il mistero dell’origine delle barzellette

Richard Matheson, LA SPLENDIDA FONTE

 

…Risparmiatemi dunque le vostre ca­lunnie, e leggete quanto segue di notte meglio che di giorno, badando che non cada nelle mani di innocenti signorine, se ve ne sono… Ma non temo per la sorte del libro, poiché è tratto da una così alta e splendida fonte che tutto ciò che n’è uscito ha sempre avuto gran successo…

BALZAC,

prologo ai Contes drôlatiques

 

Fu quella che zio Lyman raccontò nel patio, a deciderlo. Talbert stava risalendo il sentiero quando udì l’ultima bat­tuta: — "Mio Dio!" gridò l’attrice "credevo che aveste detto preservativi".

Nel patio risuonarono le risatine degli ospiti. Talbert s’immobilizzò dietro il graticcio di rose e li osservò uno a uno. Nei sandali, le dita dei piedi si flettevano cogitabonde. Talbert rifletteva.

Più tardi fece una passeggiatina intorno al Lago Bean e contemplò la lieve increspatura delle onde, i cigni eleganti e i pesci dorati. Continuò a riflettere.

— Ho riflettuto — disse quella sera.

— No! — disse zio Lyman con aria rassegnata. Non si sbilanciò oltre, ma aspettò l’inevitabile stangata.

Che venne puntualmente.

— Le barzellette sporche — disse Talbert Bean III.

— Prego? — fece zio Lyman.

— Una marea senza fine che copre la nazione.

— Non riesco — disse zio Lyman — a vedere il punto. — La voce tradiva una nota d’apprensione.

— Credo che ci sia di mezzo la stregoneria — disse Talbert.

— Streg…?

— Pensaci — disse Talbert. — Ogni giorno, in tutto il paese, gli uomini si raccontano storielle spinte: al bar e al­la partita, nei ridotti dei teatri e in ufficio, agli angoli di strada e nei magazzini. A casa o fuori, è sempre lo stesso diluvio di barzellette.

Talbert fece una pausa piena di significato. Poi: — Ma chi le inventa?

Zio Lyman guardò suo nipote con la faccia di un pesca­tore che ha appena pescato un serpente di mare: metà ri­spetto, metà schifo.

— Temo… — cominciò.

— Intendo scoprire la fonte delle barzellette sporche — disse Talbert. — La loro genesi, la loro polla sorgiva.

— Ma perché? — chiese zio Lyman, debolmente.

— Perché è importante — rispose Talbert. — Perché tali lazzi sono parte di una cultura fin qui insondata. Perché sono un’anomalia, un fenomeno diffusissimo eppure sco­nosciuto.

Zio Lyman non parlava. Le mani pallide si afflosciarono sul "Wall Street Journal" letto solo a metà; dietro le lenti ottagonali i suoi occhi sembravano due chicchi appesi al vuoto.

Alla fine sospirò.

— E quale parte — chiese tristemente — devo avere io in tutto questo?

— Cominceremo con la barzelletta che hai raccontato oggi nel patio — disse Talbert. — Chi te l’aveva detta?

— Kulpritt — fece zio Lyman. Andrew Kulpritt era uno dei tanti avvocati alle dipendenze della Bean Enterprises.

— Eccezionale — disse Talbert. — Telefonagli e chiedigli da chi l’ha sentita lui.

Lo zio estrasse di tasca l’orologio d’argento.

— Ma è quasi mezzanotte, Talbert.

Talbert Fece un gesto con la mano che indicava il di­sprezzo del tempo.

— Adesso — ripeté. — È importante.

Zio Lyman esaminò il nipote per un altro momento, poi, con un sospiro di rassegnazione, allungò la mano verso uno dei trentacinque telefoni di Casa Bean.

Per tutto il tempo che lo zio fece il numero, attese e parlò, Talbert continuò a flettere le dita dei piedi sulla pel­le d’orso che fungeva da tappeto.

— Kulpritt? — cominciò lo zio. — Sono Lyman Bean. Mi dispiace svegliarla, ma Talbert vuole sapere chi le ha raccontato la barzelletta dell’attrice che pensava che il regista avesse detto "preservativi".

Zio Lyman ascoltò per qualche secondo, poi cominciò di nuovo: — Ho detto…

Un minuto più tardi sbatté pesantemente il ricevitore.

— Gliel’ha raccontata Prentiss.

— In tal caso, chiamalo.

Talbert — protestò lo zio Lyman.

— Adesso — insisté Talbert III.

Lo zio si lasciò sfuggire un lungo sospiro. Ripiegò co­scienziosamente il "Wall Street Journal", si allungò sul ta­volo di mogano e schiacciò nel posacenere il sigaro da ven­ti centimetri. Infilata una mano stanca nel taschino della giacca da casa, estrasse l’agendina rilegata in cuoio.

