A che cosa "serve" la letteratura?

L’intervento al Convegno "A che cosa serve la letteratura?" (Reggio Calabria, 20 e 21 febbraio 2004) del critico letterario Antonio Spadaro, autore del saggio "A che cosa serve la letteratura" (ElleDiCi – La Civiltà Cattolica, 2002), Premio Capri 2002 per la sezione "Letteratura" e Premio Crotone 2002 per la sezione giovani critici. [gli altri interventi del convegno li trovate qui] [la versione stampabile di questo testo è qui]

di Antonio Spadaro

A che cosa «serve» la letteratura? La letteratura col suo immenso patrimonio di storie, immagini, suoni, personaggi… a che serve? a che mi serve? Si chiedeva (ed io con lui) Charles Du Bos: «che cos’è la letteratura, la letteratura degna del nome, la sola che ci riguardi e che abbia sempre avuto un valore per me?» . Quel «per me» non è affatto da trascurare. Anzi: la particella pronominale «mi», cioè «a me», regge tutta la domanda e dunque ne porta il peso.

L’ultima poesia di Raymond Carver ci fa comprendere come la poesia è utile se si confronta con ciò che vogliamo veramente da questa vita:

ULTIMO FRAMMENTO

E hai ottenuto quello che

volevi da questa vita, nonostante tutto

E cos’è che volevi?

Potermi dire amato, sentirmi

amato sulla terra

La poesia serve a dire o ad ascoltare come queste. Molti però al solo sentir parlare di un «servizio» della letteratura, pensano a una «letteratura di servizio» o, peggio ancora a una letteratura «a servizio» di qualcosa e dunque asservita.

Il rapporto tra la vita e la letteratura è sempre stato inquieto e complesso. Si potrebbe scrivere una vera e propria storia di questa relazione che è stata ora affermata e ora negata, ora desiderata e ora respinta. Tuttavia nel breve spazio del mio intervento mi limiterò solamente a intrecciare i sentieri di alcuni autori. Caverò dalle loro opere poche tessere utili per un mosaico. Il risultato finale corrisponderà all’immagine dell’esperienza letteraria che sento vicina.

Jean Cocteau scrisse a Jacques Maritain: «La letteratura è impossibile, bisogna uscirne, ed è inutile cercare di tirarsene fuori con la letteratura perché solo l’amore e la Fede ci consentono di uscire da noi stessi» . Ma per andar dove? Probabilmente per uscire dal narcisismo dell’«interiorità» autoreferenziale. Pier Vittorio Tondelli, scrittore scomparso nel 1991 a soli 36 anni per aids, scrisse tra i suoi ultimi appunti: «La letteratura non salva, mai». Sono parole che ricordano drammaticamente anche gli ultimi versi di Clemente Rebora: Lungi da me la scappatoia dell’arte/ per fuggir la stretta via che salva! L’arte sarebbe dunque una scappatoia. Sarebbe una forma di tragica consolazione, che confina con la percezione leopardiana dell’infinita vanità del tutto. È Stephane Mallarmé a mettere in relazione la tristezza della carne (La chair est triste, hélas!) con la vanità della lettura di tous les livres. Che farsene di parole scarse, e forse senza sole, come le definiva Sandro Penna, o di qualche storta sillaba e secca come un ramo (Montale)? È tutta qui la poesia, la letteratura?

Per rispondere, vorrei accostarmi a Marcel Proust. A suo giudizio, infatti, la letteratura è una forma di «ritiro», in cui, nella solitudine, si fanno «tacere le parole», le nostre e quelle degli altri, con le quali giudichiamo le cose e la vita «senza essere noi stessi» . Ma questo ritiro non è forse anche un ritirarsi, cioè un «ritrarsi» dalla vita? In effetti, all’interno dello spazio aperto dal libro, Proust nota come i suoi pomeriggi dedicati alla lettura contenessero «più avvenimenti drammatici di quanti non ne contenga, spesso, un’intera vita» . Erano gli avvenimenti che si susseguivano nel libro che stava leggendo. Sorgono quindi due domande interessanti: la vita dunque contiene meno vita della letteratura? La letteratura è più vita della vita stessa?

