la nostra memoria

da "Il Manifesto", 3/3/2007 p. 14

saad eskander

Nelle acque del Tigri l’inchiostro di libri preziosi

La più importante biblioteca dell’Iraq è la principale fonte per le memorie storiche di tutte le comunità locali, sunniti, sciiti e kurdi. Gioca perciò un ruolo determinante nella formazione dell’identità nazionale Intervista al direttore dell’Iraqi National Library and Archives la cui collezione di libri, manoscritti, decreti imperiali, procedimenti giudiziari, giornali, mappe, foto attraversa la storia della terra mesopotamica

di Giuliano Battiston

Ancora qualche mese dopo l’ingresso dell’esercito statunitense a Baghdad, quanti si fossero avventurati tra i venditori di libri del mercato del venerdì di Al-Mutanabbi Street avrebbero potuto trovare testi preziosi, stampe antiche, mappe e documenti di grande valore storico. Nei giorni che seguirono la caduta del regime di Saddam Hussein, infatti, molte delle istituzioni culturali irachene vennero saccheggiate, distruggendo l’integrità di un ricchissimo patrimonio archeologico e culturale, già fortemente compromesso dalla politica del raìs e dagli effetti dell’embargo internazionale.

In quei giorni, a molti tornò in mente il saccheggio di Baghdad del 1258 per mano dei Mongoli, quando, si racconta, le acque del Tigri si colorarono di nero a causa dei tanti libri andati perduti. Di libri perduti, e della difficoltà di ricostruire un’identità nazionale ora frantumata e una società plurale ma coesa attraverso una generosa politica culturale ci parla in questa intervista il kurdo iracheno Saad Eskander, direttore dell’Iraqi National Library and Archives, la più importante biblioteca del paese, la cui collezione di libri, manoscritti, decreti imperiali, procedimenti giudiziari, giornali, mappe, foto e documenti attraversa la storia della terra mesopotamica, dall’era ottomana al periodo monarchico, da quello repubblicano sino ai giorni dell’aprile 2003, quando le acque del Tigri si sono colorate nuovamente del nero versato dall’inchiostro dei libri fatti naufragare.

Nella prima metà di aprile del 2003, molte istituzioni culturali irachene sono state saccheggiate e date alle fiamme, provocando quello che lei ha definito «un disastro nazionale al di là di ogni immaginazione». Cosa è successo all’Iraqi National Library and Archives, e quali perdite avete subìto?

Immediatamente dopo la caduta del regime di Saddam, alcune persone hanno dato fuoco al nostro edificio, portato via o distrutto quasi tutte le nostre apparecchiature e compromesso gravemente la collezione degli archivi. Qualche settimana dopo, altri saccheggiatori professionisti hanno rubato una parte della nostra collezione che era stata spostata presso l’ente statale per il Turismo, e hanno poi allagato il locale rompendo i tubi dell’acqua. In questo modo l’Iraqi National Library and Archives ha perso un’altra parte rilevante della sua collezione e, nel complesso, è andato perduto circa il sessanta per cento delle nostre collezioni d’archivio (specialmente i documenti del periodo repubblicano), e il venticinque per cento della collezione dei libri. Tra questi c’erano libri rari, mappe e foto, mentre quel che è rimasto si trovava in condizioni pessime.

Molti hanno criticato le forze di occupazione americane per non essere riuscite a prevenire o fermare il saccheggio. Non ritiene che fosse piuttosto irrealistico aspettarsi che dimostrassero un genuino interesse per il patrimonio culturale del suo paese?

È importante mantenere distinti i motivi in base ai quali è stato deciso di attaccare il regime di Saddam Hussein da un lato, e la politica di occupazione americana dall’altro. Secondo il mio punto di vista, le Forze della Coalizione hanno liberato l’Iraq da uno dei più brutali dittatori della storia, nella stessa maniera in cui gli Alleati hanno liberato l’Europa dal Nazismo e dal Fascismo. Dunque, io mi limito a criticare le politiche di occupazione dell’amministrazione americana, che sono state un disastro completo in molti settori, incluso quello culturale. Accuso gli americani per i danni inflitti al nostro patrimonio culturale, ma accuso anche il popolo iracheno. Nel discorso che ho tenuto a Londra nel 2004, ho sottolineato come sia stata proprio l’eredità di Saddam, che ha cambiato radicalmente il cuore, la mente e il comportamento di un gran numero di persone, a causare anche ciò che è successo a partire dall’indomani della caduta del regime.

A proposito dei saccheggi, l’ex segretario alla Difesa Rumsfeld ha sostenuto che fossero «una naturale e forse persino salutare espressione dell’ostilità verso il vecchio regime», mentre lei in diverse occasioni ha ricordato come siano stati, in parte, pianificati in precedenza. Secondo lei, cosa è realmente successo in quei giorni, e perché?

