Come le millestelle

Era un quarto di cazzuola. Almeno secondo le immutabili gerarchie del cantiere. Veniva subito dopo la folla di mastri, mezzi mastri, cazzuole, mezze-cazzuole e manovali. Lui ci provava con tutta la sua buona volontà a far quel gioco di polso e avambraccio che segna la vera differenza tra un buon muratore e una schiappa. Per capirci, al primo affideresti la costruzione del tuo tetto, al secondo al massimo fai fare i buchi in cui infilare i tubi del cesso. Gianni accettava il suo status. S’era laureato qualche settimana prima con una tesi su Benjamin ed era finito lì, in uno dei cantieri di un suo zio imprenditore per racimolare gli euro necessari per farsi un inter-rail o almeno un viaggetto decente per ricaricare le pile prima del dottorato.

La sua prof del liceo era venuta alla proclamazione. Aveva applaudito e pianto per il 110 senza infamia e senza lode del suo quasi-figlio. Solo che, per non smentire la sua etichetta di simpatica e preparatissima svampita, s’era dimenticata il regalo a casa. Per rimediare la prof. aveva deciso di portargli quella borsa di pelle lucida e imbottita di libri al cantiere. E s’era presentata vestita di un bel tailleur di lino nero. Gianni l’aveva accolta con un abbraccio bello e vero che le aveva fatto diventare il vestito di un grigio sbiadito. La prof aveva sorriso e ricambiato.

I manovali avevano assistito a quell’incontro strappalacrime prolungando la pausa caffè di una buona mezz’ora.
Gianni e la prof erano andati a prendere una granita al limone affogata nel thè nel migliore caffè di Palermo. Erano seduti lì, Gianni che succhiava thè e granita da una cannuccia che s’attuppava ogni due sorsate e la prof. che sorrideva felice. Aveva qualcosa da dire al suo quasi-figlio, si vedeva che era qualcosa d’importante. E Gianni aveva digitato sul suo cellulare un esseemmeesse per il numero dello zio. Lo zio aveva risposto quasi subito: aveva il resto della giornata libera e venti euro in meno a fine settimana. Quello che aveva da dire la prof li valeva tutti.

– Gianni, lo sai che ti voglio bene quanto e più di un figlio. E tra noi non ci sono stati mai peli sulla lingua. Quando ti dovevo smorzare quel tuo sarcasmo da citrullo te l’ho detto chiaro e tondo…-

– Già, e m’ha messo pure 10- in ogni tema. Diceva che erano perfetti ma che il 10 avrebbe fatto lievitare il mio già smisurato ego.

– Eh già, avrai pensato che ero pazza. Ma serviva soprattutto a te. Tu scrivi bene. Parli anche meglio ma ti senti, scusa l’espressione, un cazzo e mezzo.

– Professoressa…

– Eh dai che lo sai… lo sai e lo sei. non ci puoi fare niente. Io ti dicevo di frenare e tu mi rispondevi che in salita si accelera. E io non avevo altro da dirti. Mi hai pure presentato tutte le donne che ti hanno accompagnato per almeno un pezzo di strada, ricordi?

– Sì, a lei le presentavo volentieri. Ai miei genitori manco ammazzato. Passare una serata con lei e con la mia zita del momento mi piaceva. E poi volevo la sua “benedizione”.

– E io te la davo. Soprattutto perché sceglievi donne con abbastanza cervello. Le ochette le lasciavi agli altri.

– E dov’è la novità? Ogni dannata volta faccio sempre la stessa cosa. La scelgo intelligente e bella e poi finisce sempre a schifiu… mai una volta che riesca a durare per più di sei mesi. È una condanna.
– No, è la vita. La vita che ti scegli tu, giorno dopo giorno. Ti ricordi Lisa?
– Sì, eravamo nella stessa classe all’ultimo anno di Liceo. Lei era arrivata verso novembre, un tipo simpatico…
– Non fare lo gnorri. Sarò vecchia, mica citrulla. Lo sapevo che stavate assieme. L’ho capito la prima volta che vi ho interrogati insieme. Eravate i migliori e cercavate di primeggiare anche fra voi due. Che spasso interrogarvi! Vi azzoppavate con la lealtà di due vecchi cavalieri. Eravate perfetti.
– E’ finita una vita fa. Mi ha mollato lei, per un altro.

Arrivò il fiotto dei ricordi, i capelli di Gianni erano di nuovo lunghi e c’era di nuovo la vecchia vespa e Lisa dietro di lui. L’estate del diploma era volata via presto. Neanche il tempo di godersela, era finita con loro due che s’erano salutati facendo l’amore sulla spiaggia, di notte. Con la luna che sembrava capire tutto e sorridere. Poi lei era ripartita per il nord, seguendo gli spostamenti del padre. E lui era rimasto lì, come un’acciuga sotto sale.