Sembra in effetti che la letteratura sostituisca la vita o che almeno riesca a rimpiazzare momenti d’inedia trasformandoli in minuti, ore, giorni di pura avventura. L’autore della Recherche afferma infatti che in qualche modo i pomeriggi dedicati alla lettura appaiono come «accuratamente ripuliti dai mediocri incidenti della mia esistenza personale che avevo rimpiazzati con una vita di strane avventure e aspirazioni in un paese irrorato d’acque vive!» . Ecco allora che il romanziere «scatena in noi nello spazio di un’ora tutte le possibili gioie e sventure che, nella vita, impiegheremmo anni interi a conoscere in minima parte» .

In realtà la letteratura non serve a sostituire la vita. Semmai è vero che ci sono aspetti della vita che spesso noi conosciamo solo nella lettura . La grandezza dell’arte vera infatti è quella «di ritrovare, di riafferrare, di farci conoscere quella realtà lontani dalla quale viviamo, […] quella realtà che rischieremmo di morire senza aver conosciuta e che è, molto semplicemente, la nostra vita» . Dunque, in sintesi: l’arte ci fa conoscere la vita, al di là della conoscenza convenzionale che di essa abbiamo. Ma allora come la letteratura ci fa conoscere la vita?

Risponderò a questa immagine attraverso quattro immagini…

La prima è l’immagine del laboratorio fotografico. L’opera letteraria, scrive Proust, è «una sorta di strumento ottico», che consente al lettore di «sviluppare» ciò che forse, senza il libro, non avrebbe osservato dentro di sé . Il ruolo della lettura è fotografico: gli uomini spesso non vedono la loro vita e così il loro passato diviene ingombro di tante lastre fotografiche, che rimangono inutili perché l’intelligenza non le ha «sviluppate» . La letteratura invece è come un laboratorio fotografico, nel quale è possibile elaborare le immagini della vita perché svelino i loro contorni e le loro sfumature. Ecco dunque a cosa «serve» fondamentalmente la letteratura: a sviluppare le immagini della vita, a salvare la nostra esistenza dall’incomprensibilità.

Ma, possiamo chiederci, come è possibile? La letteratura non mi parla della mia vita, ma di storie di altri. Appunto: la passione per la lettura richiede delle condizioni, vi è uno «straniamento», per il quale il mondo in cui ci si immerge nella lettura non è più il nostro, il solito (la Yourcenar e i suoi lettori entrano nel tempo di Adriano, come i lettori di Kafka si muovono verso l’irragiungibile Castello e i lettori di Carroll entrano nel Paese delle meraviglie,…).

Tuttavia è proprio a partire dalla cripta del testo letterario e dai suoi sotterranei che è possibile rimettere in questione sia la nostra percezione comune delle cose sia la nostra personale esistenza in un gioco di interpretazioni e significati colti con maggiore chiarezza. Ecco allora la via per comprendere la virtù paradossale della lettura: «quella di astrarci dal mondo per trovargli un senso» , entrare in un mondo diverso rispetto a quello della nostra vita per discernere il senso proprio del nostro mondo.

W. Wenders nella sceneggiatura di Lisbon story ci aiuta a capire. Nel film il protagonista è un regista che intende girare le sue immagini mediante una telecamera con l’obiettivo poggiato sulle spalle per riprendere scene mai viste, neanche da chi «gira». Ecco la risposta del suo amico e tecnico del suono: «Se nessuno guarda attraverso la lente, ecco quello che vedranno su questi dannati video le generazioni future: il punto di vista di nessuno. Non c’è ragione di fare immagini spazzatura da buttare un minuto dopo».

Ecco allora la seconda immagine, quella tratta dall’idraulica: si chiedeva Charles Du Bos: «senza la letteratura cosa sarebbe la vita?». La risposta che ci offre sembra eccessiva e tuttavia resta appropriata nella sua ispirazione fondamentale. Eccola: «Non sarebbe altro che una cascata da cui tanti di noi sono sommersi, talmente insensata che noi, incapaci di interpretare, ci limitiamo a subire. Di fronte a tale cascata, la letteratura assolve le funzioni dell’idraulica: capta, raccoglie, convoglia e solleva le acque» . In poche parole: senza la letteratura, la vita rischierebbe di restare «a secco».

