Alla fine resterò io

[mentre sulla Bottega di Lettura, la lettura a staffetta è in dirittura d’arrivo – qui la decima frazione – ecco recuperato per voi un bellissimo articolo di Parente apparso sul Domenicale]

Ne rimarrà solo uno.

D’Arrigo La Sicilia ha sfornato almeno due svettanti giganti, De Roberto e lo scrittore di Horcynus Orca. Che era un perfezionista assoluto e un solitario. E dal suo deserto amava sfottere i colleghi: che loro facciano combriccola, alla fine resterò io

di Massimiliano Parente

Il Domenicale 20-05-2006

«L’urto dei registri linguistici contigui è espressionismo, ma non mi interessa più sapere se sono stato e sono ancora un espressionista. Non è ancora nato l’ismo con cui definire la mia narrativa. Sono in anticipo o sono in ritardo? Non mi importa farmi trovare dove e quando mi aspettano che sia. Se ho indovinato la direzione, mi raggiungeranno. Sono impaziente ma sono soprattutto paziente: aspetto la risposta del tempo. Ovviamente mi piacerebbe che arrivasse subito: ci sta mettendo troppo Horcynus Orca ad arrivare in testa ai lettori».

Quando Stefano D’Arrigo incontra Walter Pedullà per fargli leggere il suo Cima delle nobildonne (romanzo sessuale e placentare, uno scarto stilistico verso l’essenzialità e la levigatezza rispetto al suo capolavoro, e non meno fondato sulla lingua; ora Rizzoli, Milano 2006, pp.LVI+182, e18,00) gli dice en passant cose essenziali sulla letteratura di sempre e di quegli anni, che sono poco più di un decennio fa anche se la storia editoriale di Horcynus Orca inizia negli anni Settanta.

Oggi è cambiato poco, ma è anche consolante sapere che alla lunga la letteratura vince, sfonda le gabbiette delle lobby giornalistiche e dei clan culturali. Se dovessimo dire dei più grandi romanzi siciliani che sono anche tra i più grandi della letteratura mondiale, alla fine dell’Ottocento, sopra a tutti, c’è De Roberto, e alla fine del Novecento c’è D’Arrigo. Così Franco Cordelli ha poco da gongolare, se pensava che Horcynus Orca fosse poca cosa, e per ritrattare è troppo tardi, sia fatta giustizia allo scrittore quando succede che il critico gli sopravviva.

Ossessivo e complicato

Perché insomma quando uscì il primo immane incredibile romanzo di D’Arrigo in Italia si nuotava di nuovo nel riflusso neorealistico seguito alle neoavanguardie, o ancora e sempre nell’idea d’impegno, o nel favolismo calviniano che aveva rifritto quello geniale di Borges rendendolo accademia. C’era stato il Gruppo 63, il Sessantotto, lo sperimentalismo, il balestrinismo, lo spontaneismo letterario, Moravia e Cassola, l’Einaudi di sinistra che non pubblicava Nietzsche e le edizioni Savelli che pubblicavano ragazzi pensierosi, e lui, D’Arrigo, il fico d’India, l’ossessivo, il complicato, come lo chiamava l’amico Guttuso, se ne fotteva. Tra un Campiello e uno Strega, tra furori semiotici e la narrativa di salotto o radical chic, di D’Arrigo, come il decennio prima di Carlo Emilio Gadda, non ci si accorgeva granché, siccome D’Arrigo passava la vita a scrivere, non scegliendo di scodellare l’uovo oggi ma la gallina domani, e la gallina della letteratura è sempre il risultato che nasce dal linguaggio, come disse Stefano a Pedullà porgendogli il dattiloscritto del suo Cima delle nobildonne. Premettendo che non c’è «nulla di più elementare nel tema e nulla di più complesso nel linguaggio, come non vedrai subito. Sarà banale ripeterlo ma tocca anche stavolta al linguaggio svelare la novità di ciò che di per sé non sembra cambiare: per esempio la donna, l’uomo, e cioè la natura umana».

Sembrava banale ripeterlo per D’Arrigo, che mentre lavorava al suo romanzo fetale e androginecologico, mentre dava forma al suo romanzo che risucchia il maschio nella femmina e dunque di nuovo nell’archetipo stavolta placentare, lasciandosi alle spalle il dialetto e il plurilinguismo, ’Ndria e Ciccina, e dovendo mutare pelle per scrivere un nuovo libro («Mi fanno ridere quelli che raccontano un’altra avventura con la lingua dell’opera precedente. Io faccio solo prototipi. E non voglio avere successori, figli, nipoti, nipotini»), cominciando con l’abbozzolare una materia densa intorno all’ossessione per Hatshepsut, unico faraone femmina, frequentando ginecologi per appropriarsi delle loro parole e impastarci la sua ultima opera, lui, ogni mattina, in una quotidianità a noi vicinissima, comprava i giornali e restava allibito da ciò che si recensiva nelle terze pagine dei giornali, dove già nessuno leggeva più la scrittura.