Lui le aveva telefonato tutte le sere, poi sempre un po’ meno spesso, sempre di meno. Sino a quando lui aveva deciso di andarla a trovare a Milano e lei gli aveva detto di restarsene a casa.

Era stata una telefonata di neve e silenzio. Un ghiaccio polare era calato e Gianni aveva riattaccato. Però prima di farlo aveva fatto la domanda più stupida e più complicata del mondo: perché? Capire la fine di una storia d’amore è pura follia. Si spengono presto gli amori, come le millestelle che ti mettono in mano quando sei piccolo. Fanno una fiammata luminosa e poi pian piano ritornano ad essere solo una bacchetta grigia, oramai senza più magia. Però con Lisa era diverso. Lui già sognava la loro vita futura. Si vedeva con la barba lunga – pensava sempre che se la sarebbe fatta crescere per darsi un certo tono – e soprattutto si vedeva con lei, ancora innamorati e abbracciati con una dozzina di marmocchi per casa e almeno quattro cani. Poi lei aveva preso i suoi sogni e li aveva strozzati.

Così, senza cattiveria. Senza rabbia, senza rancore. Era finita tiepidamente. Era quella la cosa che mandava su tutte le furie Gianni. I tiepidi li avrebbe smolecolarizzati tutti, dal primo all’ultimo. A lui piaceva la gente che ha le palle per lottare in quello in cui crede, per qualunque cosa che dia senso a un’intera vita. Poteva essere il buco dell’ozono, le emorroidi del papa o la campagna per eliminare la pubblicità nei Simpson. Qualunque cosa. E questo Lisa lo sapeva bene.

I capelli erano di nuovo rasati e, invece della peluria sottile, sulla faccia di Gianni c’era un barbone ingrigito dagli schizzi di cemento. La prof. stava bevendo l’ultimo sorso del suo thè. Gianni s’accese una lucky strike e stette in silenzio, il peso dei ricordi l’aveva spiazzato. Come sempre.

– Lisa è tornata. Mi è venuta a cercare. E’ ancora più bella, come li chiamavi i suoi occhi? Occhi di cielo? Già, sono splendidi. E’ tornata per restare qui, a Palermo.
– mi fa piacere. Se la incoccio per strada, cambio marciapiede. Professoressa, mi dica la verità… Che dovrei fare, andare a casa sua e vedere che sta bene? Che la sua vita senza di me è stata splendida? Lo so, l’ho sempre saputo. A lei la gloria e gli onori e a me una laurea in filosofia. Il mondo va così. Lei ha sempre avuto tutto, le bastava sfoderare il suo sorriso aprimondi. Io pure per farmi un viaggio deve spaccare balatoni e carriare quacina e cemento. C’est la vie! Le battaglie coi mulini a vento le ho finite dieci chili fa.
– Sei sempre stato un amabile citrullo. E secondo te io venivo sino al cantiere solo per darti il regalo? Io lo so che lei è la donna della tua vita. Certe cose le prof. d’italiano le sentono. Vi siete perduti? E allora? E poi con che faccia vuoi farmi credere che lei è storia vecchia? Appena ti ho detto “lisa” sei schizzato nell’iperuranio. Sei stato venti minuti buoni a rimasticare il passato e sorridevi. Già, sorridevi.
– stavo fantasticando su quella svedese che è passata di qua…
– Giannuzzo, mi vuoi prendere in giro? Io quello che dovevo dirti, l’ho detto. Questo è il suo indirizzo, l’ho scritto in questo pezzo di carta. Te lo lascio qui. Sta a te decidere. Solo a te.

La prof gli accarezza la testa e si alza. Sparisce verso la cassa. Gianni sta lì, con un’altra sigaretta che gli penzola triste tra le labbra. Di quel foglio ha paura. Paura che rivedere Lisa gli mandi all’aria tutta quella serenità che ha faticosamente raggranellato. Accarezza il foglio. Lo scansa come se fosse elettrificato. Sta per una buona mezz’ora a contemplare i leoni di pietra che sorvegliano il Massimo. Poi arriva il cameriere, per liberare il tavolo. Ha già preso il foglio e lo sta per gettare nel cestino.
-scusi, quello no. Su quel foglio c’è una speranza”.
-cosa?

Gianni riacchiappa il foglietto e lascia il cameriere in preda ai suoi dubbi. Come dicevano in quel film? “La speranza è una cosa buona. La migliore.”
Gianni spera e sperando, sorride.

Bagheria, estate 2004

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