Si deve pretendere la verità

ingeborg bachmanndi Ingeborg Bachmann

DIE WAHRHEIT IST DEM MENSCHEN ZUMUTBAR (1959)

discorso per il conferimento dell’Hörspielspreis des Kriegsblinden

Lo scrittore – e questo è nella sua natura – si augura di essere ascoltato. E però gli appare meraviglioso accorgersi un giorno che comincia ad avere degli effetti, e tanto più quanto sa di poter dire poco di consolante ad uomini che hanno bisogno di una consolazione come solo possono averlo quelli che sono feriti, dilaniati e pieni di quel grande e segreto dolore con cui l’uomo si distingue tra tutte le altre creature. È una distinzione terribile e incomprensibile. E se davvero dobbiamo sopportarla e imparare a convivere con essa, come dovrebbe apparire questa consolazione e cosa dovrebbe significare per noi? È infatti impossibile, io credo, pretendere di costruirla con parole. Sarebbe sempre troppo misera, troppo a buon mercato, troppo provvisoria.

E così il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel cancellarne le tracce, nel fingere che non esista. Per lui, anzi, il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Perché noi tutti vogliamo diventare vedenti. E solo dopo aver provato quel dolore segreto possiamo sentire (in modo diverso) ogni esperienza, ed in particolare quella della verità. Quando giungiamo a questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l’arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, i nostri occhi si aprano.

Lo scrittore – e anche questo è nella sua natura – è rivolto con tutto se stesso ad un Tu, all’uomo al quale vorrebbe far giungere la sua esperienza degli uomini (o la sua esperienza delle cose, del mondo e del suo tempo, sì, anche di tutte queste cose insieme!). Ma soprattutto egli vuole che giunga la sua esperienza dell’uomo che egli stesso o altri possono essere nel momento in cui sono al massimo grado uomini. Con tutti i sensi vigili, egli cerca di delineare la forma del mondo, i tratti dell’uomo in questo tempo. Come ci si pone rispetto ai sentimenti, che cosa si pensa e come si agisce? Quali sono le passioni, quali le preoccupazioni, le speranze…?

Nel mio radiodramma Der gute Gott von Manhattan tutte le questioni si riducono alla questione dell’amore tra uomo e donna e a che cosa sia, a come proceda e a quanto grande possa essere; e certamente si potrebbe obbiettare che questo è un caso limite, che qui si va troppo oltre…

Ma in ogni caso, anche nel più quotidiano degli amori, si trova il caso limite che noi possiamo scorgere ad un’osservazione più prossima – e che forse dovremmo sforzarci di scorgere. Perché in tutto quel che facciamo, pensiamo e sentiamo vorremmo talvolta giungere fino al punto più estremo. In noi si sveglia il desiderio di oltrepassare i limiti che ci sono imposti. Non per contraddirmi, ma per essere il più chiara possibile, vorrei dire che anche per me è evidente che dobbiamo rimanere nell’ordine, che non esiste una via d’uscita dalla società e che dobbiamo confrontarci fra di noi. Ma, all’interno dei limiti, abbiamo lo sguardo rivolto a ciò che è perfetto, impossibile, irraggiungibile, che sia nell’amore, nella libertà o in qualche altro valore puro. Nel contrasto tra possibile e impossibile ampliamo le nostre possibilità. E secondo me ciò dipende dal fatto che noi stessi produciamo questo rapporto di tensione che ci fa crescere; che tendiamo ad una meta che veramente si allontana ogni volta che noi ci avviciniamo ad essa.

Come lo scrittore cerca con le sue opere di indirizzare gli altri verso la verità, cosi anche gli altri gli fanno capire, con le lodi e il biasimo, che da lui si aspettano la verità e che vogliono giungere in quello stadio in cui si aprono loro gli occhi. Si può infatti pretendere la verità.

Chi, se non quelli tra voi che hanno dovuto patire un triste destino, potrebbe comprendere meglio che la nostra forza è più grande della nostra sfortuna, che, anche se privati di molto, si riesce a rimanere in piedi, che si riesce ad essere delusi, che cioè si riesce a vivere senza farsi illusioni. Credo che all’uomo sia concessa una specie di orgoglio, l’orgoglio di chi, nella buia prigione del mondo, non si dà per vinto e non smette di cercare ciò che è giusto.

Una pausa di riflessione tra due occupazioni, come quella odierna, è allo stesso tempo l’occasione per un ringraziamento; per quanto mi concerne, desidero ringraziarvi per le molte domande che certamente mi rivolgerete e che potranno tentare di diventare risposte ad occupazioni e sforzi sempre nuovi. Vi ringrazio dunque per l’onore che oggi mi fate. E, dal momento che, quando si ringrazia, non lo si fa in generale, desidero rivolgermi in particolare a quanti hanno reso possibile il mio lavoro e quello di altri autori grazie alla loro generosità verso le stazioni radiofoniche tedesche; e inoltre a tutti gli ascoltatori che ho trovato, quelli sconosciuti, di cui non so il nome. Ma soprattutto ai ciechi di guerra, che molto più degli altri hanno caro prestano attenzione alla parola e che ad essa in quanto istanza degna di lode, dedicano questo premio.

Vi sono molto grata.

(traduzione di Bruno Ruffilli)

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