L’essenziale nel quotidiano

di Antonio Spadaro

(fonte: CONQUISTE DEL LAVORO, supplemento "Via Po"- 16 marzo 2002)

Carver e la moglie Tess Gallagher«Bruciante»: è forse questo l’aggettivo che meglio definisce la prosa e la poesia di Raymond Carver (1938-1988). Egli nella sua splendida poesia The pipe, affermò di voler scrivere poesia che avesse «della legna/ proprio al centro, legna da ardere» o addirittura un «caminetto dove pezzi di abete impregnati/ di resina andranno in fiamme, consumandosi tra loro».

Queste parole descrivono una «letteratura di potenza» che è potenza dell’attesa di un senso per il nostro essere vivi. Nell’opera dello scrittore statunitense le parole infatti si muovono in un territorio compreso tra un certo spaesamento esistenziale, la paura della morte e il bisogno di essere amato, facendo comprendere come l’espressione letteraria migliore sia sempre frutto di una necessità interiore. Nell’opera carveriana non troviamo trucchi, orpelli, stratagemmi per catturare il lettore. L’efficacia espressiva è garantita da una vibrante capacità di porsi in relazione alla vita, ai fatti, agli oggetti, alla realtà. Carver ha avuto la capacità di cogliere l’essenziale nel quotidiano e di mostrarne la tragedia (specialmente nei primi racconti) e la grazia (specialmente negli ultimi). È dunque nelle pieghe della vita che Carver può invocare una salvezza, scoprire la tenerezza e rintracciare un’energica quanto sotterranea apertura al mistero, al senso di rivelazione, e a una «redenzione», stimolata dalla dura esperienza di alcolista, che lo segnò profondamente.

Carver nacque nel 1938 in un minuscolo paese nell’Oregon (Stati Uniti) ed è ormai considerato un «autore di culto», sempre più viene letto e conosciuto anche in Italia soprattutto come narratore, nonostante egli si sia sempre considerato innanzitutto un poeta. La casa editrice Minimum fax sta pubblicando in Italia tutta la sua produzione letteraria, compresi i testi già pubblicati in passato da altri editori. Ciò che colpisce nelle sue prime raccolte di racconti (Vuoi star zitta, per favore? [1976], Di cosa parliamo quando parliamo d’amore [1981]) è senz’altro l’incredibile rapidità ed essenzialità espressiva. Le narrazioni spesso nascono solo da una frase ascoltata per caso o da situazioni colte fotograficamente all’interno della vita ordinaria. L’arte deve tornare alle cose che contano, «le cose che sono vicine al cuore dello scrittore, le cose che ci muovono interiormente». In Dostoevsky (1985), l’unica sceneggiatura che Carver scrisse, il grande scrittore russo afferma: «… un essere umano è un misteroŠ mi dedicherò a questo mistero perché voglio essere un uomo…».

La sua vita non fu facile: sin da giovanissimo fu costretto a lavorare per mantenere la sua famiglia, ma nello stesso tempo riuscì a continuare gli studi letterari. A diciotto anni ebbe un figlio dalla sua ragazza sedicenne, Maryann Burk e i due si sposarono. Ma la vita dello scrittore da questo momento proseguì ancor più in salita. La necessità del sostentamento economico della famiglia lo costrinse a lavori duri e il rapporto con la moglie si deteriorò fino alla rottura definitiva. L’alcolismo assediò la sua vita proprio mentre i suoi testi, poesie e racconti, cominciavano ad essere pubblicati e a fornirgli notorietà. Questa vicenda biografica ha in qualche modo plasmato i tratti dei personaggi dei primi racconti. Loro caratteristica fondamentale è l’incomunicabilità, nonostante nel testo ci siano molti dialoghi, i quali sono tutti fitti, sincopati e ritmati da continui «dissi» e «disse». In una pagina se ne contano fino a sedici. Una sorta di destino inesorabile allunga la sua ombra sulle vicende da essi vissute, che anche quando finiscono in tragedia non cedono minimamente alla concitazione. Il male accade spesso è il generico, ma realissimo, «male di vivere»; e la tragedia assume i tratti della quotidianità e del piccolo gesto. Non c’è altro da dire o da commentare circa la nuda, scandalosa e tragica oggettività del male: è un fatto.

Con la pubblicazione della raccolta Cattedrale (1983) emerge un certo ottimismo e sembra possibile una forma, anche delicata, di redenzione, di salvezza, grazie a sentimenti di tenerezza, a sguardi in un passato di innocenza, a modi alternativi di porsi di fronte al reale che procurano un’inattesa meraviglia. Anche nella vita di Carver qualcosa era cambiato: il contatto con gli Alcolisti Anonimi era giunto come un’esperienza di vera e propria «redenzione». Come afferma T. Gallagher, a sua volta Carver voleva «redimere» i suoi lettori, «nel senso biblico di riscattarli, affrancarli dalla loro schiavitù", ma anche di "assolverli". Ray lavorava alla sua arte, ma questa lo coinvolgeva nei metodi classici per ottenere l’assoluzione: ascoltare e raccontare». Un avvenimento centrale della sua vita fu, mentre si distaccava dall’alcool, la conoscenza di una poetessa che insegnava letteratura all’Università di Syracuse, dove Carver stesso insegnò tra il 1980 e il 1984: Tess Gallagher, la quale gli starà accanto fino a quando lo scrittore non verrà stroncato da un tumore nel 1988 a soli cinquant’anni. Poco prima aveva ottenuto un Dottorato honoris causa in Lettere dall’Università di Hartford.

Lo stesso Carver definisce le storie di Cattedrale «più piene, più forti, più sviluppate, più aperte alla speranza», una «"speranza" nel senso di aver fede», un atteggiamento di fiducia aperta sul reale e sulla vita. La sua ultima poesia è composta di una domanda e di una risposta: E hai ottenuto quello che/ volevi da questa vita, nonostante tutto?/ Sì. E cos’è che volevi?/ Potermi dire amato, sentirmi/ amato sulla terra». Le ultime sue parole scritte: «No more words», non più parole.

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