PROUST NEL «GULAG». Letteratura e libertà

di ANTONIO SPADARO S.I.

© La Civiltà Cattolica 2006 III 145-150 quaderno 3746

1940: quindicimila ufficiali polacchi vengono imprigionati dai russi prima nel campo di Starobielsk e, successivamente, in quelli di Pawliszcew e Griazowietz; tra di essi c’è Joseph Czapski. Nato a Praga da una famiglia aristocratica polacca nel 1896, egli fu pittore, critico d’arte, grande lettore e conversatore brillante, vigoroso enfant terribile. Dopo l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche è fatto prigioniero dai russi il 29 settembre 1939 per poi essere liberato nel ’41. Assieme ad altri 450 ufficiali scampò per caso all’orribile e gigantesco massacro di Katyn, perpetrato dalla polizia sovietica. L’esperienza della prigionia fu drammatica: promiscuità, fame, malattie: «Vedo ancora — scrive Czapski — i miei compagni ammucchiati sotto i ritratti di Marx, Engels e Lenin, sfiniti dopo una giornata di lavoro al freddo, con temperature che raggiungevano i quarantacinque gradi sotto zero»(1).

A questi uomini non restavano altro che la memoria e la ricchezza della cultura che essi portavano nel loro intimo come roccaforte inespugnabile di umanità: scienza, arte, architettura, letteratura, storia. Molti di loro decisero così di lottare contro il degrado spirituale e il decadimento fisico in una maniera singolare: avrebbero tenuto delle conferenze sulle loro rispettive passioni culturali per far trionfare la forza della vita. Che cosa sarà stato quel gelido refettorio di un ex convento trasformato in campo di concentramento, dove i prigionieri mangiavano e discutevano di argomenti ben lontani dalla miseria che li avvolgeva? E così, ricorda Czapski, «il dottor Ehrlich, un appassionato bibliofilo di Lvov, ci raccontò con raro senso evocativo la storia del libro; la storia dell’Inghilterra e la storia delle migrazioni dei popoli furono l’oggetto delle conferenze del reverendo Kamil Kantak di Pinsk, ex-redattore di un quotidiano di Gdansk e grande ammiratore di Mallarmé; il professor Siennicki, del Politecnico di Varsavia, ci parlò della storia dell’architettura, mentre il tenente Ostrowski, autore di un eccellente libro sull’alpinismo e protagonista di numerose scalate sulle Tatra, nel Caucaso e sulle Cordigliere, ci intrattenne sull’America del sud» (p. 16 s)(2).

Gustaw Herling — uno dei maggiori scrittori polacchi contemporanei — ha visto in questa iniziativa il segreto della forza interiore dei polacchi: «Le conversazioni così fedelmente riportate da Czapski, le discussioni, lezioni, preghiere cantate in coro, le celebrazioni di feste, tutto testimonia della resistenza polacca. Quante volte io stesso ho visto lo sguardo furioso del guardiano della mia prigione sovietica posarsi, attraverso lo spioncino, sul gruppo di miserabili che sorridevano gioiosamente, affamati eppure incrollabili, catturati ma che ancora serbavano la forza e il sapore della libertà»(3) (p. 84).

Il libro e le ali della libertà

In particolare, Czapski fece rivivere per i compagni di prigionia la sua lettura personale di Alla ricerca del tempo perduto, il capolavoro torrenziale di Marcel Proust(4). Il testo del suo intervento fu dettato e messo per iscritto perché doveva essere sottoposto alla censura del campo. Quando lasciò la Russia, l’autore lo portò con sé. Per questo anche noi oggi possiamo leggerlo(5). Czapski fece riaffiorare dalla memoria quest’opera immensa e la offrì, arricchita dalla propria rilettura personale, ai suoi compagni. Non poteva contare che sulle proprie memorie, mancando di ogni possibile ricorso al testo. Czapski aveva conosciuto l’opera proustiana perché, ammalatosi di febbre tifoidea, era stato costretto a letto per un’intera estate, condizione favorevole per scoprire l’opera che gli avrebbe provocato uno stupore che mai l’avrebbe abbandonato lungo il corso della vita. Certo, adesso quella che per Proust è una marchesa può diventare nel suo racconto una duchessa, un conte può diventare un barone, e un pranzo una cena. Ma, al di là del dettaglio, la sostanza è di immenso valore.