Non sono per niente d’accordo con Rumsfeld. Le persone che hanno attaccato il nostro istituto possono essere divise in tre diversi gruppi, il primo dei quali è formato da saccheggiatori «comuni», che hanno portato via le nostre apparecchiature e il mobilio. Il secondo gruppo, formato da ladri professionisti, responsabili del furto di libri rari e documenti storicamente importanti, aveva invece come obiettivo la vendita dei nostri libri e dei documenti, anche fuori dal paese. L’ultimo gruppo è costituito dai fedeli di Saddam, i quali hanno dato fuoco alle collezioni dell’Archivio repubblicano temendo che vi si potessero trovare documenti che avrebbero potuto incriminare i leader del vecchio regime.

Nel discorso tenuto a Londra nel 2004, lei ha criticato molte istituzioni internazionali, tra cui la Federazione Internazionale delle Associazioni delle Biblioteche e il Consiglio Internazionale degli Archivi, oltre al governo degli Stati Uniti e all’Unesco, per non avere dato seguito con interventi efficaci e progetti concreti alle promesse di aiuto e finanziamento per la ricostruzione del suo istituto. Oggi, la situazione è migliorata?

Non abbiamo ancora nessun contatto con la Federazione Internazionale delle Associazioni delle Biblioteche, a causa soprattutto della Francia, che invece di aiutarci ha dato luogo a una campagna rivolta a screditarmi. Il nostro rapporto con il Consiglio internazionale degli Archivi invece è buono, ma a causa della mancanza di fondi non possiamo beneficiarne realmente. Si dovrebbe invece distinguere tra i rappresentanti dell’Unesco che lavorano sul terreno (per esempio a Baghdad) e i burocrati che lavorano a Parigi e a Amman: i primi hanno fatto di tutto per darci una mano, mentre la burocrazia e il lassismo dei secondi hanno impedito che potessimo usufruire compiutamente dell’assistenza internazionale. D’altro canto, abbiamo relazioni molto produttive con diversi governi e organizzazioni, in particolare con i governi dell’Italia e della Repubblica ceca. La British Library ci ha inviato copie dei suoi microfilm e ha preparato una campagna di donazione-libri per aiutarci a colmare le gravi lacune delle nostre collezioni, mentre dopo la mia visita a Washington dello scorso ottobre, è migliorato anche il rapporto con la Library of Congress degli Stati Uniti.

Può raccontarci qualcosa sulle difficoltà del vostro lavoro quotidiano e dirci quali sono le sue considerazioni sul futuro dell’Iraqi National Library and Archives, una istituzione che secondo le sue speranze dovrebbe giocare un ruolo importante nella formazione dell’identità nazionale?

Per me e per il mio staff è estremamente difficile lavorare in maniera «ordinata». Molte strade e molti ponti sono spesso bloccati, la presenza di decine di checkpoint causa ogni giorno un traffico infernale, i nostri autisti si rifiutano di andare nei quartieri pericolosi e, soprattutto, siamo sempre sottoposti alla minaccia di attacchi con macchine-bomba, assassinii, rapimenti. Tutto ciò, ovviamente, influisce in maniera molto pesante, e negativa, sul nostro lavoro quotidiano. Sono stato molto ottimista, ma la situazione relativa alla sicurezza diventa peggiore ogni minuto che passa, e oggi sono convinto che per uscire dal caos in cui viviamo dovremo pagare un prezzo ancora più alto di quello che già abbiamo pagato: tre milioni di persone hanno lasciato il paese dal collasso della dittatura e migliaia di civili innocenti hanno perso la vita. Spero sinceramente che venga al più presto organizzato un nuovo piano di riconciliazione nazionale in grado di riunire tutti i partiti iracheni, poiché solo la pace e la stabilità ci permetterà di adempiere ai nostri doveri e di svolgere il nostro ruolo culturale. L’Iraqi National Library and Archives è la sola istituzione che documenti i risultati culturali e scientifici dell’Iraq, senza riguardo a considerazioni di ordine religioso o etnico, e rappresenta la principale fonte per le memorie storiche di tutte le comunità locali, sunniti, sciiti e kurdi. È per questo che il nostro istituto potrà giocare un ruolo determinante nella formazione di una vera identità nazionale e di una vera cittadinanza.

Dovendo fare i conti con l’occupazione militare, con le sfide per la sopravvivenza e con la possibilità di una guerra civile, quali sono le attuali condizioni materiali e organizzative della comunità accademica e intellettuale irachena, e cosa risponde a quanti sostengono che i problemi culturali non necessitano di interventi urgenti?

