Tre gocce di zammù (6)

Carlo passeggiava sui marciapiedi del Corso Federico dal lato dell’ombra, che pure ch’era dicembre il sole picchiava sul borsalino. Si pigliò un caffè al bar Aurora e si accese una sigaretta con uno zolfanello.

Da quando suo padre s’era trasferito da Monreale a Comala la sua vita era stracanciata, aveva perfino smesso di correggere il caffè con la grappa e aveva detto addio alla facoltà di legge che nulla aveva accucchiato in sette anni di studi, giusto giusto diritto civile e filosofia del diritto. Tanto valeva passare ad ingegneria e iniziare a pensare di entrare nel bisinissi del mattone che tanti amici suoi aveva arricchito. Nel riflesso della vetrina della torrefazione s’aggiustò il cappello e il baffetto alla Clark Gable che tanto facevano ridere Caterina.

A Rossellina Carlo piaceva, le faceva fare cavalluccio e le portava sempre le rotelle di liquirizia che le facevano la lingua nera nera come il pelo del canuzzo che le aveva regalato, lei l’aveva chiamato Cucchiara perché quando Carlo l’aveva portato dentro una scatola di scarpe era talmente piccolo che dovevano dargli a mangiare con un cucchiaino. Fu amore a prima vista: dove c’era Cucchiara, trovavi pure Rossellina.

La signora Pinuzza aveva finto di non gradire quella bestia per casa, ma poi era stata felicissima di vedere Rossellina con gli occhi chini chini di felicità. Cucchiara stava bene con tutti, tranne che con Carlo, ogni volta che lui si avvicinava per dare una vasata leggia leggia a Caterina, Cucchiara gli ringhiava che pareva volesse addentargli i calzoni, cosa da strappargli tutti i peli a quel sorcio irriconoscente. Ma con Cucchiara che teneva impegnata Rossella, le possibilità di restare solo con Caterina e con le sue generose scollature s’erano moltiplicate.

Visto che era una bella giornata e il sole scuciva uno dopo l’altro quei nuvoloni che s’erano piazzati da settimane su Comala, Carlo si fece lustrare le scarpe da Pinè, lo scimunito del paese, e andò dritto a suonare il campanello di casa Lo Cicero. Si fece precedere da un vaso di petunie che a pagina settantaquattro del libro dei fiori era scritto bello chiaro che nel linguaggio dei fiori erano il segno palese dell’amore che non si può nascondere. Quel libro l’aveva preso alla biblioteca di Ficarazzi perché delle rose manco lui poteva più sentire l’odore.

E soprattutto era stata Donna Pinuzza a pigliarselo di lato e dirgli papale papale che tutti quei fiori riempivano la casa della stessa aria che si respirava al camposanto. Se proprio fiori dovevano essere, meglio in vaso, che duravano pure di più. E così il terrazzone di casa Lo Cicero pareva adesso uno dei giardini pensili di Babilonia da cui puntualmente Caterina, Cucchiara e Rossellina s’affacciavano ogni volta che sentivano il campanello suonare.

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