I libri di Proust — è lo stesso Czapski ad ammetterlo — di primo acchito «sembrano libri di un altro mondo, un’arte pomposa, ultraborghese, vieto snobismo» (p. 26). L’ufficiale polacco rivive quegli ambienti e quelle atmosfere: la camera dello scrittore tappezzata di sughero, l’universo dei salotti aristocratici… Così, infatti, scrive Edith de la Héronnière nella sua breve ma intensa introduzione: «Immaginate cosa poteva rappresentare la rievocazione del raffinato mondo dei salotti del faubourg Saint-Germain della fine del diciannovesimo secolo nel contesto di un campo di prigionia». Si può immaginare lo spirito e la capacità di questi uomini, e anche «la figura lunga e sottile di Czapski (era alto due metri), il suo modo istintivo e impetuoso di raccontare, facendo ampi gesti e battendo l’aria con le sue mani enormi» (p. 8). La lettura dell’ufficiale polacco entra nelle vene del testo. Abbatte ogni apparenza di vanità, applicando una profonda penetrazione psicologica e spirituale nelle pieghe dell’animo proustiano, chiedendosi quale possa essere l’essenza della sua creazione: «La lenta e dolorosa trasformazione dell’individuo passionale e assolutamente egoista in un uomo che si dona totalmente a un’opera che lo divora, lo distrugge, vivendo del suo stesso sangue, è un processo cui ogni creatore si trova di fronte. “Se il grano non muore”…» (p. 31).

Czapski scopre così un artista teso a cogliere ovunque associazioni e metafore. Non è il fatto nudo e crudo a ossessionare Proust, ma «le leggi segrete che lo reggono, è il desiderio di rendere palesi gli ingranaggi segreti e meno definiti dell’essere» (p. 45). Leggere Proust significa dunque realizzare con lui una fusione di sguardi, assumere la sua capacità di visione, pronta a cogliere significati, immagini, ricchezze di assonanze, come anche a rilevare tutti i particolari drammatici e comici di un evento, persino nei momenti più tragici della vita. Ecco il segreto di Proust: la «volontà di conoscere e comprendere gli stati d’animo più disparati, una capacità di scoprire nell’uomo più vile i gesti nobili al limite del sublime, e negli esseri più puri le reazioni più meschine». Così la sua opera agisce su di noi «come la vita filtrata e illuminata da una coscienza la cui precisione è infinitamente più grande della nostra» (p. 62). La pagina proustiana dunque è un luogo dove la conoscenza della realtà, della vita, assume una potenza non comune e un discernimento affilato.

Ed ecco così che il genio di Czapski non coglie alcuna discontinuità reale e profonda tra la Recherche e il gulag. A tal punto che le pagine più belle della sua relazione sono dedicate alle assonanze profonde, da lui colte con intuito spirituale, tra Proust e Pascal. Czapski è consapevole del fatto che questo accostamento stupirebbe tanti lettori proustiani, che anzi potrebbero sentirlo come paradossale. Di Pascal sono noti, infatti, l’atteggiamento profondamente religioso e l’indole ascetica: per quest’uomo, divorato dall’anelito dell’assoluto, era inaccettabile ogni cedimento sensuale. Proust, al contrario, appare a molti il prototipo della sensualità, colui che sapeva godere di tutto in maniera appassionata e raffinata. Due figure apparentemente opposte, dunque. Tuttavia Czapski dà ampia prova della vicinanza dei due spiriti. Innanzitutto dà una prova che è tutta dalla parte del lettore. Sì, è vero, mai viene nominata la parola «Dio», e sembra che tutto possa esserci tra le migliaia di pagine della Recherche tranne che la ricerca dell’assoluto, a favore invece dell’effimero. Nonostante ciò, scrive Czapski, e anzi «forse proprio per questo, una simile apoteosi di tutte le gioie passeggere della vita ci lascia in bocca un “pascaliano” gusto di cenere» (p. 64).

