Pupi di zucchero nel giorno dei morti

Ce ne scampi e liberi il Cielo! Lì, tra gli angeluzzi non c’è disaccordo, le nuvole placide vedono passare i nostri legittimi e illegittimi desideri. Magari qualcuno s’è incastrato nelle zucche arancioni che vanno tanto di moda tra i pargoli insaccati su a forza di grassi saturi e scrocchianti. Un altro Halloween è passato.

È finita la sfilacciata serie di collegamenti che piroettano di tv in tv, alla ricerca di questo paganesimo intinto di lustrini, cerone, gomma e lacca, che pare una vita fa, ma quando eravamo piccoli noi, Halloween esisteva solo al di là dell’Oceano e nelle puntate speciali dei vari telefilm – solo mia madre li ha sempre chiamati e li chiamerà sempre filmini – che succhiavamo dal tubo catodico di mivar panciuti.

La celebrazione della notte dei morti, delle streghe e degli spiddi la piazzavano in tutte le serie dall’A-Team alla robottina Vicky, passando per i Robinson, i Jefferson, i Cunningham e i loro giorni felici e tutte le altre famigliole delle commediole di situazioni, mezz’ora dopo mezz’ora, i pomeriggi squagliavano inoculandoci nei lombi bacilli esterofili che prima o poi sarebbero di certo esplosi.

Le madri han dato una mano a ‘sto mondo globalizzato quando tolsero con fare matronale il telecomando dalla mano del consorte per darlo a noi, pensarono che era meglio stare in salotto che in strada a collezionare ginocchia sbucciate, croste violacee, braccia stortate e ossa spezzate per fare giochi che si perdono nella memoria dei tempi che furono, quando ancora i nonni ricorrevano ai sorci verdi per tenerci lontani dalle cantine e dai fondaci dove magari tenevano lettere d’amore di quando erano giovani e sbilenchi soldati.

E ieri è successo davvero, qui, a Bagheria, in provincia del nulla, mentre digerivo a fatica l’ultimo scadentissimo speciale d’Halloween dei Simpson. Due picciriddi hanno saltato il fosso e hanno citofonato baldanzosi snocciolando il motto sentito e risentito miliardi di volte, quel “dolcetto o scherzetto” che se ben ricordo la prima volta lo sentii in quel vecchio cartone di Paperino alle prese con Nocciola alleata di Qui, Quo e Qua.

In tempi di dieta perenne l’unica cosa che avevo di dolce erano due melograni, messi a muffire nella fruttiera che sta perennemente sul centrino ricamato, vestigia di epoche trapassate. Impassibili, con corna da diavoletto e ragnatele sui ciuffi, i pargoli han detto che andavano benissimo anche euro sonanti da scambiare con glucidi nella prima tabaccheria, dove non mancano mai, accanto ai gratta e vinci e ai preservativi alla frutta.

Perfino la maestra – una o trina? – del cuginetto s’è piegata alla moda, invece della solita ricerca sugli Arabi in Sicilia ora lascia un progettino multimediale (sic!) sulla festa delle zucche, con etimologie e disegnuzzi esplicativi, da corredare con gif animate. Tra i gesti che scompaiono, su cui han basato una bella campagna pubblicitaria, si son scordati quello di tirare fuori l’enciclopedia dallo scaffale dello studio per copiare in bella grafia le ricerche che le arpie pre-gelminiane piazzavano sempre di lunedì, facendo passare week-end a indolenzire polsi per far gli amanuensi a scapito di indigestioni televisive di cartoni domenicali. Abbiamo copiato e ricopiato l’Enciclopedia Utet, passata di famiglia in famiglia come gli Antichi dovevano fare con i Lari, Penati e Mani, logica consequenza di quanto doveva essere costata quella roccaforte del sapere in tomi multipli.

E Halloween ha spodestato le anime dei morti della famiglia, in Sicilia arrivavano la notte tra il primo e il due novembre a portare doni, leccornie e i pupi di zucchero, paladini e principesse glassate che rinsaldavano le memorie familiari, rinfrescando le anime dei familiari che s’erano già congedati dalla vita e dal mondo. Ribaltando usanze millenarie di cibarie lasciate sulle tombe, qui da noi sono – erano? – i morti a cibare i vivi, che la vita senza la morte manco ci sarebbe, come ben sanno i Messicani che si danno un gran da fare  a celebrare il loro giorno dei morti con le calaveras, i teschietti dolcissimi e colorati per render omaggio a lei, alla Pelona, la Donna con la Falce. E noi?

Con identico rispetto per l’altromondo sgranocchiamo mustuazzuola invece di ossa e cruzzitedda, castagne secche, che guardate bene non possono che apparire troppo simili a teschietti. Il nostro giorno dei morti serviva a renderci docili, stringendo dolciumi e giocattoli andavamo felici a ringraziare nonni, bisnonni, prozii al cimitero comunale.

E l’odore dei crisantemi marci e della cera dei lumini divenne irrimediabilmente uno dei nostri più bei ricordi.

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