Scrivere con lo scolapasta

La notte che arrivò il venditore di scolapasta, stavo costruendo il mio palazzo della memoria.Ci lavoravo già da due mesi in quel cantiere di pensieri, impastavo ogni notte tre caldarelle di sabbia e cemento e poi a colpi di cazzuola tiravo su le pareti, le tiravo su cantando perché cantando tutto è più facile: impilare mattoni, comporre poesie, pedalare, uccidere ricordi e fingere di aver imboccato il percorso giusto.
Cantavo e con la cazzuola spalmavo su ogni fila due centimetri di impasto e poi riprendevo a cantare, lo facevo prima di mandare a letto i sensi di colpa, lo facevo con la testa nel cuscino e piano piano sognavo il contenuto di un altro piano.

Quella notte stavo per iniziare il tetto di marzapane della stanza dei Sogni Sciupati e dalla finestra entrò la voce del venditore, era lì, sotto un lampione, con l’ombra smozzicata e un dubbio sotto il cappello di panno.

Lasciai tutto il materiale alla rinfusa e mi precipitai sulle scale. Con le mani sporche di cemento e rimpianti mi avvicinai al suo cappello di panno e gli chiesi cosa aveva da vendere sotto la luna che lucidava i marciapiedi.
Mi rispose che lo sapevo, che era già stato scritto.

Parlammo a lungo, mi disse che viveva nella collina dei broccoli, era nato lì e lì sarebbe stato seppellito insieme al suo cappello di panno. Non si allontanava mai dalla collina, l’aveva fatto perché erano anni che nessuno dedicava tanta passione alla costruzione di un palazzo della memoria. Mi disse che stavo lavorando bene e che cantavo malissimo, me lo disse porgendomi uno degli scolapasta che si portava dietro tenendoli attaccati a una cordicella per i buchi. Dovevo semplicemente scolare le mie paure, i pensieri, i rancori e tutto il resto. Se avessi scelto bene, il ricordo avrebbe luccicato prima di andare ad occupare la stanza che gli spettava.

Lo ringraziai e decisi di tornare a casa. La sua ombra smozzicata lisciava i lampioni che si spegnevano uno dopo l’altro.

Ripresi il mio sonno-lavoro, ripensai agli aquiloni e alla prateria delle anime che devono rinascere, pensai che, in fondo, si trattava solo di pescare nei ricordi e di lucidarli per bene. Dovevo pescare e lustrare: sapevo cosa cercare e felice misi la cazzuola nella calderella svuotata e volai via, oltre le antenne, oltre gli aquiloni.

Era passata una settimana e stavo per iniziare l’armatura dei pilastri per tirar su qualche altro piano. I ricordi più radicali li avevo finiti, restavano quelli freschi, soffici come gli orologi liquidi dei baffi di Dalì. Dovevano ancora asciugare.

Mia madre mi aveva aiutato a costruire il mio primo palazzetto della memoria, uno spazio giallo recintato da tre fila di mattoncini lego. Era quello il trucco di mia madre per evitare il trasloco notturno verso l’agognato lettone, mi diceva che non sarebbe venuto a masticarmi nessun incubo; dovevo solo snocciolare le cose belle della giornata.

Ci sono notti che il lavoro di mura-ricordi non mi pesa, altre che non riesco ad appiccicare più di una dozzina di mattoni, dipende tutto dal tipo di ricordi che ho tra le mani: incandescenti pezzi di vita o solo tappa-buchi tra le ics blu sui numeri del calendario.

Ecco che prende quota il mio palazzo, si vedono le navate e le stanze leccate dalla luce dei lampadari, c’è la pendola che mi ha prestato Poe e il ghiaccio arrivato a Macondo e nel soffitto altissimo vivacchiano gli aquiloni e le lucciole di Pasolini. Scivolo seguendo le lumache che disegnano costellazioni e desideri incollati alle code delle loro comete, le seguo sino al tunnel dell’amore. Passo oltre e dalle finestre a ogiva intravedo il parco che ho cucito al tragico telaio di Cloto, Lachesi e Atropo: c’è la cuccia di Snoopy e sul suo tetto rosso il bracchetto che danza sui tasti della mia prima macchina da scrivere, la mia Olivetti lettera 22. Salgo al primo piano arrampicandomi sulla pila dei libri che mi hanno macchiato l’anima, vedo ancore metafisiche e pezzi degli scacchi che trotterellano felici inseguiti dal gatto di Alice. Nel bagno c’è un veliero, le sue vele le ho fatte io, incollando le pagine dei libri che mi hanno portato, qui e ora, a farmi leggere da voi.