Il senso della vanitas pervade ogni apparenza gioiosa. La vanità delle relazioni mondane, così prive di qualità; la vanità dell’orgoglio aristocratico, che in definitiva non distingue la vera finezza dello stile dallo snobismo volgare; la vanità della giovinezza e della bellezza, rappresentata da Odette, donna sensuale e fatale, che da vecchia appare come idiota, rincantucciata nel salotto della figlia, mentre osserva attonita, sgomenta, il mondo feroce tirato a lucido; la vanità e la vacuità dell’essere celebri, e perfino la vanità dell’amore: il più grande amore del protagonista della Recherche è Albertine, eppure quando egli apprende durante un viaggio a Venezia della morte improvvisa dell’amica, vi presta appena attenzione perché un’altra lo ha toccato per un breve istante. Vanità delle vanità, tutto è vanità.

Proust, letto da Czapski, appare colui che ha saputo cantare profondamente e integralmente la seduzione della vanità. Tuttavia proprio fissando la vanità in tutti i suoi aspetti luccicanti, è riuscito a farne vedere con chiarezza l’intimo nulla.

Profondamente partecipi e belle le due pagine finali sulla morte di Proust: «Non poteva non capire che nel suo stato di salute lo sforzo enorme e febbrile che esigeva da lui la messa a punto della sua opera precipitava la morte. Ma aveva preso la sua decisione, non se ne curava e davvero la morte gli era divenuta indifferente» (p. 74). Egli voleva servire fino alla morte ciò che per lui rappresentava l’assoluto, cioè la sua creazione artistica: «E anche gli ultimi due volumi (Il tempo ritrovato) sono intessuti di lacrime di gioia, anch’essi sono l’inno di trionfo dell’uomo che ha venduto tutti i suoi beni per acquistare una sola perla preziosa e che ha soppesato tutto l’effimero, tutte le pene e tutta la vanità dei piaceri mondani, della giovinezza, della fama, dell’erotismo, in confronto alla gioia del creatore, di quest’essere che costruendo ogni frase, imbastendo e reimbastendo ogni pagina, è alla ricerca dell’assoluto che non raggiunge mai interamente e che d’altronde è impossibile raggiungere» (p. 64 s).

La tensione proustiana all’assoluto non è esplicitamente religiosa. Molte sue espressioni rivelano però la pacata esultanza di trovare una scrittura capace di «salvare» dal peccato, che consiste nella pesantezza di un legame alla terra avvertito come contrario alla natura umana. Si tratta di una salvezza estetica realizzata nella sublimazione artistica, che permette di concentrare gli occhi dell’anima sul bello e sul vero. Czapski, immerso nel buio e nel tormento del gulag, così prossimo alla possibilità di una morte atroce, appare sensibilissimo a ogni appello a una trascendenza. In Proust non trova quella della fede, ma quella dell’arte. Ma anche questa basta almeno a far comprendere che ogni idolo mondano è vanità.

L’opera vive nel lettore

Qual è dunque il senso di questo libretto? Esso custodisce un significato profondo: l’arte aiuta a vivere e, in particolare, permette di salvare l’umanità e il gusto dell’essere interiormente liberi, anche sotto la tirannia più aspra. È la lezione della grande letteratura. Così commenta l’autore: «La gioia di poter partecipare a un’impresa intellettuale in grado di dimostrarci che eravamo ancora capaci di pensare e reagire a realtà dello spirito che non avevano niente in comune con la nostra condizione di allora, trasfigurava ai nostri occhi quelle ore passate nel grande refettorio dell’ex convento, questa strana scuola clandestina dove rivivevamo un mondo che ci sembrava perduto per sempre» (p. 18).