A causa del terrorismo e dell’eredità distruttiva del precedente, brutale regime, migliaia di intellettuali iracheni sono stati costretti ad abbandonare il paese, il che ha indebolito considerevolmente la nostra comunità intellettuale e accademica, rendendola in parte soggiogata allo Stato. A seguito dell’intervento delle Forze della Coalizione, gli attacchi terroristici e la violenza comune hanno costretto un gran numero di quegli intellettuali sopravvissuti alla repressione del regime a lasciare il paese. Questo significa che la gran parte della comunità intellettuale oggi vive fuori dai nostri confini. I Baathisti e i fondamentalisti, poi, hanno preso di mira la classe altamente scolarizzata, guardando ad essa come a un ostacolo che impediva l’imposizione della loro egemonia ideologica. Ritengo che lo stato di guerra civile nel quale si trova Baghdad a partire dall’inizio del 2006 sia dovuto in parte anche al vacuum culturale creato dalla caduta del vecchio regime, il quale ha dominato ogni aspetto della vita degli iracheni per tre decenni, e dunque è naturale che la sua improvvisa caduta abbia prodotto un vuoto sociale, politico e culturale. Era chiaro, dunque, che il nuovo processo politico cominciato nel luglio 2003 avesse bisogno urgentemente di approdare a una normalizzazione culturale. In altre parole, il processo politico ha determinato cambiamenti sostanziali «in alto» (lo stato), mentre il processo culturale avrebbe dovuto determinare i necessari cambiamenti «in basso» (la società); ma, data la mancanza di armonia tra questi due livelli e l’assenza di una normalizzazione culturale, alcuni disgraziati «valori» culturali stranieri hanno cominciato a riempire rapidamente quel vuoto che si sono trovati di fronte. Da un punto di vista culturale, oggi in Iraq i valori dominati sono quelli mutuati dai paesi vicini.

Sin dall’Ordine numero 1 dell’Autorità provvisoria della Coalizione relativo alla «De-Baathificazione della società irachena», gli statunitensi sembrano aver ritenuto che la maniera migliore per prevenire il ristabilirsi delle strutture autoritarie risiedesse semplicemente nell’eliminazione dei Baathisti dalle cariche pubbliche. Non pensa che l’Autorità provvisoria prima, e il governo iracheno poi, avrebbero dovuto prestare attenzione anche alla formazione e al rafforzamento di quelle istituzioni che, come l’Iraqi National Library and Archives, sono deputate a rinforzare la società civile irachena?

Sono abbastanza d’accordo con lei. La de-baathificazione è stata una misura necessaria, così come la de-nazificazione e la de-fascistizzazione sono state misure vitali per la Germania e per l’Italia. Ma focalizzare tutti gli sforzi soltanto su questo processo di de-baathificazione, e nel contempo ignorare completamente il pericolo del fondamentalismo, secondo me è stato l’errore più grossolano commesso dall’Autorità provvisoria; così come lo è stato concentrarsi sulla costruzione di un nuovo ordine politico senza ricostruire una nuova cultura e consolidare una vera società civile. Assicurare i bisogni culturali del paese era l’ultima delle preoccupazioni dell’Autorità provvisoria, ma anche i governi iracheni che ne hanno preso il posto hanno ignorato la ricostruzione delle infrastrutture culturali irachene. Ogni governo accampa le sue giustificazioni al mancato supporto di una cultura progressista e illuminata, ma il nostro paese ne ha disperatamente bisogno per superare le barriere tra le comunità e la sfiducia reciproca.

Come è stato sottolineato in un articolo del Guardian, «in un paese dove la storia recente rimane aspramente disputata, la ricostruzione della biblioteca e dell’archivio nazionale diventa una operazione che necessita di una particolare sensibilità, anche politica». Lei come riesce a districarsi nella situazione politica irachena?

È stato estremamente difficile per i liberali che lavorano nei diversi dipartimenti governativi, specialmente nei ministeri della cultura e dell’educazione, svolgere il loro lavoro: hanno dovuto far fronte a molti ostacoli «innaturali», e devono tuttora superare quegli impedimenti messi deliberatamente sulla loro strada da alcune persone che stanno ai piani alti della gerarchia politica irachena. Noi ricorriamo a tutte le manovre possibili per trasformare le nostre idee in azioni e per dare seguito ai nostri programmi di modernizzazione, e questo spiega ad esempio perché io faccia affidamento sull’assistenza straniera per modernizzare l’Iraqi National Library and Archives: senza un supporto esterno non avrei potuto ricostruire l’istituto e riaprirlo agli studiosi iracheni e agli allievi dell’Università.

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One thought on “la nostra memoria

  1. Grazie per avere rilanciato questa intervista, molto interessante sia come testimonianza di ciò che è acaduto sia come spunto di riflessione sul tema, cosa facciamo del passato quando esso è sepolto.Maria

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