La psichiatria nei mezzi di comunicazione

di Cristiano M. Gaston 

“Depressione” è un termine ormai di uso corrente, tanto corrente quanto impreciso è diventato il suo alone semantico. Un “googling” improvvisato e privo di ogni presunzione sociologica ci permette di trovare oltre tre milioni di pagine web in italiano che contengono la parola “depressione”, contro un milione e settecentomila che contengono “tristezza” (la prima dell’elenco, neanche a farlo apposta, riporta: “la depressione come forma della tristezza” – e ci risiamo). Come detto, questa indagine svolta dal salotto di casa non dimostra nulla; eppure, tornano i conti con la sensazione diffusa che nessuno si senta più banalmente triste, quando ha la possibilità di definirsi depresso.

Se fino a trent’anni fa chiedevamo conto ai poeti della nostra tristezza, oggi devono risponderci gli psichiatri, i quali generosamente non si sottraggono alla domanda e ci illustrano da trasmissioni, libri e rubriche cosa la depressione sia e come liberarcene. Lodevole il tentativo di rasserenare gli animi inquieti della società, però urge anche una riflessione sui rapporti fra società civile, mezzi di comunicazione e tematiche psicologiche. Queste ultime hanno infatti una presa formidabile sull’immaginario collettivo e, nel momento in cui propongono chiavi di lettura (seppur con le migliori intenzioni) non si può ignorare che lavorino anche come suggestioni potentissime e – se non ben identificate – in gran parte inconsce.

L’età dell’innocenza prefreudiana è ormai svanita: l’inconscio è nozione comune. La prima conseguenza di questo fatto è che i meccanismi di difesa (ovvero le strategie che l’Io predispone per non sperimentare l’ansia conflittuale, depistandola e permettendole di evadere dalla coscienza) sono cambiati: l’Io deve trovare vie più sottili per evitare l’ansia, perché la nostra cultura ne smaschera i meccanismi in partenza. Ad esempio: lo svenimento in pubblico (il classico “deliquio”) è un pessimo sistema per uscire da una situazione conflittuale, non funziona più. Lo stesso si dica della paralisi degli arti inferiori: non è più un modo per “non andare da qualche parte” e ricevere mille attenzioni, si viene scoperti subito. Quel che è peggio, è che si viene scoperti innanzitutto da se stessi: se prima bastava sfuggire alle maglie del censore sociale, il censore di oggi è quasi completamente interiorizzato. continua sul sito di Asterione

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