In questa piccola favola che sa di Dickens e di Sant’Agostino c’è tutta la poetica dello scolapasta, quella che tutti quelli che s’interrogano su quello che la letteratura ditta dentro prima o poi hanno dovuto affrontare. Cercando l’origine del nostro scrivere, abbiamo dimenticato che inevitabilmente esso coincide spesso con la donna che ci ha dato vita e direzione. Ricordiamo, en passant, le belle parole di Eraldo Affinati sullo scrivere per ricucire quello strappo che per lui coincide con l’esigenza di recuperare la memoria di quello che è stato, nel suo caso la rocambolesca fuga della madre dal treno che l’avrebbe cancellata dall’esistenza.

Ecco: la madre e l’esigenza di recuperare tasselli e scaglie di memoria. Quello che ho descritto nel suddetto raccontino è vero, mia madre m’insegnò a pettinare i ricordi per scivolare presto in un sonno soffice ed evitare così il trasloco nell’agognato lettone dei miei: funzionò. Lo ricordo benissimo, ancora oggi quando il sonno tarda lo faccio, stringo gli occhi e rivedo me e la mia origine.

Il ritorno all’origine è fondante, coincide con la stessa storia della letteratura, Vittorini identifica questo periodo con l’immagine del bambino di sette anni, l’età d’oro delle Mille e una notte e di Robinson Crusoe, l’età in cui basta scagliare un aquilone per sognare mondi e misteri insondabili.

Che ero cresciuto, che l’età d’oro era finita l’ho capito quando per la prima volta sono salito su una scala per raccogliere le olive, lì col sole che filtrava nell’intrico dell’ulivo ho visto e capito. Capito che esistono fondamentalmente due visioni dello scrivere e in esse uno può perdersi e, forse, solo perdendosi è possibile trovare il punto d’origine. Schematicamente possiamo riferirci a due oggetti totemici che incarnano queste dicotomiche visioni di letteratura e di vita.

La prima è l’aquilone, simbolo di una letteratura che ti scaglia lontano, in alto, nei cieli di metafore e mondi di parvenze fallaci. È la visione imperante soprattutto nella prima fase, quella di chi s’accosta alla letteratura per allontanarsi dalla vita. La lettura e, di conseguenza, una scrittura che appanni la visione che uno ha del mondo, un facile nascondiglio, cadiamo tutti nella tana del bianconiglio per dimenticare che con l’euro è diventato pure difficile acquistare un mocio vileda con quella leggerezza che caratterizzava i folli anni Ottanta.

Ma questa è una fase che deve durare poco, il tempo necessario per la scommessa che il lettore deve fare con sé stesso come Dio con il Tentatore quando si trattava di provare la fede del buon Giobbe. In questa scommessa dobbiamo metterci in gioco, scegliere letture che aprano nuovi modi di fruire il reale, è la letteratura che possiamo chiamare dello Scolapasta, una letteratura che funge da filtro per il reale.

Un filtro, una linea di demarcazione che sega un primo e un dopo. Esattamente quello che per Levi Strauss avviene con il passaggio dal crudo al cotto: il passaggio dalla natura alla cultura. Quando l’uomo cucina perde la necessità impellente, i bisogni sedati cessano di masticarci i sogni e ci lasciano il tempo di far lievitare meglio quello che poi, grazie al mistero di scrivere, inchioderemo sulla carta.

La scrittura coincide con l’essenza stessa del mistero, a voler credere alle etimologie che tanto piacevano al filosofo Heidegger e al suo codazzo di lettori stentati più o meno abili, mistero deriva dal latino “mysterium”, ma anche dal greco “Mystes” (cioè iniziato). “Mystes” deriva dal verbo “myo”, che sta per “stringo”, mi chiudo, da cui anche miope.

Mysticos, mistico, propriamente significa misterioso, riguardante i misteri.

Questa è l’etimologia, una linea che conduce all’origine, sulla scia di quanto Consolo pone a suggello del proemio al suo splendido “Spasimo di Palermo”, lì dove proprio storia, mito, verità e dolore si incagliano: “Ora la calma t’aiuti a ritrovare il nome tuo d’un tempo, il punto di partenza”.