In realtà in queste pagine è in ballo qualcosa di ancora più sottile: il senso della lettura e della critica letteraria. Il critico è sostanzialmente un lettore che legge per «professione». Egli «professa» la lettura. Czapski offre un modello. Egli parla di un libro che non ha sotto mano, ricordiamolo. Non può citarlo alla perfezione, né indicarne pagine e volumi. Deve affidarsi alla memoria, proprio quella memoria involontaria che era, secondo Proust, l’unica fonte di creazione artistica. Scava dunque nelle profondità di sé per recuperare immagini, situazioni, eventi, fidandosi del proprio rapporto col testo. L’opera vive in lui, e il suo significato prende corpo in un contesto di disumanità. Proprio questa «inabitazione» dell’opera genera il gesto critico. Se l’opera non vive nella coscienza di chi la legge, il commento critico resta qualcosa di esteriore o addirittura superfluo, futile. Leggendo la Recherche, Czapski legge se stesso, colloca l’opera all’interno di un rapporto singolare e la attualizza nel contesto, per sé assurdo, di un campo di concentramento(6). E ciò che il lettore italiano ha già ben presente grazie alla lezione dantesca, anch’essa senza testo sotto mano, di Primo Levi in Se questo è un uomo. Czapski fa capire che, se non vive nel territorio della vita e dei suoi significati, la letteratura è destinata a svanire. Il critico che si fa guidare dalle sue intuizioni e dal suo stile di approccio al testo sarà interessato a una letteratura che abbia la stessa qualità della vita.

Liberato dopo la firma dell’accordo tra i Governi russo e polacco nel 1941, si trasferisce nella Parigi di Proust, dove si dedica all’arte, dipingendo e scrivendo: essa sarà una condizione, uno stato di vita capace di svelare — come, con precisione, ha commentato de la Héronnière — la «vanità del mondo rispetto allo sforzo infinito per trovare la parola giusta dietro la quale sta l’indicibile» (p. 11).


1 J. CZAPSKI, La morte indifferente. Proust nel gulag, Napoli, L’Àncora del Mediterraneo, 2005, 17.

2 Leggendo le parole di Czapski tornano in mente tante immagini della grande letteratura, sino a quelle che lo scrittore Ray Bradbury ha impresso nel suo The Fireman, noto in Italia col titolo Fahrenheit 451, dal film omonimo che F. Trauffaut ha tratto da questo romanzo.

3 G. HERLING, «Nota su Joseph Czapski», in J. CZAPSKI, La morte indifferente…, cit., 84.

4 Cfr i nostri «Marcel Proust e la sapiente bellezza della lettura», in Civ. Catt. 1998 II 480-485 e «Proust e la Bibbia. La “Recherche” come pellegrinaggio», ivi, 1999 IV 154-157.

5 J. CZAPSKI, La morte indifferente…, cit. Le pagine citate nel testo si riferiscono a questo volume.

6 Per comprendere bene questa visione della critica è molto utile leggere La coscienza critica, una raccolta di saggi di Georges Poulet (Genova, Marietti, 1991). Scrive Poulet: è come se, «a partire dal momento in cui mi trovo “posseduto” dalla mia lettura, mi mettessi a condividere l’uso della mia coscienza con quell’essere che ho cercato di definire e che è il soggetto cosciente rintanato al centro dell’opera. Lui ed io cominciamo ad avere una coscienza in comune. […] Io sono coscienza stupita di un’esistenza che non è mia, e che tuttavia sperimento come se fosse mia. Questa coscienza stupita è la coscienza critica: coscienza del lettore, coscienza di un essere a cui è dato comprendere come suo qualcosa che avviene nella coscienza di un altro essere» (p. 241).

© La Civiltà Cattolica 2006 III 145-150 quaderno 3746

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