli sfilatini e le moffolette da farcire poi con la ricotta.

Era stata sua moglie Rosalia a trasmettere al figlio l’arte, l’altro figlio invece era un babbo fatto e cunsato: Pinè mai niente di buono avrebbe accucchiato né in questa né nell’altra vita, glielo disse pure Don Calorio che il caso era irrecuperabile riportandoglielo ammanettato con due rosari. Per amore di pace Don Minico s’era fatto costruire per Piné una cassetta da lustrascarpe e lo lasciava ogni mattina in piazza ad ammazzare le giornate, che al forno avrebbe fatto solo danno, con quel vizio di toccare i culi di tutte le comalesi, senza far distinzione tra schiette e maritate, giovani e racchie annorbate, zoccole e votate al santissimo randello scannadiavoli della Madonna del Soccorso.

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