un linguaggio non imitabile

Ci si costruisce (strada facendo: ma ci si illude di averlo fatto a priori) un proprio decalogo privato. Tu scriverai conciso, chiaro, composto; eviterai volute e sovrastrutture; saprai dire di ogni tua parola perché hai usato quella e non un’altra; amerai e imiterai quelli che seguono queste stese vie.

Poi ti imbatti in Horcynus Orca e tutto salta: è un libro esuberante, crudele, viscerale e spagnolesco, dilata un gesto in dieci pagine; spesso va studiato e decodificato come un arcaico, eppure mi piace, e non mi stanco mai di rileggerlo e ogni volta è nuovo.

Lo sento interamente coerente, arte e non artificio; non poteva che essere scritto così. Mi fa pensare a una certa galleria che è stata scavata secoli fa, nella roccia, in Val di Susa, da un uomo solo in dieci anni: o a una lente con aberrazioni, ma di portentoso ingrandimento.

Mi attira soprattutto perchè D’Arrigo, come Mann, Belli, Melville, Porta, Babel e Rabelais, ha saputo inventare un linguaggio, suo, non imitabile: uno strumento versatile, innovativo e adatto al suo scopo.

Primo Levi, La ricerca delle radici  (su segnalazione di Demetrio Paolin)

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