Le donne siciliane (una guida del mitico Daniele Billitteri)

fimmina Il palermitano è comunemente pervaso da un’ansia definitoria che quasi lo costringe a suddividere tutto ciò che lo circonda dentro i sicuri confini di una classificazione. L’universo femminile non si sottrae a questa regola. Così viene incasellato in un repertorio che è contraddittorio come tutte le cose dei palermitani ma che dimostra come la condizione del maschio panormita sia vissuta con una certa dose di precarietà di ruolo, la stessa che probabilmente è all’origine dell’ansia, appunto definitoria. Insomma quando uno comanda veramente non c’è bisogno che affermi continuamente di comandare. Anche quando questo avviene attraverso il tentativo di sistemare il resto del mondo in uno stato di subalternità a se stessi. Applicare questo criterio alle donne produce la seguente lista. Che, è bene ricordarlo, è lista di definizioni e giudizi assolutamente maschili.

Masculazzu. Quale migliore complimento per un palermitano se non quello di attribuire ad una donna tutte le sue virili "qualità"? Una femmina "masculazzu" è volitiva, efficiente, coraggiosa e concreta. Ma lo è attraverso un modo di fare che, nei confronti del maschio è sostanzialmente privo di malizia e di femminilità. Una femmina "masculazzu" è più camerata come un commilitone che compagna come un’innamorata. Gradita negli ambienti di lavoro, graditissima quando si lavora in coppia: con una "masculazzu" non c’è bisogno di essere protettivi. Nei suoi confronti si nutre una decisa ammirazione ma la sua "indipendenza" la relega all’unica prospettiva di un rapporto di lavoro.

vulva Ammasculata. A differenza della "masculazzu", dire di una donna che è "ammasclulata" non è un complimento perché equivale a negarne il primo requisito, quello della femminilità. Una donna "ammasculata" viene innanzitutto sospettata di omosessualità o comunque di estraneità al pianeta delle relazioni uomo-donna. "Ammasculata" viene, per esempio, quasi sempre considerata la zitella. E "ammasculate" sono state per noi intere generazioni di professoresse di latino senza la fede al dito. Un luogo comune naturalmente. La femmina "ammasculata" è molto poco femmina e siamo convinti che lei voglia proiettare di se un’immagine che faccia prevalere il ruolo sul sesso. Insomma una donna severa, senza nessuna concessione alle frivolezze dell’abbigliamento o del trucco. Per noi maschi palermitani si tratta di una figura dalla quale aspettarsi il peggio ma, poiché siamo maschi sciovinisti come pochi al mondo, siamo portati ad attribuire questo comportamento non ad una scelta di vita ma al rancore che, secondo noi, una donna del genere, ha nei confronti del maschio del quale, per circostanze imperscrutabili, non è stata in grado di gustare le qualità. Tutto questo discorso complicato si sintetizza in una sola parola: "arraggiata".

Arraggiata. In italiano è intraducibile. Non è arrabbiata e neanche rabbiosa. La femmina "arraggiata" è una alla quale sono state negate (o che si è negate) le gioie del sesso. Lei magari avrebbe voluto ma è andata male. Di solito l’arraggiata non ha scelto di disertare il maschio e i suoi attributi ma vi è stata costretta dalle circostanze: un padre esageratamente severo, una vecchia madre da accudire e che non si decide a tirare le cuoia malgrado mille acciacchi. L’arraggiamento si traduce in un carattere impossibile: aggressivo, rancoroso, vendicativo, mai un sorriso, meno che mai una risata. La professoressa di latino di cui sopra, quando è "ammasculata", è quasi sempre anche "arraggiata".

Fimminuna. Poiché il palermitano ama esagerare, quando definisce una donna "fimminuna" non fa sconti. E’ proprio "toca" sotto qualsiasi profilo. E’ intelligente, fedele, efficiente, bella, ottima madre, ottima amante, ottima nuora (che è importantissimo), regina della casa e angelo del focolare. Con buona pace delle femministe per le quali tanta considerazione maschile è, non dico sospetta, ma addirittura letale dal momento che tutte le qualità attribuite sono tali proprio perché in relazione al ruolo che il maschio attribuisce alla donna. Senza capire che un "fimminuni" è tale anche perché spessissimo prende in mano le redini della famiglia cui impone la sua legge. Sia pure amministrata in modo accorto e fingendo sempre di essere sottomessa.

Fimmina di petto. E’ un particolare tipo di "fimminuna" la cui caratteristica è quella di essere energica e particolarmente resistente alle avversità. Una femmina di petto (che con le minne non ha nulla a che vedere) è soprattutto una splendida madre di famiglia che si occupa del clan per ruolo e dovere ma aggiungendo di suo una particolare abilità nel far fronte alle avversità. Una femmina di petto è una madre-coraggio, una moglie coraggio, una figlia coraggio. Insomma una che non ha paura di nulla e, se del caso, è capace tranquillamente di passare alle vie di fatto.

Fimmina di conseguenza. E’ una femmina di petto della quale si sottolinea la coerenza nello stile di vita. Insomma è una che quando dice una cosa difficilmente cambia idea. Della serie: quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. E vincono.

Fimmina mafiosa. La mafia non c’entra niente. O quasi. Il termine infatti è stato usato da Luciano Liggio, la Primula rossa di Corleone, quando durante un vecchio processo gli venne chiesto se lui fosse mafioso. Lui rispose (naturalmente) che la mafia non esiste e che il termine serve solo a mettere insieme le qualità della bellezza, del coraggio ma anche dell’indipendenza e della spavalderia. Disse allora: "io non so di uomini mafiosi. Mafioso può essere un cavallo oppure una femmina". Non era vero e molte femmine si sono dimostrate mafiose non nel senso che diceva lui ma in quello che hanno scritto giudici e investigatori in tonnellate di carte giudiziarie.

Buttana. C’è poco da dire. Per il palermitano, tolta la madre e solo quella, per tutte le altre donne il rischio di essere buttane è altissimo. Naturalmente non ci si riferisce in questo caso alla buttana-prostituta ma alla donna che si comporta come una buttana senza esserlo di mestiere, tipologia, quest’ultima, per la quale il palermitano ha il massimo della considerazione. Di cosa sia veramente una buttana per un palermitano abbiamo diffusamente scritto in altre puntate di questa rubrica (che potete consultare cliccando sul "link" alla foine della pagina del Giornale di Sicilia).

Giaisca d’albergo. Il termine è di misteriosissima origine. Secondo alcuni giaisca è la versione locale del giapponese Gheisha e dimostra di cosa sono capaci i palermitani. Dunque così come la Gheisha giapponese è una donna destinata all’intrattenimento e al benessere del Samurai, quando diventa "giaisca" perde tutta la sua sacralità di cortigiana imperiale per diventare buttana nel senso del mestiere. La giaisca d’albergo è una buttana che non lavora in casa ma appoggiandosi, appunto, ad un albergo a ore.

Profumiera. Anche in questo caso il mestiere di profumiera non c’entra ma il profumo sì. In altre parole la profumiera è una ragazza dal comportamento leggero ed invitante ma che, sul più bello si tira indietro e se la "rifardia". Insomma: te la fa ciarare ma non te la dà. Da qui Profumiera, in senso dispregiativo. Massimo della punizione: farsela e poi posarla. Ma si può essere più fanghi di così?

Daniele Billitteri, tratto dal "Il giornale di Sicilia", rubrica ‘ Cose Nostre’.

fonte

eroxe

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