I cinesi dell’informazione

di Andrea Cottone

Quando il Giornale di Sicilia è uscito nelle edicole durante gli ultimi scioperi della stampa, a causa del mancato rinnovo contrattuale, ha messo a nudo tutta una realtà che vi sta dietro.

Chi ha fatto il giornale? Il comitato di redazione aveva parzialmente aderito allo sciopero e durante un’assemblea allargata si è consumato uno scontro tra direzione e organi di rappresentanza: sindacati e Ordine dei giornalisti.

Tutto ciò va letto inquadrando l’episodio all’interno della polemica tra giornalisti ed editori. I motivi della contrapposizione sono nella domanda dei giornalisti del pieno riconoscimento dei free lance e di altre misure volte ad adeguare la professione al mutato mercato del lavoro. Gli editori mirano a salvaguardare le loro prerogative di ricorso al lavoro precario da cui traggono non pochi vantaggi. E in questo scenario il Giornale di Sicilia ha messo a segno un colpo. Un chiaro segnale di una politica editoriale votata più al lato commerciale che a quello giornalistico, ponendo il profitto dinnanzi alla qualità di un prodotto informativo, di opinione pubblica che, in questo senso, è anche di tutti. I cinesi Per collaborare con il Giornale di Sicilia è necessaria una presentazione. Attenzione non una raccomandazione, una semplice segnalazione al caposervizio, di qualcuno all’interno o in collegamento col giornale. Vengono specificate chiaramente le scarse prospettive ed è detto chiaramente che non c’è alcuna speranza di assunzione. Così si comincia a essere collaboratori esterni, con una ferma raccomandazione, quella di non mettere, quasi o nulla, piede in redazione. Ma non è sempre stato così. Questa avvertenza è stata dettata solo dal momento in cui al Giornale di Sicilia sono arrivate vertenze sindacali proprio da parte di loro collaboratori, vertenze che hanno sempre portato a un riconoscimento per il giornalista. La crescente domanda di giovani che volevano entrare a far parte del mondo giornalistico ha dato la possibilità di fare riferimento a questo serbatoio di collaboratori esterni.

Giovani per lo più senza esperienza, manodopera a basso costo e a scarsa tutela sindacale. Questi venivano impiegati, di fatto, come veri e propri dipendenti. A parte una prima ’selezione naturale’, i più attivi erano impegnati per un tempo complessivo anche di otto o nove ore al giorno e settimanalmente si davano i turni per rispondere alle telefonate dei lettori. Tutto questo per il pagamento di un euro per una ’breve’ e tre euro per un articolo. In media, per i più attivi, 150-180 euro al mese. La presenza di questi collaboratori ha generato il problema di come giustificarli di fronte a degli ispettori del lavoro. Per questa ragione è stata creata una sede distaccata in via Cavour dove i giovani contribuivano a scrivere le pagine del giornale. Ma quando sono cominciate ad arrivare le vertenze questa sede è stata chiusa e gente che per due anni aveva lavorato ogni giorno ha perso il suo punto di riferimento. Quindi si è provveduto a diminuire drasticamente la loro presenza in redazione e a gestire il lavoro utilizzando la posta elettronica. Questo a discapito dell’unico fattore che, in tutti i riscontri, i ’cinesi’ hanno indicato positivamente: l’esperienza di lavoro di redazione e la partecipazione alla composizione del giornale. C’è un numero di contratti a termine a cui alla fine accede chi ha dimostrato quasi devozione al giornale e alcuni di questi contratti trovano anche un seguito.

I precari La strategia commerciale dell’editore mira ad abbattere i costi fissi ricorrendo al mercato del lavoro precario per la maggior parte del personale nelle sedi centrali e periferiche. L’uso dei contratti a tempo determinato è caratterizzato da un ciclo. Variano da quindici giorni a periodi anche più lunghi, e sono seguiti o intramezzati, da periodi di ’fermo biologico’. Questo modo di operare tutela l’editore da eventuali rivalse di lavoratori che rivendichino l’assunzione per la continuità nella prestazione d’opera. Così come penalizza il giornalista sul versante personale, come tutti i lavoratori precari, e sul versante professionale. Altro strumento utilizzato è quello dei contratti di praticantato a termine. Questa forma di contratto porta all’editore il vantaggio di un contratto meno oneroso sia come retribuzione che come contributi da versare. All’interrompersi dei contratti di praticantato a termine, a tutela del giornalista praticante interviene l’Inpgi, l’ente pensionistico dei giornalisti, che versa un’indennità di disoccupazione giornaliera. E così via alternando assunzioni a periodi di fermo biologico, all’Inpgi veniva scaricato l’onere degli ammortizzatori sociali.

Il praticantato è richiesto dalla legge per diventare Giornalisti professionisti. Esso deve essere svolto in una testata giornalistica riconosciuta, per un periodo non inferiore a diciotto mesi continuativi. Per questa ragione questi contratti non sono riconosciuti dall’Ordine dei giornalisti se la durata è inferiore ai diciotto mesi (delibera del Consiglio nazionale 16-17 marzo 1988 e 12 luglio 1991, nda).

Non a caso, su mandato della procura, la Guardia di Finanza è andata ad acquisire documenti di indagini autonome dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia. Franco Nicastro, presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, ha dichiarato all’Isola Possibile: «È chiaro che la condizione che emerge è quella di una ridotta capacità contrattuale da parte di chi non ha un rapporto certo con l’azienda editoriale. Ma questo è un problema che investe anche i lettori. Un giornalista non garantito è meno libero. È una questione che riguarda qualità dell’informazione e autonomia della professione. La libertà di stampa è una parte importante della democrazia e la sua autonomia è la colonna portante del sistema democratico».

Il condirettore del Giornale di Sicilia Giovanni Pepi, chiamato in causa dall’Isola Possibile, non ha risposto all’invito. Tutto ciò accade in una regione dove vige un solido duopolio pacifico costituito dal Giornale di Sicilia e da La Sicilia, che si sono spartiti il mercato partendo dai loro centri: Palermo e Catania. La mancanza di concorrenza nel giornalismo equivale a una fattiva mancanza di pluralismo. Un mercato praticamente monopolistico, in cui non è garantita l’autonomia dei giornalisti, può solo portare al controllo dell’informazione e questo ha ancora più significato in una regione che ha raccolto più morti delle altre nel giornalismo militante e civile. Ci sono tante cose che devono essere raccontate della Sicilia e ci sono i giornalisti per farlo, basta metterli nella condizione di farlo. Il progresso civile dell’Isola non può prescindere da queste figure di riferimento. Questo scenario è privo dei contributi dei cinesi delle testate radiotelevisive e delle agenzie di stampa, ma questa è un’altra storia.

fonte: L’Isola Possibile, maggio 2006

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2 thoughts on “I cinesi dell’informazione

  1. Qui – diciamo – che raggiunge vertici d'aberrazione totale. Sino al limite dell'illeggibilità totale. Calpestando deontologia, carta di treviso e il comune buon senso: foto di indagati, foto segnaletiche, foto con schiavettoni ai polsi… etc. etc.t.

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