Tre gocce di zammù (7)

È tradizione che il presepe si faccia sempre la domenica prima dell’Immacolata e tutti assieme: si tirano fuori le pecorelle, i pastori, l’angelo che sventola il drappo in cui c’è scritto “Gloria in Excelsis Deo”, lo scantato, l’addumisciuto e la vecchina che carda la lana, la lavandaia a cui saltò la testa e che era stata accomodata con quella di un’altra.

Qualche statuina è spizzicata, qualche altra ha visto giorni davvero migliori ma la plastica non ha mai tentato Pinuzza, i suoi pastorelli di terracotta li ha da quando s’è maritata e li erediteranno Caterina e Rossella. E poi la notte tra il ventiquattro e il venticinque sarà il momento del bambinello di cera che suo marito gli portò da Palermo, bastava mezzo giro di corda per vedergli muovere la testa e gli occhiuzzi dello stesso colore di quelli di Rossella.

Quest’anno avrebbe aiutato anche Carlo. Aveva dimostrato d’essere un bravo picciotto, rispettoso ed educato. Non era scappato quando qualche solerte comalese l’aveva informato della misteriosa sparizione del padre di Rossella, amava sua nipote d’un amore pulito, senza volersela portare chissà dove a fare le porcherie, sapendo bene che c’era una picciridda di mezzo.
Cucchiara incominciò a scodinzolare e a lamentarsi, quel canuzzo aveva uno stomaco su cui si potevano rimettere gli orologi, un po’ come quello di Ninuzzo.


Carlo era puntuale, ma Caterina si chiuse di nuovo in bagno. Quella era una giornata da segnare con un cerchio rosso rosso sull’ultima pagina del calendario di Frate Indovino, era il giorno in cui il Commissario veniva a conoscere la loro famiglia.

Lo specchio lungo del bagno gli rimandava un corpo ancora capace di far girare molte teste, i seni s’erano mantenuti sodi e floridi anche perché Rossella l’aveva smessa d’allattare quando aveva iniziato la cura. La pancia era una curva dolce che dall’ombelico portava al riccetto di peli neri come la notte senza stelle in cui aveva aspettato Ciccio, scacciò subito quel pensiero, richiamando pensieri felici, il dottore che l’aveva guarita le aveva detto che non doveva farsi sopraffare dallo sconforto per il suo amore perduto, che i motivi per sorridere spazzano pure le rughe sulla fronte. Le cosce erano snelle e ben tornite, diverse dalle colonne bugnate che riempivano le calze rinforzate delle vecchie amiche sue, non aveva manco un po’ di cellulite. E poi c’era quello di cui andava più fiera, due piedini che parevano disegnati da Raphael Kirchner, l’autore di quelle cartoline con le donnine che il nonno teneva nell’album col fiocco rosso nello scaffale alto dell’officina, accanto alle fatture. Si coprì le nudità con uno drappo rosa e lo specchio le regalò l’immagine che doveva avere in testa Omero quando scrisse di Elena, che pure ch’era stata solo una fantasima quella che seguì Paride, i troiani e i greci s’erano lo stesso scannati per un sorriso suo. E sorrise pure Caterina, bella in pieno sole, con le punte dei seni che scostavano il lenzuolino che le faceva da tunica.
Tirò su i capelli e finì di prepararsi, non dimenticandosi di profumarsi per bene con la colonia francese che Carlo gli aveva regalato il primo compleanno passato insieme.

Il Commissario Russo dello specchio faceva pure a meno, che tanto la panza c’era e rimaneva al posto suo, malgrado si facesse ogni sera due giri di corsa attorno alla stazione, e aveva detto pure addio alla cassata, alle sfinci di san giuseppe e a tutti i dolci con la panna che venivano a torturarlo di notte, quando lo stomaco gli ricordava la sua fame implacabile come il suo senso del dovere e il rispetto per lo Stato che s’onorava di servire. Era stato trasferito a Comala per arginare le sparizioni di gente, interi quartieri s’erano spopolati, case con generazioni di gerani che fiorivano a grappoli erano state lasciate, senza manco metterci un locasi sulla porta. In uno di quei film di cowboy che s’andava a vedere al cinema Vittoria dei tempi che fu, ci sarebbe stata una scena magari divertente, col casciamortaro che, dopo il passaggio di qualche disperato pistolero, tagliava il numero degli effettivi abitanti tutto contento: ogni morto era un cliente soddisfatto che accresceva le sue entrate. Ma a Comala nessuno sembrava accorgersi di nulla, le case vuote e il silenzio che si mangiava larghe fette di paese sembrava anzi far felici i vecchi mummioni che facevano avanti e indietro sulla piazza principale, le malelingue dicevano che si fermavano solo quando a qualcuno veniva un colpo di sangue o peggio quando uno di loro scivolava su un doblone d’altrui catarro. E suo figlio invece di seguire le orme di cotanto padre faceva il gagà, col cappello sulle ventitré e il baffetto alla stuzzicafiche, buono a spargere mance e a far il damerino con una ragazza madre implicata in una delle sparizioni che gli avevano tolto il sonno.

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