"Tutto in Sud America parla italiano"

USA. Domenico Porpiglia: un inviato speciale che ha a cuore la “gente d’Italia”.

di Antonella Parmentola

fonte: La Mescolanza

Domenico Porpiglia, 61 anni, è direttore de “La Gente d’Italia”, quotidiano che fonda nel 2000. Conosce profondamente il continente americano, da nord a sud, perché, per 35 anni, è stato “inviato speciale” del Mattino. Sulla variegata situazione degli italiani all’estero dice che “dovremmo cominciare a capire che nell’altra Italia c’è un pezzo di noi che ha bisogno di tutto”.

 

Da quanto tempo vive all’estero?

“Da sette anni”.

Per quale motivo ha deciso di trasferirsi?

“Perché già mi recavo negli Usa e nei Carabi in media quattro volte l’anno”.

E così…?

“Sono andato via dal “Mattino”, dopo 35 anni di “inviato speciale” in giro per il mondo: avevo casa a Miami ho pensato bene di trasferirmi definitivamente in Florida”.

Come è arrivato alla direzione del suo giornale?

“L’ho fondato io”.

Perché ha sentito la necessità di fondare un giornale in lingua italiana?

“Mi sono reso conto che gli italiani all’estero avevano bisogno di un giornale, di notizie fresche dall’Italia e soprattutto di commenti ed opinioni di giornalisti italiani veri. Mi spiego: la maggior parte dei mezzi di comunicazione presenti all’estero si regge sul sacrificio e l’abnegazione di giornalisti improvvisati, a parte pochi professionisti. Il segreto del successo di “Gente d’Italia” è proprio questo. Quando i lettori comprano il giornale sul quale scrivono Cucci e Tosatti per lo Sport, Ghirelli e Caretto per la Politica, Torchia per le Inchieste, Guiglia per il Sud America, senza dimenticare le opinioni di Luca Giurato, Arturo Diaconale, Gianni Perrelli, colleghi bravissimi e conosciutissimi, tutto diventa più facile. Ora bisognerà espandersi soprattutto in Sud America, dove siamo solo noi sul mercato”.

Quella del direttore è sempre stata una sua ambizione o un giorno le è capitato che…?

“A dire il vero sono stato costretto. Non l’ho voluto fare dove lavoravo…”.

Quale altro lavoro avrebbe voluto fare?

“Quello che ho sempre fatto, il giornalista”.

Di sicuro, dopo le ultime elezioni, la curiosità sugli italiani all’estero è cresciuta. A suo parere, cosa sarebbe necessario sapere degli “altri italiani” che invece non si sa?

“Per esempio, cosa pensano, realmente, del voto all’estero e se a loro servirà…Gli italiani che vivono fuori dall’Italia si dividono in due grandi categorie, quelli che hanno fatto fortuna e che se la passano, come dire, benino, e quelli che, invece, per varie vicissitudini, in Argentina, Uruguay e Venezuela si sono trovati, da un giorno all’altro, a dover vivere in condizioni quasi subumane, senza uno straccio di pensione, senza assistenza sanitaria e con pochi mezzi di sostentamento. Ecco, dovremmo cominciare a capire che nell’altra Italia c’è un pezzo di noi che ha bisogno di tutto. Il voto all’estero ed i primi rappresentanti italiani scaturiti dalle ultime elezioni dovranno prima di tutto cercare di colmare  questa grave lacuna. Hanno a disposizione poco tempo, però, perché se non si faranno sentire in Parlamento difficilmente questi poveri connazionali riandranno a votare. Diranno “a cosa serve se non cambia nulla?”.

Quale è stato il periodo più difficile da affrontare?

“I primi quattro anni”.

Perché?

