Tre gocce di zammù (2)

Ninuzzu cresceva in diametro, colesterolo e quoziente intellettivo, mentre sua sorella Caterina diventava la più bella picciotta del paese, attirando orde di masculi da tutti gli ottantadue comuni della provincia di Palermo. Cresceva pure la distanza tra la Germania e Comala e pian piano le lettere dei genitori divennero sempre più rare, si venne poi a sapere che l’aria teutonica aveva sfasciato il matrimonio di Sara e Pitrino, che si separarono senza troppi strepiti. In quegli anni c’era un’aria strana pure a Comala, succedevano cose di cui nessuno capiva bene il motivo: spariva gente, sempre di più.

Una mattina Don Calorio, il parroco che passava le domeniche a far predicozzi lunghi, barbosi e pieni di livore per il progressivo degrado della sua comunità – omettendo che lui stesso contribuiva a quel degrado prestando picciuli con interessi da cravattaro, camminava intabarrato nella tonica lacera e ripizzata lungo il Corso, tutto intento a riscuotere gli interessi settimanali dei suoi investimenti, quando vide Caterina con il viddico di fuori che si ammuccava senza pudore col figlio di Tano Battaglia che, dato che c’era, le dava pure una bella sistemata alle minne. Subito Don Calorio si alzò il sottanone e corse dalla signora Pinuzza che a quell’ora era solita dirsi il rosario sotto la statua di Sant’Ignazio alla destra dell’altar maggiore. La trovò lì e le comunicò quello che aveva visto.
«Parrinu, che posso fare? I genitori la lasciarono a me che non ho più l’età per correrle dietro. Mia nipote è una brava figliola, esuberante ma integerrima. Ci si mette pure lei a farmi lezione di morale? Lei che si comporta come uno di quei mercanti che u Signuruzzu scacciò dal tempio? Calò, giocavo con tua madre quando ancora Natanaele se ne stava sotto il fico, t’ho pure canciato i pannizzi e ora vieni a dirmi come dovrei crescere mia nipote?»
«Zia Pinuzza, l’ho fatto proprio perché le voglio bene. Stavolta è Michele Battaglia, la prossima volta potrebbe essere uno scanazzato che se la masticherà per bene togliendole quel sorriso che scippò proprio a lei»

Quel povero diavolo del parrino non sapeva d’averci azzeccato in pieno, manco passarono sei mesi che Caterina fu ingravidata da un mezzo mastro che di comalese non aveva manco un quarto di sangue, venuto ad impeciare la straduzza del cimitero aveva deciso di fare un viaggio e due servizi e di accasarsi con quella bella picciotta che vedeva ogni mattina portare un mazzo di fiori spampinati e siccagni sulla tomba di suo nonno. La circuì facilmente e se ne approfittò nella pausa pranzo, mentre i colleghi suoi mangiavano pane e mortadella, lui si scialava con quelle minne che sapevano di rosa centenaria e di mandorle atturrate. Caterina sognava una vita tutta nuova con Ciccio l’impeciatore che gli aveva promesso di farle una casa in campagna in cui crescere picciriddi e contare i picciuli che si stava facendo con l’asfalto e col cemento. Il lavoro in quegli anni non gli mancava, le ruspe si mangiavano Palermo e le campagne per far strade e palazzi.

Ma Ciccio non aveva capito che Comala era una piccola comunità  compatta che si chiuse a riccio e lo trapassò da lato a lato per aver deflorato la sua più bella figlia. Non si seppe mai chi gli tagliò la pinna e chi la diede in pasto al cane del sindaco, non si seppe manco chi gli bucò la panza e lo vide affondare nell’Oreto, dalle parti di Monreale. Magari fu Michele Battaglia, lo stesso che dieci anni prima aveva fatto l’angioletto nella volata per la processione di San Tarcisio, lo stesso che aveva chiesto la mano di Caterina e se n’era andato a casa con una risata come risposta e un anello in tasca.

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