Questo viaggio verso l’origine ci conduce alle pendici dell’Elicona dove tutto ebbe inizio, con Esiodo e le sue Muse che si riferiscono proprio a noi, uomini d’oggi, ridotti a mero istinto, istinto che coincide con i nostri ventri, con quella pancia che solo saziata ci consente di metterci in cammino verso la soluzione di queste nostra nostra incursione che per forza di cose infittisce quello che vorrebbe svelare:

“O pastori, cui la campagna è casa, mala genia, solo ventre,
noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero,
ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare”.

Menzogna e verità, dinanzi ad entrambe l’uomo stringe gli occhi, abbagliato. Stringo gli occhi anch’io, ritorno alla mia origine, a quei sette anni in cui basta uno scolapasta usato come elmo per sognare d’essere re e imperatore d’un regno che vedi solo tu.

E con gli occhi serrati rivedo l’epilogo, la scena finale eternizzata dall’ultima folgorante scena di American Beauty:

“I guess I could be pretty pissed off about what happened to me… but it’s hard to stay mad, when there’s so much beauty in the world. Sometimes I feel like I’m seeing it all at once, and it’s too much, my heart fills up like a balloon that’s about to burst…
…and then I remember to relax, and stop trying to hold on to it, and then it flows through me like rain and I can’t feel anything but gratitude for every single moment of my stupid little life…
You have no idea what I’m talking about, I’m sure. But don’t worry…
You will someday.”

Finiva così: un giorno lo sapremo. Sapremo come la bellezza del mondo riempie l’amore e il cranio prima che l’anima voli via. Com’essa tracimi verso le nuvole ricolorando ogni singolo momento di tutta una stupida e piccola vita.

Quello di cui molti mi accusano è vero, sono tenacemente attaccato al mio passato, come una patella allo scoglio. Semplice: viviamo il presente e vivendolo lo spediamo nel magazzino della memoria, il futuro c’è ma appena ci mettiamo piede diventa, passo dopo passo, recentissimo passato. E poi su che cosa si dovrebbe scrivere?

Sull’avvenire?

Sui mondi al congiuntivo?

Sui possibili futuri che ammazziamo ogni volta che facciamo una scelta?

“Le lingue sono fatte non tanto per disegnare il futuro quanto per raccontare il passato” lo dice pure il mio manuale di Linguistica Generale.

E poi se c’era una cosa che alle elementari odiavo era il tema che ti obbligavano a svolgere ogni dannato anno: “Scrivi cosa vorresti fare DA GRANDE…”.

Era angosciante: dover fantasticare su carriere improbabili e certezze fuori portata.

Quei temini erano nere e odiose torture psicologiche, frutto della malignità della maestra arpia che mi obbligava a colorare il cielo come voleva lei, tutto da un verso e con mano delicata.

– Non lo vorresti fare il calciatore e diventare bravo come Schillaci?

A me il calcio mi ha sempre annoiato, l’unica cosa allettante era fare il guardiano della porta. Mettersi tra due barattoli o tra due zainetti e aspettare. Aspettare lo scontro diretto con l’attaccante. Solo che dopo una trentina di brutte cadute ho preferito gli scacchi.

– Non ti piacerebbe fare il medico ed essere più ricco di Zio Paperone in una bella casa col giardino?

NO.

A 8 anni le priorità erano altre. Minime. Afferrabili.

Riuscire a prendere più grilli di Nicola.

Sbirciare sotto la gonna di Antonia.

Riuscire a finire i labirinti di Zelda sul Super Nes della Nintendo.

Il castello dei Masters e il galeone dei pirati della Playmobil.

La macchina degli Acchiappafantasmi (però gli altri, non quelli con Slymer).

E poi il sogno più sogno di tutti, l’arcisogno, quello che valeva tutta una settimana di tegolini: riuscire a catturare le lucertole con un filo d’erba come faceva Francesco Paolo.

Invece no, quello del tema doveva essere imbottito con un sogno da arrivista. Non potevi scrivere: “voglio solo e soltanto riuscire a catturare almeno una lucertola con un filo d’erba come sa fare Francesco Paolo. E se fosse possibile vorrei pure la fionda a braccio che papà non mi vuole comprare, giuro che se l’avessi la userei contro mia sorella solo per legittima difesa o per accoppare qualche piccione.”

