Il lungo viaggio dell’Orca

da "Il Messaggero", 26 novembre 2003
Il lungo viaggio dell’ "Orca"
Rizzoli ripropone “Horcynus”, capolavoro di Stefano D’Arrigo. Occasione per avvicinare uno scrittore schivo quanto perfezionista
di Walter Pedullà

Festeggiato a caldo da George Steiner, che, in un articolo tempestivamente pubblicato dal Corriere della Sera , ha confermato il perentorio giudizio positivo espresso in altra recente occasione («è un capolavoro assoluto!»), torna Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Saranno contenti i lettori che, dopo aver cercato invano negli ultimi anni il romanzo, ora lo possono trovare in un volume persino maneggevole di Rizzoli che con le sue mille pagine (precisamente 1090, di cui 12 di bibliografia + XXXI di introduzione di chi scrive, 25 euro) "nulla toglie" e qualcosa aggiunge all’edizione mondadoriana.
Il volume è il secondo dell’edizione delle opere di Stefano D’Arrigo. Il primo ristampava, col titolo di I fatti della fera, la stesura che era andata in bozze nel 1960 ma che non era mai arrivata in libreria. Seguiranno due altri volumi: il romanzo Cime delle nobildonne e le poesie, edite ( Codice siciliano) e molte inedite. Ci sono altri inediti in prosa, inclusa la narrativa. Prima o poi ci sarà la vera stesura iniziale di Horcynus Orca : i quaderni manoscritti intitolati La testa del delfino . Un giorno o l’altro arriverà poi una grossa, e piacevole a leggersi, sorpresa: la sceneggiatura di un gogoliano Anime morte , ambientato in Sicilia. E il resto no’l dico.
La ricchissima bibliografia conferma che la critica italiana ha preso posizione e a grande e migliore maggioranza ha testimoniato a favore dell’ Horcynus : da Debenedetti a Maria Corti, da Magris a Baldelli, da Gramigna a Pontiggia, da Pampaloni a Zampa, da Mondo a Romanò, nonché i "colleghi in poesia e narrativa" Primo Levi, Pasolini, Caproni, Pagliarani, Malerba, Camilleri, Consolo e naturalmente Vittorini, che nel 1960 propose sul Menabò due capitoli di un romanzo che allora si intitolava I giorni della fera . Crescono sempre più di numero i giovani critici, che sono già tanti, e sono agguerriti ma non pregiudizialmente ostili come certi interpreti che, sagacemente ispirati, nel ’75 condannarono a morte Horcynus Orca , spesso senza leggerlo.
C’è anche la storia patetica di un recensore che nel 1975 propose di fare con Horcynus Orca un fritto misto. Ora è un pentito ma allora qualcuno reagì suppergiù così: guarda un po’ chi parla di frittura, un pesce lesso della critica, nonché della narrativa. Infuria da trent’anni infatti la polemica senza esclusione di malignità intorno al romanzo di D’Arrigo. C’è chi si pente e chi cambia i documenti, ma se continuano a esserci tanti eroi della sesta giornata, significa che per Horcynus Orca , prosa sciampagnina, è venuta l’ora dei brindisi.
L’editore è nuovo ma il testo cambia poco rispetto a quello dell’edizione Mondadori. Non l’ Horcynus del ’75, bensì il successivo Oscar: dove risultano omesse un paio di righe e aggiunti alcuni stacchi nella parte finale. Non sono cose di poco conto per uno scrittore che confessò di aver passato più di una notte insonne per decidere se lasciare o togliere una virgola. Vent’anni (dal ’56 al ’75) di lavoro diurno e notturno.
Ogni frase dell’ Horcynus è scolpita con la tenacia maniacale attribuita ai poeti che si possono accanire per giorni su un verso. Un oceano di parole perlustrate goccia per goccia. Questo grande romanzo, pur essendo esorbitante in superficie, sollecita specialmente a cercare cosa c’è sotto una massa incontenibile di parole che vanno a pescare significati proibiti. L’amore ha un complesso di castrazione, la sessualità non di rado è omosessualità, l’attrazione per una figura materna corteggia con l’inconscio, l’incesto.
D’Arrigo miscela lingua e dialetti non solo per scovare segreti ma anche per nasconderli. Il narratore siciliano, che quanto più nomina tanto più suggerisce, s’è inventato un italiano parlato che nessuno parla per essere concreto e insieme solubile come il sale. E’ come l’acqua ma non è mai incolore o inodore questa lingua saporita che compete in espressionismo con quella di Gadda e di Fenoglio. Il terno vincente della narrativa del secondo Novecento.
Se per simbolo l’Orca è il mare, nella realtà Horcynus Orca è un testo molto pescoso per chi sa gettare reti dentro una scrittura che si liquefa dentro ammaliante liricità per avere il calibro strettissimo con cui si accede all’“arcano” gelosamente difeso dall’autore. D’Arrigo deve scendere a fondo se vuole conoscere il mistero del protagonista; e come l’Orca, risale dalle profondità marine con la voragine che le squarcia il fianco piena di cicinella. Il narratore cerca l’origine, forse un peccato d’origine, da cui nasce la sua ossessione di scrittore che si aspetta da ogni parola una rivelazione che vada oltre quel che personalmente sa. E c’è scandalo della conoscenza nello Stretto che è come l’Acheronte.
Lo scandaglio atomico aspetta il suono che segnala l’impatto con qualcosa di solido. Non si trascuri cioè la musica di questa narrativa che procede a balzi come pietra piatta mandata a sbattere sulla superficie delle acque. Un gioco da bambini. E in effetti c’è un infante in un narratore che gioca con le parole della lingua materna. Così apprende che non solo una madre è l’amante più desiderata, ma pure che può essere una sirena la prostituta, e che la contrabbandiera è anche Proserpina, e che un delfino può essere migliore di un uomo e gli succederà nel governo del mondo. Una immensa "reductio ad unum" concentra tutto il romanzo nell’indimenticabile figura di Ciccina Circé, magia sposata a calcolo, sesso che copula con la morte.
Ricordo D’Arrigo sdraiato su un tappeto a correggere le bozze con biro di quattro colori. La pagina policroma veniva appesa a un filo teso fra due pareti. Un aquilone, due aquiloni, dieci, cento, aquiloni volavano nella stanza. Da destra a sinistra, dall’alto in basso, sempre più giù. Un prigioniero della propria ossessione cerca con ogni parola la libertà impossibile.
‘Ndrja sembra porgere la fronte alla pallottola che l’ucciderà. Per smettere di pensare? Bisogna farla finita con questo rovello, con questo trapano mentale. E vent’anni dopo aver cominciato, D’Arrigo consegnò finalmente all’editore Horcynus Orca . Rileggendolo, il narratore riprese a correggere, una parola, una virgola, una nota musicale. Fino a questo testo dell’edizione Rizzoli. Restano fuori appunti, interrogativi e sottolineature. Segni da smorfiare, come si dice in Sicilia per la cabala. Che notoriamente non nasconde nel silenzio il segreto, bensì sotto una lingua che, quando serve, delira con interminababile penìo.

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