La letteratura, rimanendo nella metafora, incontra l’uomo/lettore sotto il pelo dell’acqua che è quel prosaico e scialbo significato letterale, quella «letteralità» che «uccide», come ricorda san Paolo. La vita letteralizzata è quella ridotta al senso comune, all’apparenza, alla banalità illuministica della superficie.

Ecco infine la terza immagine, quella digestiva. Il rapporto tra letteratura e realtà è intenso e coinvolgente. È il gesuita Michel De Certeau a ricordare come la lettura abbia un ruolo di elaborazione «digestiva»: «la ruminatio della mucca ne è il modello», egli afferma ricordando Guillaume de Saint-Thierry e J.-J. Surin, il quale a sua volta parla di «stomaco dell’anima».

Si può elaborare una vera e propria «fisiologia della lettura digestiva» . Proseguendo su questa linea si può dire che anche che la lettura sia uno «stomaco per digerire la realtà». In altri termini possiamo parlare di «assimilazione». La letteratura è quel linguaggio capace di trasformare in sé il mondo e le esperienze .

Ecco dunque a cosa «serve» fondamentalmente (ci sono tanti altri «servizi», ma vengono dopo) la letteratura: a dire la nostra presenza nel mondo, a interpretarla e «digerirla», a cogliere ciò che va oltre la superficie del vissuto per discernere in essa significati e tensioni fondamentali.

Così la vera letteratura non è mai di «evasione». Chi scrive prende posto nell’universo e, a partire da questa posizione, in modo realistico, fantastico, utopico o satirico, elabora il proprio mondo, reinterpretandolo, amandolo o contestandolo. Ogni poesia, ogni racconto, ogni romanzo è un atto critico nei confronti della vita. La letteratura offre a una vita ridotta al suo puro «senso letterale», un punto di fuga. Cioè: la letteratura dischiude il mondo nel quale si vive e fa scoprire la sua ricchezza.

La letteratura non è dunque «fuga» dal mondo, dalle cose, in un’interiorità tanto ricca, quanto vaga e a forte rischio di autoreferenzialità. La verità della letteratura è sempre una verità di fatti, di cose e di relazioni tra cose e persone. «Niente idee se non nelle cose (No Ideas but in Things)», scriveva Williams Carlos Williams, superato da Wallace Stevence che afferma: «niente idee sulle cose, ma le cose stesse (Not Ideas about the Thing but the Thing Itself)».

Se così non fosse, la letteratura sarebbe una «evasione» inutile e vana. Dunque la «fuga» è verso l’interno, verso il misterium, che ha il suo secretum nel mondo, nelle cose dense e pastose, materiali. L’evasione genera la visibilità calviniana, giocosa ma inutile. Qui invece sto parlando di visio, la visio dantesca, ad esempio, che è «luce intellettual, piena d’amore;/ amor di vero ben, pien di delizia,/ delizia che trascende ogni dolzore» (Paradiso XXX, 40-42).

Lo scrittore, dunque, è chiamato ad avere una visione (anagogica) del mondo capace di intuire più livelli di realtà in un’immagine o in una situazione. Egli vede prima in superficie, ma la sua angolazione visiva è tale che comincia a vedere prima di arrivare alla superficie e continua a vedere dopo averla oltrepassata. Ha ragione Flannery O’Connor quando afferma che allo scrittore è necessario un certain grain of stupidity, un «granello di stupidità», che serve a tenere gli occhi imbambolati (to stare) sul reale .

Vi faccio due semplici esempi poetici. Il primo è una poesia di William Carlos Williams dal titolo

IRIS

uno scoppio d’iris così (a burnst of iris so that)

scesi per la

colazione

esplorammo tutte le

stanze in cerca

di

quel profumo dolcissimo e da

prima non riuscimmo a

scoprirne la

sorgente poi un azzurro come

di mare ci

colse

in sussulto improvviso di tra

gli squillanti (trumpeting)

petali (petals)

Ecco un’altra poesia. E’ del messinese Bartolo Cattafi:

COSTRIZIONE

Siamo ora costretti al concreto

a una crosta di terra

a una sosta d’insetto

nel divampante segreto del papavero

Ecco la quarta immagine, quella esplosiva. La due poesie fin qui lette sono esplosive e, in questa esplosione, comunicano quella che Wallace Stevens definì semplicemente «Una nuova conoscenza del reale (A new knowledge of reality)». Colgono un’immagine e questa, nell’osservazione, esplode: il papavero «divampa», l’iris «scoppia». E’ questa dinamica esplosiva la vera utilità di un’opera d’arte, anche letteraria.

