il petardo di Spadaro

Rilanciamo il bel pezzo di Vittorio Zambardino sull’ultimo libro di Antonio Spadaro



Quest’Italia divisa anche sul web

Ma ispirandosi a Ignazio di Loyola…

E SE con la rissa perpetua dell’"Italia Paese spaccato" c’entrasse Ignazio di Loyola, magari come rimedio?

Dopo la notte dei risultati elettorali, un giornalista che aveva passato tutta quella vigilia a "moderare" gli interventi nella chat di Kataweb che accompagnava la diretta di Repubblica Radio-Tv diceva: "Sto pensando di scriverne qualcosa perché sono traumatizzato. Più di 20 mila messaggi in una notte e ci sono due Italie che si odiano, si insultano, si scrivono addosso l’una all’altra solo disprezzo e incomprensione. Si scrivono ma non si leggono".

Scriversi ma non leggersi, parlarsi ma non ascoltare (si), facile paragone con quello che accade ogni giorno nei media italiani, nella conversazione dei media mainstream. E del resto, visto che avviene in tv, perché non dovrebbe funzionare allo stesso modo anche in internet? E infatti così va. Ci si scrive l’un l’altro odiandosi. O peggio, adulandosi.

Ora esce una raccolta di saggi di Antonio Spadaro, che nell’ambiente internet tutti conoscono. Gesuita, filosofo, editorialista di La Cività Cattolica, diventò più famoso di quanto già non sia qualche mese fa, quando ha dedicato un suo articolo a Wikipedia. Difficile trovare in giro una definizione più serena e precisa dell’"enciclopedia distribuita" quanto quella fatta da Spadaro, che però, proprio nel finale scivolò (per noi maligni, lui è solo coerente) in un’accusa di relativismo culturale rivolta a Wikipedia.

Fu discussa, la sua posizione, nei termini di una "condanna" – ciò che non era – sia sulla rete che sui giornali, in radio e dovunque ci fosse dibattito. Anche in quel caso, la lettura attenta di quanto scrisse Spadaro rivela solo l’approccio di un filosofo che si fa divulgatore, non tanto di una tecnologia, quanto dei processi culturali coinvolti in questo forma nuova di comunicazione umana.

Una definizione e divulgazione precisa e attenta è quanto Spadaro fa per tutte le articolazioni di internet, in "Connessioni", una raccolta di saggi edita da Paredes. Interessante soprattutto perché si tratta di divulgazione alta: Spadaro spiega al filosofo e al teologo, nonché al sacerdote, come quello strumento potrà aiutarlo per valorizzare la sua opera. In lui internet è (come in effetti è) un capitolo di cultura, non di una "tecnica" da demonizzare, che è ancora la buccia di banana sulla quale scivolano molti intellettuali laici.

Ma il vero e proprio petardo intellettuale sta nelle ultime pagine.

Il filosofo gesuita lo lancia tra i piedi di tutti coloro che vedono in internet una centralità della tecnologia e non dell’esperienza. In un articolo intitolato: La lettura come immersione interattiva. Tra esercizi spirituali e realtà spirituali.

Non vi siete sbagliati, è proprio da Sant’Ignazio di Loyola che parte (o forse arriva, Spadaro), dalla lettura non lineare, quindi ipertestuale, dei suoi "esercizi spirituali". Si parte dalla definzione di lettura – con un excursus molto "pluralista" , dove entrano anche Gadamer e Sartre – come esperienza immersiva, totale, nella quale il lettore entra con i suoi sensi, cioè con il suo corpo. Inserto laicista: chi non ha mai pensato di girare per il Castello di Hogwarts insieme ad Harry Potter o non ha sentito "fisicamente" la ferita del principe Andrei in Guerra e Pace? E Ettore e Achille, dove li mettiamo?

E’ qui che Spadaro porta il suo lettore in luoghi dove mai quello, laico, si sarebbe aspettato di essere portato da un gesuita: il videogioco, i giochi di ruolo, la realtà virtuale. Per lui "l’operazione dello scrivere implica quella di leggere come proprio correlativo dialettico (…): è lo sforzo congiunto dell’autore e del lettore che farà nascere quell’oggetto concreto e immaginario che è l’opera dello spirito". Meglio di così non si poteva dire, che occorre leggersi, per non odiarsi, comprendersi anche senza essere d’accordo. (Sì. È una violenza a Spadaro, lui non lo dice, ma le recensioni servono anche per dire altro, no?

(14 aprile 2006)

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