Tirare a morire

Oggi che D’Arrigo non c’è più e dobbiamo beccarci D’Orrico, oggi che ancor più gli ovetti vengono sculati in serie, vale a maggior ragione il discorso della gallina, pronunciato da Stefano e riferito da Pedullà nell’introduzione. Per ribadire che individuata una forma passano anche contenuti nuovi, ma mai a prescindere da un linguaggio. Per cui il linguaggio «viene prima del tema, anche se continuo a non sapere chi è nato prima, se l’uovo o la gallina. L’uovo, cioè il progetto, credo di averlo trovato, dimmi tu se ho trovato la gallina, cioè il risultato. È questo che conta per me. Di buone intenzioni è lastricata la strada di chi tira a campare con la narrativa. Semmai con la letteratura io tiro a morire».

Tirare a morire, perché l’unica posterità possibile è quella dell’opera, come scrive il Narratore della Recherche, ma come insegna anche, in quanto rovescio della medaglia, il conformismo di ogni tempo: chi tira a morire vivrà in eterno, chi tira a campare farà in tempo a vedere la propria morte.

Oggi ne abbiamo piene le palle delle combriccole, delle fazioni narrative contrapposte che si contendono lo stesso spazio, la stessa piccola, frettolosa vetrina. La lezione di D’Arrigo è tutta nella grandezza dei suoi romanzi, che più passa il tempo più ristabiliscono le giuste proporzioni con i nani suoi contemporanei. Che tanto assomigliano ai nanetti di oggi (e spesso sono i medesimi).

«Sto giocando un’altra partita» confessava Stefano a Walter. «E sia chiaro anche che il mio non è lo stesso campionato di Pasolini. Lui registra una lingua, io la invento: anche perché debbo dire qualcosa che ancora non c’è ma che non scomparirà mai. Io non sono un narratore militante, ogni mattina guardo il tempo e mi regolo lavoro ogni giorno, ma mai alla giornata. Non mi dispiace star solo, fuori di ogni cordata o scuola, non ho bisogno di protezione, se perdo è meglio disintegrarsi al suolo. Questo è un mestiere in cui si resta soli e in cui magari si salva uno ogni vent’anni. Naturalmente vorrei essere io, ma non sarò io a deciderlo». Sarebbe stato proprio lui, ma è stato lui a deciderlo, malgrado gli altri.

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2 thoughts on “Alla fine resterò io

  1. … che dire..?… perfettamente d'accordo: le consorterie letterarie furono incredibilmente aggressive nei confronti di Horcynus Orca e di D'Arrigo. Ma il Tempo è galantuomo… 😉 oggi D'Arrigo svetta sulla gran parte degli scrittori italiani del secondo Novecento (e anche del primo). Su Pasolini mi piace raccontare un aneddoto: pur avendo idee differenti sull'uso del dialetto, D'Arrigo stimava Pasolini, e almeno alla fine dei Cinquanta, primi Sessanta, era una stima ricambiata. Quando Pasolini cominciò a girare il suo primo film, Accattone, pensò a D'Arrigo per la figura del giudice. Una comparsata di trenta secondi, peraltro doppiato perché D'Arrigo aveva una voce e un eloquio impossibile per il cinema, che il siciliano fece – ovviamente controvoglia – anche per la dolce insistenza con la quale Pasolini l'aveva invitato a Cinecittà. Disse alla moglie Jutta che aveva bisogno, per il giudice, "della faccia di un bambino, un bambino-adulto", e che quella di Stefano era perfetta.Una mattina venne a prenderli – per portarli a Cinecittà (dove Jutta, quando vide i protagonisti della pellicola, si rifiutò di scendere!) – un ragazzotto 18enne che aveva appena fatto la patente. Era Bernardo Bertolucci.marco v.

  2. Sei una miniera… Se va in porto il convegno su D'Arrigo che stiamo cercando d'organizzare tu sei il primo relatore da invitare! Se hai un estratto della tesi o un testo autonomo sull'Orca mi piacerebbe davvero leggerlo.

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