“Perché fare i giornalisti non significa fare gli editori e ti trovi da un momento all’altro ad improvvisarti capo dell’ufficio vendite, capo della distribuzione, capo del marketing, e poi la concorrenza. Non dimentichiamo che, per esempio, sbarcando a New York dove già da anni esiste un altro quotidiano, non sei certo visto bene…

Allora devi imparare i trucchi del mestiere, mandare il tuo uomo nelle edicole a magnificare il tuo giornale, ma, soprattutto, devi convincere, nel caso specifico, il capo della diffusione del “New York Times”, che il tuo è un buon prodotto. E ci vogliono mesi, anni… Poi devi ridurre i prezzi: noi vendiamo il giornale a 50 centesimi tutti i giorni e il venerdì a un dollaro, per attirare il lettore… E ancora le scorrettezze, le maldicenze, di chi non ti vuole sul mercato. Così per alcuni sei un fogliaccio della destra, per altri sei il portavoce della sinistra. Questo ci riempie di gioia perché significa che fai un buon giornale, pulito ed aperto a tutti… E’ dura e non è ancora finita”.

Come descriverebbe la comunità italiana di oggi?

“Vecchia, poco attenta ai fatti italiani, perché nessuno si è mai interessato a loro”.

Come è mutata negli ultimi anni? Quali sono stati i cambiamenti più eclatanti? Quali invece sono le costanti?

“Si è integrata perfettamente. Parlo delle nuove generazioni. Loro, i “vecchi” sono ancora legati all’Italia di una volta”.

Come valuta, nel complesso, il risultato delle ultime elezioni? E cosa, nella pratica, gli italiani si aspettano dal nuovo governo?

“Credo che ci sia stato un equilibrato pareggio, cioè metà centrodestra e metà centrosinistra. Si aspettano un maggiore coinvolgimento, che a mio parere non avverrà mai. Sono società diverse, vite diverse, salvo a fare una cosa importante: esportare cultura, lingua italiana, informazione”.

Per sfatare i luoghi comuni sugli italiani all’estero, “mafia-pizza-spaghetti”, tanto per dirne qualcuno, quale è il rapporto degli italiani con:

–          gastronomia: “Ottimo, i prodotti italiani veri vanno a ruba”.

–          moda: “Troppo cara, per molti”.

–          cultura/storia: “Ne vedono poca…scarsi i mezzi a disposizione degli Istituti di cultura e soprattutto televisione inesistente (Rai International è da rivedere, servono più soldi e programmi ad hoc, soprattutto informazione).

–          politica: “Ancora legata a stereotipi. La lontananza aumenta questo tipo di disinformazione”.

–          sport: “Solo il calcio tira, ma…”

Ma?

“Non essendo il nostro un giornale sportivo non possiamo certo uscire ogni giorno con due pagine di sport, quindi va bene così…”.

E le nuove generazioni, come (e se) manifestano il loro essere italiani?

“A scuola o nelle università, per il resto sono integratissimi nella cultura locale”.

Cosa risponde a chi sostiene che per la cittadinanza italiana sia necessario conoscere almeno l’italiano?

“Che, forse, ha ragione”.

Quale è, oggi, il ruolo dei giornali italiani editi all’estero?

“Dovrebbero informare, invece sono più orientati alla “gazzetta locale”, che serve, ma non deve costituire la maggioranza delle notizie”.

Infine, quale valore aggiunto hanno apportato le comunità italiane nelle società nelle quali si sono insediate?

“Dipende. In Nord America tanto, dalla cultura alla moda, dalla tecnologia alla musica, alla gastronomia…Nel Sud America, lo spirito di sacrificio è stato anche maggiore, consacrato soprattutto all’agricoltura, all’allevamento, alle grandi opere edili, ai ponti, alle strade, ai teatri: tutto in Sud America parla italiano. Da tempo anche la viticoltura è nelle mani dei nostri connazionali. Ottimi vini vanno in giro per il mondo, e poi la lingua…in Uruguay anche i parlamentari vanno a scuola d’italiano…”.

Anagrafica giornale

–          nome testata: “La Gente d’Italia”

–          anno di nascita: 2000

–          luogo di pubblicazione: America del Nord e del Sud

–          periodicità: quotidiano

–          direttore: Domenico Porpiglia

–         editore: Porps international

–          numero di copie: circa 30mila

Anagrafica direttore

–          nome: Domenico Porpiglia

–          luogo di nascita: Napoli

–          età: 61

–          stato civile: coniugato

–          anno in cui si è trasferito all’estero: 1997

–          anno di inizio direzione: 2000

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