Tre gocce di zammù (3)

Caterina aspettò a lungo sotto la pioggia, sulla straduzza del cimitero, accanto all’ossario in cui Ciccio l’aveva fatta donna e donna tutta. Aspettò pure lì le notti passare, che il beccamorto Agostino la vide e la lasciò fare in memoria dell’amicizia che aveva stretto con il nonno suo durante la guerra coi tedeschi. E i giorni si fecero settimane, e le settimane divennero fogli di calendario. La panza cresceva senza premura e crescevano pure le minne che tanto danno avevano fatto.

E siccome i diavoli e le malelingue mai dormono e tutto scombinano, la gente s’incominciò a stancare di Caterina, che le veglie e la gravidanza mal curata l’avevano fatta sfiorire presto. In un’altra storia Michele l’avrebbe impalmata, magari prima che la panza sollevasse troppo l’abito bianco, ma a Comala una fimmina che aveva già conosciuto i piaceri di sotto il viddico era bollata per sempre, solo le altre fimmine della sua casata e i parrucchieri arrusi potevano continuare a parlarle come se niente fosse. Tutti gli altri comalesi la dovevano lasciare stare. E così fecero.

Ninuzzo era andato a studiare al seminario e per non turbare i suoi mistici studi nessuno gli disse niente. Filarono i giorni e le notti fecero il resto; Caterina, ingravidata dall’impeciatore dietro un grappolo di statue di gesso di angeluzzi cupi e panciuti nel cimitero comunale, partorì una creaturina con la faccia d’oliva e un unico ciuffo di capelli rossi. A sua madre regalò la fuoriuscita del plesso emorroidale, una depressione ferrigna e cupa che fu presto psicosi puerperale.

Rossella venne fuori che era già segnata: nelle campagne le notizie si spargono come lo zolfo sulle pampine della vite. E rosso in pieno sole, Michele Battaglia, che aveva reso orfana di padre la picciridda e folle la madre, si infilò in bocca una beretta e baciò il proiettile che gli cancellò la vita e l’unica sua ignominia.

E i calendari ingiallirono, foglio dopo foglio andarono ad alimentare la caldaia crepata. Caterina insieme a Ciccio perse pure il senno, tanto che si dovette ricorrere alle scosse elettriche che le cancellarono il cervello dopo che aveva cercato di ficcare Rossella per la seconda volta nel secchio del bucato. Fu la signora Pinuzza che la salvò in tempo e andò con la corriera sino in via Pindemonte, nella città che fu dei Normanni e degli Angioini. Il dottore con gli occhiali a pinza le disse che l’unica soluzione erano le scariche e gli elettrodi, lei vendette tutto il vendibile e portò Caterina a cercare i suoi sorrisi perduti.

Sembrò rinascere dopo che il dottore finì, la bambina aveva già tre anni, i capelli sempre più rossi e gli occhi cupi. Da Monreale arrivò il figlio del questore, vide Caterina e perse l’appetito.

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