Il mondo marino di D’Arrigo

(aggiungo poi una rarità, la voce dello stesso D’Arrigo che legge un pezzo dell’Orca)

di Maria Isabella Viola

Horcynus Orca, il vasto e discusso romanzo di D’Arrigo recentemente riproposto da Rizzoli (la prima edizione, nel 1975, era uscita per Mondadori) deriva il titolo da una lieve trasformazione del nome scientifico latino dell’orca: Orcinus Orca. L’esile trama di questo grande romanzo (1.095 pagine nell’edizione Rizzoli), a cui D’Arrigo ha lavorato per vent’anni, è ben nota: un giorno d’ottobre del 1943, in un paesaggio spogliato dalla guerra, ‘Ndrja, un marinaio del Regio Esercito, torna ad Acqualatroni, il suo paese d’origine al di là dello Stretto di Messina, e ritrova il padre e gli altri pescatori, stremati dalla fame, alle prese con un enorme animale marino, un’orca, appunto, o ferone, che sta morendo nelle acque davanti al paese.

Ma è solo nell’edizione definitiva che l’orca dà anche il titolo al libro: l’embrione del romanzo era intitolato La Testa del Delfino e la versione intermedia del 1961, che Rizzoli ha pubblicato per la prima volta quattro anni fa, aveva come titolo provvisorio I fatti della Fera. Fera è una forma dialettale per delfino, diffusa sulla costa ionica della Sicilia e in altre zone costiere del Meridione. Fere o delfini, quindi, si sono contese l’onore del titolo prima dell’orca e non certo per caso: in tutto il romanzo non c’è un paesaggio marino che non sia invaso dalle fere, tanto da indurre a pensare che siano le vere protagoniste del romanzo, dal momento in cui cominciano a marcare, sulla spiaggia, il ritorno a casa di ‘Ndrja, fino all’ultima grande impresa: lo scodamento dell’orca che la porta alla morte. Una delle poche se non l’unica scena di mare libera dalle fere è lo specchio d’acqua in cui si consuma la morte di ‘Ndrja, alla fine del libro.

Per i pescatori di Acqualatroni, le fere, astutissime e crudeli nemiche dell’uomo, sono molto lontane dall’idea comune del delfino, termine che in quel mondo non è mai usato. Emblematica è la risposta che il padre di ‘Ndrja dà al caporione fascista, nell’episodio del primo “casobello” fera-delfino: “Questa… noi la chiamiamo fera e fera effettivamente è. E fera vuole dire bestino, tutto una fetenzìa che non vale un soldo, ma ruba, rovina, fa assassinaggio”. E qualche pagina dopo il Signor Broggini replica: “Non parli mica del delfino, caro? No, non puoi palare del delfino in questi termini”.

Sembra che l’ispirazione del primo nucleo del romanzo sia venuta a D’Arrigo dai racconti dei pescatori siciliani sulla malvagità dei delfini. A quanto risulta da uno studio della Mammal Society, nella prima metà del secolo scorso, i delfini, ancora abbondanti nel Mediterraneo, non sempre godevano di buona reputazione presso i pescatori: in alcune zone, come nel Golfo di Napoli, in realtà erano considerati benefici, perché spingevano verso la superficie grosse aggregazioni di pesci, ed erano frequenti gli episodi di cooperazione, con ricompense a base di pesce offerte dai pescatori. Episodi di questo tipo sono noti fin dall’antichità: Plinio il Vecchio racconta di delfini che aiutano gli uomini nella pesca dei cefali, in cambio di pane e vino (un’eco di questo è passata nel romanzo). Ma in altre zone, era temuta la loro azione nociva verso le reti e i pesci intrappolati e per questo motivo venivano cacciati e uccisi.

