trentuno anni dopo

Grazie a Luciano Pagano possiamo rileggere il contenuto del pieghevole che accompagnava la prima edizione di Horcynus Orca (qui insieme al sottoscritto)

Opera di grandioso respiro epico e lirico, Horcynus Orca racchiude in una azione di pochi giorni e in uno spazio compreso tra l’estremità della Calabria e la Sicilia una materia di immenso potenziale mitico e simbolico e insieme di straordinaria evidenza realistica: il ritorno al paese, a Cariddi, nello sfacelo dell’autunno del 1943, di ‘Ndrja Cambrìa, marinaio della fu regia Marina, che percorre a piedi le coste devastate della Calabria e viene trasbordato di notte da Circina Circé, potente e ammaliante figura di femminota, dedita a misteriosi traffici su e giù per lo sill’e cariddi. Riapprodando all’isola, tutto quanto costituiva il suo mondo, a terra e a mare, gli appare stravolto, immeschinito e degradato dalla guerra e dalle conseguenze della guerra. L’apparizione improvvisa dell’Horcynus Orca, dell’Orca che dà la morte, che dà la morte e basta, dell’Orca che è, in una parola, la Morte, segna una svolta narrativa di grande effetto e imprime al romanzo una cadenza fortemente drammatica. L’orcaferone, mostro terrificante e cancrenoso, col fetore della sua piaga rivela subito implicazioni simboliche, che non cadono mai nell’astrazione, ma si esprimono in immagini di potenza vitale e visionaria. Dopo l’agonia dell’orca, scodata e irrisa dalle fere, feroce razza di delfini del duemari, e il traino e arenamento dell’enorme carogna ad opera di inglesi e pellisquadre, si assiste a un tempestivo cambiamento di ritmo narrativo e le ultime duecento pagine – che con una progressiva e inaspettata concentrazione dei fatti, tipica del climax tragico della tradizione più alta, portano senza una pausa al finale – sono di una grandezza senza aggettivi. Il viaggio di ritorno di ‘Ndrja Cambrìa si rivela, così, come il suo avanzare, a poco a poco, verso la morte, in un mondo alterato, corrotto, reso irriconoscibile.

Qualsiasi esemplificazione riassuntiva appare però totalmente inadeguata alla sconfinata architettura dell’opera, che fin dalle battute dell’inizio introduce in una dimensione eccezionale, fuori dagli schemi e dalle abitudini narrative del nostro tempo. Fondendo il presentimento della morte e il sentimento della vita, il romanzo sviluppa, attraverso quarantanove episodi e una serie sterminata di personaggi e figure, di visioni e di sogni, di ricordi, di simboli e di associazioni, di variazioni e riprese, l’immensa tematica di quella continua metamorfosi che è la vita degli uomini e dell’universo. Essa si articola in una stupefacente varietà di registri stilistici e in una altrettanto prodigiosa molteplicità di piani narrativi, volta a volta – e spesso contemporaneamente – onirici e realistici, evocativi e visionari, soggettivi e corali: dall’amore tra Aci e Galatea, vissuto dal figlio, alla scandagliata per la riviera di ‘Ndrja e Masino, dall’iniziazione erotica di ‘Ndrja alle immagini ariose ed epiche dell’agonia dell’orca fino al progressivo emergere e dilagare della corruzione agli occhi di ‘Ndrja (il Maltese dalla dentatura d’oro, la regata, la fine dell’idolo don Luigi Orioles).

E’ una narrazione dai tempi lunghi, non solo in senso materiale, ma interiore, che muove per cerchi concentrici da punti diversi e si conferma costantemente come unità: unità di mondo morale e fantastico, completamente risolta in un linguaggio dove convergono e si potenziano reciprocamente, per dilatarsi e arricchirsi in una nuova realtà, le lingue ancora oggi parlate di quell’immenso deposito millenario che è la Sicilia; esse reagiscono con l’italiano delle codificazioni letterarie e producono, con continue contaminazioni e neologismi, una lingua insieme nuova e antica, unica nella inesauribille proliferazione delle su einvenzioni e, al tempo stesso, totalmente realizzata nelle su epotenzialità di comunicazione e di espressione. Così che Horcynus Orca, se da un lato può apparire, senza alcun dubbio, una sorta di monstrum nella narrativa contemporanea, dall’altro affonda le sue radici nel sotrato più profondo, più vitale e più ricco della tradizione occidentale, rinnovandola in un testo di smagliante bellezza e di memorabile densità, destinato a occupare, in assoluto, un posto di primo piano nella letteratura del Novecento.

(altri articoli su D’Arrigo)

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