La lettera di Lord Chandos. Rileggendo Gino Tasca

Una lettura di Gino Tasca (che alla lettera aveva dedicato il suo blog)

[Il testamento spirituale di Gino: Isaia Greco, qui una lettura di Gabriele Dadati]

Ultimamente mi è capitato di leggere – per il laboratorio di lettura che tengo presso l’Accademia Platonica fondata dal mio ex analista, Ettore Perrella – la "Lettera di Lord Chandos" di Hugo Von Hofmannsthal (il titolo originale, però, è solo "Ein Brief", "Una lettera").

Per chi non sapesse nulla di Hugo Von Hofmannsthal, preciso che è più famoso per la sua collaborazione – come librettista – con Richard Strauss ("Il cavaliere della Rosa", "Arabella", "La donna senz’ombra", "Capriccio") che per il resto della sua opera e che era così precoce da scrivere apprezzatissime ed estenuate poesie stando ancora al liceo, a diciassette anni, sotto lo pseudonimo di "Loris".

Nato nel 1874, scrive questa lettera che parla di una grave crisi nella scrittura, al limite dell’afasia, nel 1901-02, cioè a ventisette anni.

(Ero così convinto che questa lettera fosse opera di un autore ben maturo che non me ne ero mai accorto.)

E – come capita quasi sempre – quando si scrive una cosa sull’impossibilità di scrivere, si è già guariti. Infatti, dopo, non fece che scrivere, fino al 1929 quando morì per un’emorragia cerebrale, pochi giorni dopo che il figlio si era ucciso.

Ma c’era una cosa che continuavo a non capire.

A pag. 41 (dovrete avere pazienza: mi toccherà fare molte citazioni) descrive lo stato di felice incoscienza in cui scriveva prima della "crisi", così:

"Una esperienza valeva l’altra; una non era inferiore all’altra né nell’energia vitale né nel carattere onirico soprannaturale, e così era per tutto quanto la vita abbracciava, da ogni lato; in tutto ero coinvolto profondamente, mai mi avvidi di una parvenza fallace. Oppure intuivo che tutto era identità, e ogni creatura la chiave per un’altra. E mi sentivo come colui che doveva essere in grado di afferrarle una dopo l’altra e di schiuderne tante altre con essa, quante quella ne potesse disserrare."

Non sembra la descrizione di qualcosa di negativo, no?

E, quindi, perché – dopo tre righe – aggiunge "Chi fosse incline a tale modo di sentire, dovrebbe giudicare saggio piano di una provvidenza divina il fatto che il mio spirito fosse destinato a cadere da una così gonfia presunzione (n.b. – le sottolineature sono mie) a questo estremo di scoramento e debolezza"? Perché?

Anche perché, poco dopo, a pag. 51 (sto seguendo la edizione della BUR), descrive lo stato di rinnovata innocenza, più o meno con le stesse parole e, quindi, cosa era successo – in mezzo – per cui il primo atteggiamento si transvalutasse da "gonfia presunzione" in salvezza?

Trascrivo il brano di pag. 51.

"Era assai più e assai meno che compassione: una smisurata partecipazione, un trasfondermi in quelle creature, o la sensazione che un fluido di vita e di morte, di sogno e di veglia si fosse riversato per un momento in esse …"

E, subito dopo, a pag. 52.

"Queste creature mute, talvolta inanimate si levano verso di me con una tale pienezza, una tale presenza d’amore (le sottolineature sono mie) che il mio occhio letificato non riesce a scorgere dattorno nulla che sia morto. Mi pare che tutto, tutto q uello che c’è, tutto di cui mi sovviene, tutto quanto sfiorano i miei più confusi pensieri, sia qualche cosa. … Sento dentro di me e attorno a me una solleticante infinita rispondenza, e tra gli elementi che si contrappongono nel gioco non v’è alcuno in cui non sarei in condizione di trasfondermi."

E, ancora, a pag. 59:

"E tutto è una sorta di febbrile pensare, ma pensare in un elemento che è più incomunicabile, più fluido, più ardente delle parole. Sono vortici, ma a differenza dai vortici della lingua, questi non paiono condurre a sprofondare nel vuoto, bensì al contrario in qualche modo riportano in me stesso e nel più riposto grembo della pace".

E, poco prima, a pag. 51 ancora, all’inizio:

"… era qualcosa di più, di più divino, di più animale: ed era presente, il presente più pieno e più vero."

Prima di chiedermi cosa sia avvenuto, nel frattempo (o nel non-tempo?) per transvalutare completamente il "panico" di pag. 41 nel "panico" di tutte le altre successive citazioni, vorrei far notare come quel "qualche cosa" riassuma le tre doti che – per Joyce – devono avere gli oggetti epifanici: integritas, riconosciamo che l’oggetto è un’unica cosa; consonantia: riconosciamo che, avendo una sua certa struttura, quella è una cosa di fatto; claritas: riconosciamo che è quella cosa che è. Tutto questo sta in quel "… sia qualche cosa".

Faccio anche notare – prima di provarmi a fornire una risposta che, avviso già da ora, sarà fortemente arbitraria – che, a pag. 45, fra i sintomi della sua malattia, Lord Chandos, dice che non era più in grado di dare anche i più semplici giudizi. Non sapeva più dire se il fittavolo fosse onesto o meno o se il tal predicatore fosse bravo.

E questa cosa mi lasciava molto perplesso – avevo come l’impressione che questa parola, giudizio, contenesse in sé la spiegazione di tutta la faccenda e, con questo pensiero in testa mi ero messo a letto e mi ero addormentato. Poi, verso le due di notte mi ero svegliato e avevo pensato che il giorno dopo avrei messo a confronto – su questo termine – un certo libro e la lettera. Sì, sì, mi ero detto, mi sembra una buona strada. Potete ben immaginare come è andata a finire. Alla mattina non sapevo se avevo sognato o se sul serio avevo pensato quella cosa. Fatto sta che del libro non c’era più traccia.

