Amando, scoprendo, cercando D’Arrigo

Amo D’Arrigo, sì l’amo. Perché solo se si ama l’autore dell’Orca si può continuare ostinatamente a leggere pure e oltre la parte delle due parolette che il vecchio Caitanello ha da dire al figlio prima di stringergli la mano, quella stessa stretta di mano che la guerra aveva bandito rimpiazzandola prima col saluto fascista e poi con quello militare.

Le due parolette nella prima stesura condividevano la struttura a quadri propria dei cantastorie e dell’opera dei pupi, dovevano essere pure titolati in modo appropriato. Sono due parolette insostenibili, belle ma faticosissime. Giorgio me l’aveva anticipato per lettera e l’ha poi ribadito, pensavo che magari dipendeva dalla stanchezza di un anno di scuola, e invece no, le due parolette stanno lì, come a sfidare il lettore.

Sì, nella seconda parte, quella del recupero della memoria D’Arrigo sfida il suo lettore, implicitamente ci sfida, come se ci dicesse: sino a qua sei arrivato, ma sei sicuro che ormai il più è fatto?
La metà del viaggio è stata faticosa, ora inizia la perigliosa discesa che coinciderà con la morte dell’Orca e di Ndrja. Nell’attesa dello slancio finale, respiro a lungo e condivido con tutti voi la gioia immensa di aver recuperato per vie oscure l’introvabile Codice Siciliano, la raccolta di poesie che costituisce secondo il dire comune l’embrione di Horcynus Orca.

Una Sicilia mitica, omerica, che si sovrappone a una Sicilia stratificata nelle sue ère geologiche e storiche – da quella «Pregreca» delle tombe neolitiche a quella araba e normanna fino a quella moderna abbandonata dagli emigranti – domina nelle poesie di questo Codice Siciliano di Stefano D’Arrigo : terra alla quale il poeta torna nel rimpianto, «spatriato di là, oltre lo scilla», come la quaglia che modula «rochi gridi / al barlume del giorno» e in sogno vola «sul mare ventilato dalla luna, / col giovane grecale che stormisce / d’ala in ala, favorendo d’aria / Capo Passero, Siracusa, l’Anapo, / le rive di papiro dove già / fra foglia e foglia crepita la luce ». L’Italia «oltremare» è il «Nord, l’antico futuro», mentre la Sicilia è il ritorno al mito e insieme il mito del ritorno, del nostos che riconduce il poeta «sui prati, ora in cenere, d’Omero», attratto da una voce che lo chiama «nelle notti di luna sullo Stretto», sirena o Fata Morgana oppure eco dei secoli cavallereschi oppure ancora Madre trafitta dalle sue «povere stimmate, le spine / di ficodindia».

Pubblicato per la prima volta da Scheiwiller nel 1957 e arricchito nella presente edizione da tre poesie apparse nel 1961 su un numero di «Palatina» e da una inedita, questo Codice Siciliano di D’Arrigo è inevitabile che oggi sia letto come un archetipo e insieme incunabolo di Horcynus Orca, che uscirà vent’anni dopo; in questa prospettiva il testo si rivelerà prezioso, fecondo di suggerimenti e illuminazioni, non solo per l’affiorare di temi centrali, dal nostos omerico alla trasfigurazione epica della pesca, dalla presenza della morte a quella dei delfini e delle sirene, ma anche per i primi segni di quell’immenso lavoro sul linguaggio che troverà nell’opera maggiore la sua  realizzazione più compiuta: se ne vedrà una sorta di presagio e prefigurazione in quella lirica che esprime come l’aspirazione a una lingua insieme passata e futura e che si intitola significativamente «In una lingua che non so più dire».

Una lettura in questa chiave stimolante dovrebbe però aprirsi nel contempo anche a una lettura autonoma, per scoprire la ricchezza di un linguaggio lirico che alterna riflessioni popolaresche a chiusi momenti di concentrazione  dolorosa e ad aperture di visionarietà «greca», cui certo non è estraneo l’amore giovanile per Hölderlin: e per ritrovare, nel ritmo e nella forma propria della poesia, la fusione, come nel finale dell’Horcynus, dei due temi, quello del ritorno e quello della morte: «io da una guerra reduce, e da quante /
un gran figlio mi ricorda mia madre, / perduto con lo scudo o sullo scudo, / desidero tornare spalla a spalla / coi miei amici marinai che vanno / sempre più dentro nei versi, nel mare».

Giuseppe Pontiggia

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morte a quella dei delfini e delle sirene, ma anche per i primi segni di
quell\’immenso lavoro sul linguaggio che troverà nell\’opera maggiore la sua\n
realizzazione più compiuta: se ne vedrà una sorta di presagio e prefigurazione
in quella lirica che esprime come l\’aspirazione a una lingua insieme passata e
futura e che si intitola significativamente «In una lingua che non so più dire».\n
Una lettura in questa chiave stimolante dovrebbe però aprirsi nel contempo
anche a una lettura autonoma, per scoprire la ricchezza di un linguaggio lirico
che alterna riflessioni popolaresche a chiusi momenti di concentrazione\n
dolorosa e ad aperture di visionarietà «greca», cui certo non è estraneo
l\’amore giovanile per Hölderlin: e per ritrovare, nel ritmo e nella forma
propria della poesia, la fusione, come nel finale dell\’Horcynus, dei due temi,\n
quello del ritorno e quello della morte: «io da una guerra reduce, e da quante /
un gran figlio mi ricorda mia madre, / perduto con lo scudo o sullo scudo, /
desidero tornare spalla a spalla / coi miei amici marinai che vanno / sempre\n
più dentro nei versi, nel mare».
Giuseppe Pontiggia
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//–>[la lettura a staffetta di Horcynus Orca]
[lo speciale su I Miserabili]
[un saggio su Italia Libri]
[la lettura di Cima delle Nobildonne]

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