Cosa fa sì allora che un’opera letteraria abbia valore? A mio parere l’esatto contrario di ciò che scriveva Montale nel suo celebre, bello quanto inutile, verso Non domandarci la formula che mondi possa aprirti. Il romanzo di valore possiede in se stesso la formula capace di aprire un mondo cogliendone la sostanza (in senso letterale: ciò che sta sotto, a suo fondamento), ma anche assistere alla sua espansione, alla sua «dichiarazione», per usare ancora un termine di Montale. Se un romanzo, un racconto o una poesia non dichiara un mondo e non lo spalanca davanti al lettore – non importa se in modo realista, o surrealista – non fa compiere al lettore una vera esperienza, non fa conoscere nulla: è vuoto e noia. Anche Montale ha visto un «croco», coglie la sua grazia, ma l’esplosione fallisce, resta il silenzio, la grazia rimane sorda. Rimane la polvere:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.

L’opera letteraria che non apre mondi può ridursi solo a polvere e cioè a tre cose: a ideologia, a sentimentalismo o a «esperimento» linguistico. Polvere, appunto.

E invece la letteratura ha un altro destino. La poesia può addirittura… pensate un po’… prendere il posto di una montagna. E’ l’esperienza del poeta statunitense Wallace Stevens in La poesia che prese il posto di un monte (The Poem that Took the Place of a Mountain). Qui il poeta parla di sé in terza persona, come «egli»:

LA POESIA CHE PRESE IL POSTO DI UN MONTE

Era là, parola per parola,

La poesia che prese il posto di un monte.

Egli ne respirava l’ossigeno,

Perfino quando il libro stava rivoltato nella polvere del tavolo.

Gli ricordava come avesse avuto bisogno

Di un luogo da raggiungere nella sua direzione,

Come egli avesse ricomposto i pini,

Spostando le rocce e trovato un sentiero fra le nuvole,

Per giungere al punto d’osservazione giusto,

Dove egli sarebbe stato completo di una completezza inspiegata:

La roccia esatta dove le sue inesattezze

Scoprissero, alla fine, la vista che erano andate guadagnando,

Dove egli potesse coricarsi e, fissando in basso il mare,

Riconoscere la sua unica e solitaria casa.

La letteratura dunque non è chiamata a consegnare una parola rinsecchita, ma a permettere una scalata. Scrivere per Stevens è come scalare un monte, avere una direzione, ricordare che c’è una meta, una exact rock, cioè una «roccia esatta», da raggiungere, nonostante tutte le nostre inesattezze. Questa è la scrittura umana, vera, ricca di senso, quella che procede affilata e dritta come una freccia e sa così persino spaccare le rocce e spostare i pini, pur di non perdere la forza della sua direzione. Una scrittura senza una «roccia esatta» da raggiungere è una macchia su carta porosa, stagno inutile e sciolto.

Ecco allora la domanda da porsi davanti a una poesia o a una narrazione: qual è la sua «roccia esatta»? Dove sta andando? Dove mi porta? Quale meta mi indica? E con quale forza? Con quale sguardo? Lo scrittore autentico sa spostare le rocce e trovare sentieri tra le nuvole per guadagnare la vista giusta, il giusto punto di osservazione dove si ottiene una pienezza, una completezza che, dice Stevens, resta inspiegabile.

Solo «affacciandoci» dalla vera poesia possiamo guardare in basso e riconoscere la nostra casa. Ecco, ancora una volta, il servizio della letteratura. La letteratura invece è complice insostituibile di un esercizio interiore che dà respiro e consistenza alla vita. A questo punto a me lettore che parlo e a voi lettori che mi avete ascoltato il grande Giacomo Debenedetti direbbe che qui «si tratta anche di te» .

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