Il mignolo storto del nonno (2004)

mignoloHo iniziato a scrivere per ritrovare mio nonno.

Io non l’ho mai conosciuto, la sua faccia l’ho vista sulla foto che c’è sul pianoforte e sulla lapide al cimitero comunale. Il resto l’ho messo assieme cucendo i pezzi di storie che ogni tanto galleggiano tra le parole che la mamma e le zie si scambiano alla fine del pranzo di Natale. Io sto lì, in un angolo, fumo una sigaretta scroccata a mia zia Franca e ascolto. Lo faccio da quando avevo otto anni. Prima preferivo passare il dopo pranzo attaccato al Nintendo per ammazzare i funghi e le tartarughe di Super Mario.

Ora ho ventidue anni, quattordici pranzi di Natale dopo voglio che mio nonno si incarni in un ricordo che sia solo mio. I miei nonni si sono sposati nel ’46, un anno dopo erano già in tre: mia madre ha la mia stessa faccia e i boccoli nella foto che la ritrae insieme ai genitori in una festa del paese degli anni ’50. Mio nonno è alto, sovrasta mia madre e ha un bel cappello sui capelli quasi grigi. Navigava ancora: il nonno ha solcato tutti i mari del mondo, si guadagnava lo stipendio e il viaggio riparando il motore e poi felice saliva sul ponte a vedere i tramonti che si incastravano sulla coda dei delfini. Se ne stava lì a fumare soddisfatto con le unghia nere di grasso lubrificante e con in bocca una delle sue sigarette egiziane. Stava lì, a pensare alle sue quattro belle figlie.

Come si sono conosciuti i miei nonni proprio non lo so. Forse a una festa o passeggiando sui marciapiedi del Corso. So solo che la Seconda Guerra Mondiale si è portata via il fratello di mia nonna, disperso in Russia nell’inverno dei suoi 18 anni.

Sì, aveva 18 anni ed era capoclasse al Liceo Classico. Hanno provato a farlo restare, gli avevano detto di tagliarsi un dito… Piangendo è salito sul treno ed è andato a morire con tutte e dieci le dita, con la certezza che nessuno lo avrebbe chiamato mai "disertore". È morto assiderato: la voglia di tornare da sua madre e da sua sorella nella sua bella casa del Corso Umberto I non è bastata a riscaldarlo.

In mezzo alla neve, con i piedi ghiacciati, la retorica del "Dulce et decorum est pro patria mori" non serve a molto.

Ora è su una lapide, sulla facciata del Municipio, insieme agli altri che, dicono, furono "fulmini scagliati contro l’orda nemica". Mio nonno non ci credeva a tutte quelle panzane, ne sono sicuro. Lui non si è tagliato nessun dito ma ha preferito fuggire, si è nascosto in una villa di un’amica di famiglia a Roma. Si è nascosto nel solaio, in una stanzetta celata dietro un armadio. E’ rimasto lì con altri due suoi amici e ha aspettato. Forse scriveva i suoi ricordi e le sue lettere d’amore. Di sicuro in quell’attesa perse più di quindici chili. Ritornò dopo la fine della guerra che era ridotto a quattr’ossa infilate in un vestito blu.

Fu allora che decise che non avrebbe patito più la fame. Smise di navigare e aprì un’officina meccanica. Divenne mastro tornitore e venivano sin da Palermo frotte di donne che gli chiedevano di scegliere il loro figlio come apprendista. L’officina andava bene, con i guadagni il nonno decise di comprare una casa nel corso e per far fede alla sua promessa scelse la casa incastrata tra un ristorante e un emporio. Scendeva spesso a comprare dolci e pezzi di rosticceria. Soprattutto quando non gli piaceva aspettare che mia nonna finisse di spettegolare prima di calare la pasta. Con i regali che aveva portato dai suoi viaggi mia zia Franca ha riempito il suo studio di medico.

Ci sono tappeti persiani, cammelli intagliati, vecchie confezioni di sigarette egiziane e poi la cosa che mi ha sempre affascinato: un fez. Dicono che mio nonno lo usasse come cappello da camera. Forse era il suo cappello dei pensieri, l’ho indossato anch’io qualche volta. Abbiamo la stessa circonferenza cranica. Mi piace pensarlo felice, con le ciabatte e il fez, seduto sulla sua poltrona a leggere il "Giornale di Sicilia" o il "Nuovo Paese".

Quando chiedo qualcosa a mia madre, lei mi risponde che mio nonno era una persona eccezionale. Ne parla come se fosse un gigante scivolato fuori dalle pagine di miti dimenticati. E’ il suo Ulisse. Lo vedo nei suoi occhi e nel suo naso. Nel suo mignolo un po’ storto, nelle sue sopracciglia ancora nere sotto quel ciuffo bianco come un foglio vuoto.

Quel mignolo storto ce l’ho anch’io.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...