Se avessi scritto così la maestra mi avrebbe strappato il foglio e chiamato la consulente con i porri sul mento e gli occhiali più spessi di tre tegolini messi uno sull’altro. Per continuare a vivere tranquillo nel mio bel banco della seconda fila dovevo inventarmi che mi sarebbe piaciuto un sacco diventare un medico per aiutare i bambini del terzo mondo, gli stessi a cui volevo soltanto spedire tutti i piatti di lenticchie e i broccoli puzzolenti che mia madre mi obbligava a mangiare.

Quando capirò quello che intendeva Kevin Spacey in American Beauty mi sfrecceranno davanti un centinaio di momenti, fitti fitti e veloci, compatti, ineguagliabili, indimenticabili, inossidabili, indelebili, incocciati per strada o amorosamente coltivati.

Forse ci sarà pure quell’unica bellissima volta che ce l’ho fatta a prendere una lucertola. E capirò, finalmente, quello che il mistero di scrivere vuole significare.

Lo Scolapasta ci aiuterà a setacciare questi momenti, ci farà ritrovare quelle storie nostre che abbiamo declinato nei nostri racconti, nei nostri saggi, nelle nostre poesie. Siamo fatti di storie, il mistero è questo. Storie come quelle che mio padre mi raccontava per evitare l’inevitabile trasloco notturno: cascasse il mondo, sino ai miei 5 anni notte dopo notte, imprecazione paterna dopo imprecazione paterna, dovevo passare dal lettino al lettone e lì, beato, m’inventavo le MIE storie. Storie che poi facevo interpretare alle ombre che abitavano (e penso abitino ancora) lo specchio sul comò.

Ho dovuto affrontare una Storia per accedere alla primina, la storia di una barchetta di carta che becchettava (mi sa che Steve King ha preso da lì lo spunto per l’incipit di IT), il sadismo dei maestri era senza fine, avevano escogitato un dettato zeppo di parole come Becchettio, Sciabordio, Rollio e Gocciolio. Parole che da allora ho rincontrato solo tra le pagine più soporifere di Moby Dick. Il dettato finiva tragicamente con un vento maligno che metteva tutto a SOQQUADRO.

E poi c’è Ende con la sua Storia Infinita e il successo dell’eroico affabulatore Bastiano Baldassare Bucci che ripopola il vuoto di Fàntasia con le sue storie. Storia dopo storia il nulla arretra e il vento lo soffia via, lontano, al di là dei pianeti e delle stelle conosciute. E vola via pure Bastiano sulla schiena pelosa del suo Fortunadrago.

Sono tutte storie che (ci) raccontiamo per riempire quei giorni che ci separano dalla fine della nostra storia. Pensandoci bene la luce cattiva dell’ovvietà ci fa spesso dimenticare che tutta la nostra vita è una storia unica. Magari con migliaia di punti d’intersezione con altre vite ma sempre unica e inimitabile. Si è intrecciata anche la mia con la vostra per il semplice motivo che nel vostro QUI e nel vostro ORA mi state leggendo.
Quando chiederò al mio serpente giallo di alleggerirmi da questa buccia di ossa, organi e tessuti lampeggerà semplicemente la parola fine, come nei vecchi film che passano in tivù, caratteri quadrati bianchi su sfondo blu.

Chissà, forse qualcuno mi ricorderà nelle SUE storie. E si compirà di nuovo il mistero, proprio come avviene al funerale dell’uomo che dedica tutta la vita alle sue storie, il protagonista di Big Fish, il film manifesto di tutti noi che stiamo scrivendo. Ecco, finiamola pure con tutta la paura di usare il nostro verbo-destino: noi scriviamo, sappiamo benissimo perché non possiamo evitarlo.

La scrittura ci ha messo nei guai più di una volta ma molti di più sono stati i momenti in cui ci ha salvato, e abbiamo iniziato a scrivere per un debito di riconoscenza, perché mentre aprivamo i libri, quei rettangoli di parole e speranze aprivano noi. Non ci hanno scagliato in un mondo lontano, se avessero anche tentato di farlo meriterebbero davvero il rogo. Un libro deve essere una porta per una realtà più densa. Leggiamo e scriviamo con uno scolapasta che sia solo nostro, un mezzo utile per capire meglio quello che la letteratura ditta dentro.

Sì, la letteratura ditta dentro, esattamente come diceva Dante per l’Amore, quello vero, l’unico che si merita la maiuscola.

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