L’incarnazione che genera il gesto critico

di Antonio Spadaro

È il 1940: quindicimila ufficiali polacchi vengono imprigionati dai russi in campi di concentramento. Joseph Czapski è tra questi. Nato a Praga da una famiglia aristocratica polacca nel 1896, egli fu pittore, critico d’arte, grande lettore e conversatore brillante, vigoroso enfant terribile. Dopo l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche egli è fatto prigioniero dai russi il 29 settembre 1939 per poi essere liberato nel ’41. Assieme ad altri 450 ufficiali scampò per caso all’orribile e gigantesco massacro di Katyn, perpetrato dalla polizia sovietica. L’esperienza della prigionia fu drammatica: promiscuità, fame, malattie.

A Czapski e ai suoi compagni non restavano altro che la memoria e la ricchezza della cultura che essi portavano nel loro intimo come roccaforte inespugnabile di umanità: scienza, arte, architettura, letteratura, storia. Molti di loro decisero così di lottare contro il degrado spirituale e il decadimento fisico in una maniera singolare: avrebbero tenuto delle conferenze sulle loro rispettive passioni culturali per far trionfare la forza della vita.

In particolare, Czapski fece rivivere per i compagni di prigionia la sua lettura personale de Alla ricerca del tempo perduto, il capolavoro torrenziale di Marcel Proust. Il testo del suo intervento fu dettato e messo per iscritto perché doveva essere sottoposto alla censura del campo. Quando lasciò la Russia, l’autore lo portò con sé. Per questo anche noi oggi possiamo leggerlo (J. CZAPSKI, La morte indifferente. Proust nel gulag, Napoli, L’Ancora del Mediteraneo, 2005.).

Immaginate cosa poteva rappresentare la rievocazione del raffinato mondo dei salotti del faubourg Saint-Germain della fine del diciannovesimo secolo nel contesto di un campo di prigionia. La lettura dell’ufficiale polacco entra nelle vene del testo. Esso custodisce un significato profondo: l’arte aiuta a vivere e, in particolare, permette di salvare l’umanità e il gusto dell’essere interiormente liberi, anche sotto la tirannia più aspra. È la lezione della grande letteratura. Così commenta l’autore: «La gioia di poter partecipare a un’impresa intellettuale in grado di dimostrarci che eravamo ancora capaci di pensare e reagire a realtà dello spirito che non avevano niente in comune con la nostra condizione di allora, trasfigurava ai nostri occhi quelle ore passate nel grande refettorio dell’ex convento, questa strana scuola clandestina dove rivivevamo un mondo che ci sembrava perduto per sempre» (p. 18).

In realtà in questa esperienza è in ballo qualcosa di decisivo: il senso della lettura e della critica letteraria. Il critico è un uomo che «professa» la lettura. Czapski ci offre un modello. Egli parla di un libro che non ha sotto mano, ricordiamolo. Non può citarlo alla perfezione, né indicarne pagine e volumi. Deve affidarsi alla memoria. Scava dunque nelle profondità di sé per recuperare immagini, situazioni, eventi, fidandosi del proprio rapporto col testo. L’opera vive in lui e il suo significato prende corpo in un contesto di disumanità. Proprio questa «inabitazione» o «incarnazione» dell’opera genera il gesto critico. Se l’opera non vive nella coscienza di chi la legge, il commento critico resta qualcosa di esteriore o addirittura di superfluo, futile. Leggendo la Recherche, Czapski legge se stesso, colloca l’opera all’interno di un rapporto singolare e la attualizza nel contesto, per sé assurdo, di un campo di concentramento. Czapski ci fa capire che se la letteratura non vive nel territorio della vita e dei suoi significati, essa è destinata a svanire.

[tratto dalla presentazione del volume La letteratura tra realtà e fantasia. Atti del Convegno. Reggio Calabria, 25-26 febbraio 2005, Reggio Calabria, Laruffa, 2005. Salone della Provincia di Reggio Calabria, 28 ottobre 2005. Il testo completo dell’intervento si può leggere o ascoltare.] [ho già pubblicato questo pezzo su Vibrisse]

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