Nel mondo che D’arrigo ha costruito attorno ad Acqualatroni, le fere, voraci e sadiche, furbissime, irridenti, onnipresenti, fanno da contrappunto al brulicare terrestre degli uomini e contendono ai pescatori il dominio sul mare in una lotta quotidiana, che nei periodi di carestia ha come risultato la famera: fame nera, fame a fera. Ma se ‘Ndrja tornasse oggi, a sessant’anni di distanza, sullo Scill’e Cariddi sarebbe stupito per prima cosa di non trovare traccia della “miria” di fere che in scia alla barca di Ciccina Circé lo avevano accompagnato nella traversata dello stretto. I delfini comuni, le fere abituè di D’Arrigo, stanno scomparendo dal Mediterraneo: decimati da tanti fattori ancora oggetto di studio, tra cui la pesca con le reti dei pescespada e dei tonni, appartengono ormai alla categoria delle razze a rischio e per salvarsi non gli basterà forse tutto il cinismo e l’astuzia che gli attribuiscono i pescatori di Acqualatroni.

La fera dunque è un animale malvagio nel mondo dei pescatori siciliani, che ne conoscono la vera natura, mentre per il mondo di fuori, ignaro, è un delfino, simpatico ed elegante. Una ambiguità non molto dissimile la si ritrova nella rappresentazione dell’orca: ambiguità tra l’orca “scientifica”, Orcinus Orca, e l’orca del romanzo, chiamata nel titolo Horcynus Orca. Nel testo invece questo termine non compare mai: l’animalone è chiamato orca dal signor Cama, che la trova raffigurata nel suo libro sui giganti del mare, ed è chiamato ferone dai pescatori: è quindi un’orcaferone, un gigantesco animale solitario apportatore di morte, ha fama di essere immortale, è la Morte stessa. Il libro del signor Cama fa da elemento di congiunzione tra il mitologico mondo dei pescatori e il mondo di fuori, un po’ come il caporione fascista e il sig. Broggini nel rapporto fera-delfino.

La funzione “scientifica” del libro del signor Cama è attestata anche dall’episodio delle sirene: l’unica sirena che il signor Cama riesce a trovare nel suo libro è una figura di foca, che Don Mimì, cantore di questa particolare specie di femmine, gli smonta senza difficoltà. Ma l’orca c’è, ed è proprio come quella che hanno davanti agli occhi, e quindi la sua esistenza è verificata, certificata.

Per la tradizione popolare, nei tempi antichi l’Orca è un mostruoso animale marino che pretende sacrifici umani, mito ripreso anche nell’Orlando Furioso, quando Angelica viene legata ad uno scoglio per esserle sacrificata. Per le popolazioni costiere primitive questo animale era considerato una divinità, il più potente essere del mare, alla pari, sulla terra, dell’orso. E all’origine del termine cetaceo c’è il nome greco “Chetos”, il mostro marino ucciso da Perseo e trasformato in una costellazione. In un certo senso, quindi, D’Arrigo si inserisce in una tradizione esistente. Il suo “mostro” è una combinazione di elementi fantastici e reali: per esempio, l’orcaferone è ghiotto della lingua della balena (questa è anzi l’unica sua debolezza, per il resto non è altro che una perfetta macchina per uccidere) e questa caratteristica pare derivare da un dato reale: l’orca è il più feroce carnivoro del mare (negli Stati Uniti è detta anche balena assassina) e si spinge davvero ad attaccare la balena.

Le fere, essenzialmente femmine, sono da principio spaventate e attratte da questo grande animale comparso all’improvviso nelle loro acque e contemplano ammirate i getti d’acqua a forma di sesso maschile che emette dallo sfiatatoio. Ma quando si accorgono che l’animalone è praticamente cieco, cominciano a concepire il diabolico piano di staccargli la coda e farlo morire, in barba alla sua fama di immortale. Si organizzano con cura e passano all’azione tutte insieme, dividendosi diligentemente i compiti e suscitando l’ammirazione dei pescatori, che assistono da riva allo spettacolo grandioso e grottesco della morte dell’orcaferone. Perché lo fanno? Per divertimento, per sport: questa è la loro natura. Il mare di D’Arrigo è davvero dominato dalle fere, i soli animali marini capaci di imprese collettive e folli, e alla fine anche inutili, così come gli uomini nel 1943 stanno ancora consumando la loro impresa collettiva e folle della guerra.

(già pubblicato sul n. 14 di Stilos, 6 aprile 2004)

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