E così, per disperazione, il pomeriggio, mi ero messo a confrontare il testo di Von Hofmannsthal con il commento alla lettera di San Paolo ai Romani fatto da Ettore Perrella e – solo dopo avere letto tutte le sue complicate e luminose pagine sul "giudizio" – mi ero accorto che lì c’era la chiave per capire Chandos e che era proprio quello il libro a cui avevo pensato durante la notte.

Bene. Perrella fa un commento riga per riga di tutta la lettera di San Paolo ma a noi, qui, interessa, quello che dice a proposito del giudizio, partendo dal testo paolino laddove dice qualcosa come: voi che giudicherete, solo voi sarete giudicati. Attenzione: non è la solita storia buonsensaia della trave e della pagliuzza. Non è la solita etica del: non giudicare visto che chi è senza peccato, solo lui, potrebbe scagliare la prima pietra. No. Qui si tratta di non giudicare mai, in nessun caso, anche se si è puri. Anzi, nel momento in cui si giudicasse già tali non si sarebbe più.

Trascrivo, quindi, alcuni brani del commento di Perrella.

"Paolo, ora, trae le conseguenze di quanto ha detto prima, facendo squillare le trombe del giudizio. Infatti anapologhetos, "indifendibile", è termine giuridico, come krino, "giudico", e katakrino, "mi condanno da me", ma, letteralemente, "giudico di ritorno" o "retroattivamente": verbo riservato a coloro che giudicano gli altri secondo la Legge, e in questo modo si condannano, perché il giudizio che emettono sugli altri ritornerà direttamente su loro stessi, non tanto, come sembra dire il testo, perché fanno a loro volta le azioni che condannano, quanto perché le giudicano negli altri, e proprio in questo modo si espongono al giudizio retroattivo, al katakrinein in cui consisterà il giudizio divino e definitivo … Dio giudica secondo verità. Lo sappiamo, evidentemente, perché il suo stesso giudizio assoluto non sarà (o non è) che un giudizio "di ritorno", vero con assoluta evidenza proprio in quanto non è formulato da Dio, ma dall’uomo stesso che viene giudicato."

"L’evo eterno, il Tempo assoluto, l’ aion, è concesso, nel giudizio – ancora una volta attraverso il katakrinein – solo ai fedeli che hanno saputo pazientare – in realtà restare indietro nella loro "pazienza", ipomoné, cioè nella sospensione della loro attesa -, perché un atto può dirsi buono solo in quanto viene compiuto in questo restare indietro del giudizio … proprio perché chi lo compie "resta indietro" rispetto ad esso, trattenendosi nella sua ipomoné, mentre il giudizio può solo concludere e chiudere un atto … questo restare

indietro è la vita eterna …"

Parlando, poi, di un altro commentatore della lettera ai romani, Schlier, che si stupisce dell’uso del verbo al presente che Paolo fa nel parlare del giudizio finale, che, senza dubbio, è futuro, dice:

"Tuttavia questo futuro, abbiamo detto, non è tale se non perché è già incluso nel presente … Ma è presente solo in quanto l’atto stesso è sempre presente: lo è quello di ieri come lo è quello di domani, perché nella giustizia della decisione noi abbiamo già superato ogni determinazione temporale. Solo per questo il giudizio futuro è già presente nell’atto, tanto che possiamo spingerci a dire che il tempo si genera nell’atto, al punto che esso è poiesis, fattura, o addirittura ktisis, creazione, del tempo, ma lo è solo nella misura in cui è anche apokalypisis, rivelazione definitiva e chiusura del tempo stesso che genera. Il tempo si apre e si chiude a partire da ciascuna giusta poiesis, in quanto questa è giusta proprio perché è un restare indietro, una ipomoné del giudicare nel fare. Ed è una ipomoné di cosa? Evidentemente solo di ciò in cui si scrive la legge: il linguaggio. Nel restare indietro del giudizio, le parole … tornano ad essere Logos vale a dire Parola come principio dei loghismata, vale a dire Parola al di là del tempo e al di qua del tempo, insomma "al tempo stesso" arché, principio, e conclusione del tempo.

"Il tempo cristiano è quello della vita eterna, della Theò aionion, cioè il tempo della vita, eterna solo in quanto vita, vale a dire solo in quanto il suo tempo e il Tempo – l’evo, l’aion – del suo ritorno. La vita è eternamente-ritornante nel tempo. Questo eternamente-ritornante è il movimento della salvazione, mentre la salvezza, di per sé, è sovratemporale, come il Logos ch’è principio e fine del tempo creato."

Insomma, che lo sapesse o meno, Lord Chandos, nel sospendere il giudizio (anzi, per grazia – la sua crisi è la grazia della noche oscura – non potendolo più emettere), si stava salvando nell’eterno presente divino ed animale di cui parla.

E, quando nelle righe finali, prova a dire perché non scriverà più (lui sì ma Von Hofmannsthal – grazie a lui – no) dice.

"perché la lingua in cui mi sarebbe dato non solo di scrivere, ma forse anche di pensare, non è il latino né l’inglese né l’italiano o lo spagnolo, ma una lingua di cui non una sola parola mi è nota, una lingua in cui mi parlano le cose mute,

e in cui forse un giorno nella tomba mi troverò a rispondere a un giudice sconosciuto".

Diciamo che Von Hofmannsthal è finalmente passato dall’estetica di un al di qua del principio del piacere, ad un etica di un giusto fare.

La cosa da dire resta la stessa ma gli occhi si sono – finalmente – illimpiditi.

30 dicembre 2004

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