Prentiss l’aveva sentita da George Sharper del consiglio d’amministrazione, Sharper dal dottor Abner Ackerman, Ackerman da William Cozener della Prune Products, Cozener da Rod Tassell, magistrato, al Cyprian Club. Tassell l’aveva sentita da O. Winterbottom, Winterbottom da H. Alberts, Alberts da D. Silver, Silver da B. Phryne, Phryne da E. Kennelly.

Per una strana circostanza Kennelly disse che l’aveva sentita da zio Lyman.

— Qualcuno di voi mente — disse Talbert. — Le barzel­lette non si generano da sé.

Erano le quattro del mattino quando zio Lyman, inerte e con l’occhio spento, si afflosciò sulla sedia.

— Dev’esserci una fonte — insisté Talbert.

Lo zio rimase immobile.

Ma a te non interessa! — osservò incredulo, Talbert III.

L’altro emise un gemito.

— Non capisco — attaccò il nipote. — Siamo di fronte a un problema affascinante. C’è un uomo o una donna che non abbia mai sentito una barzelletta sporca? Io dico di no. E tuttavia, c’è un uomo o una donna che sa da dove ab­biano origine? Di nuovo dico no.

Talbert si diresse a grandi passi verso il luogo prediletto del suo meditare, il camino da quattro metri. Ne fissò affa­scinato l’interno.

— Sarò un milionario — disse — ma rimango un uomo sensibile. E questo fenomeno mi elettrizza.

Diede un’occhiata allo zio che tentava di addormentarsi fingendo un’espressione interessata.

— Ho sempre avuto più denaro di quanto fosse necessa­rio — continuò Talbert. — Tanto denaro che non dovevo nemmeno prendermi il disturbo di investirlo. Così ho deciso di investire l’altro capitale che mio padre mi ha lasciato: il cervello!

Zio Lyman si scosse, e un pensiero prese la via delle sue labbra.

— Che ne è stato — chiese — di quella tua società, la SPC poi SPCA?

— Cosa? Ah, la Società per la Prevenzione della Cru­deltà poi diventata Società per la Prevenzione della Cru­deltà sugli Animali… Bah, roba del passato.

— E il tuo interesse per i problemi mondiali. Che ne è del trattato sociologico che stavi scrivendo…?

— Vuoi dire Ghetti: un punto di vista positivo? — Talbert fece un gesto di noncuranza. — Acqua passata.

— E dimmi, che ne è del tuo partito politico, i pro-antidisestablishmentarianisti?

— Ridotto a brandelli dalle forze reazionarie che cova­vano all’interno.

— E il Bimetallismo? Parlami del Bimetallismo.

— Oh, quello! — Talbert fece una risatina furfantesca. — Passé, caro zio. Avevo letto troppi romanzi vittoriani.

— Parlando di romanzi, che ne è del tuo lavoro di criti­co letterario? Come procedono L’uso del punto e virgola in Jane Austen e Horatio Alger, l’umorista incompreso? Per ta­cere di La Regina Elisabelta fu Shakespeare?

Shakespeare fu la Regina Elisabetta — corresse Tal­bert. — No, zio, non ne ho fatto più niente. Erano interessi passeggeri, nulla di più…

— E suppongo che lo stesso valga per Il corno da scarpa: pro e contro,eh? O magari per gli articoli scientifici: La re­latività riesaminata e L’evoluzione è sufficiente?

— Roba morta e sepolta — disse Talbert, paziente. — Mor­ta e sepolta. Quei progetti mi attiravano una volta, ma oggi miro a cose più importanti.

— Come la questione delle barzellette sporche.

Talbert annuì.

— Proprio così.

Quando il maggiordomo appoggiò il vassoio della cola­zione sul letto, Talbert chiese: — Redfield, lei conosce qualche barzelletta?

Redfield lo guardò impassibile da una faccia che la na­tura si rifiutava di animare.

— Barzellette, signore?

— Ma sì — fece Talbert. — Lazzi, battute, quella roba lì.

Redfield stava accanto al letto come un cadavere appena estratto dalla bara e messo in posizione verticale.

Dopo circa trenta secondi cominciò: — Be’, signore, una volta ne ho sentita una, ero solo un ragazzo…

— Ebbene? — incalzò Talbert impaziente.

— Credo che fosse più o meno così. Quand’è che… uh… quand’è che un portmantean non è…

— No, no — interruppe Talbert scuotendo la testa. — In­tendevo barzellette sporche.

Le sopracciglia di Redfield si alzarono all’improvviso. Quell’espressione volgare era stata per lui come un pesce in faccia.

— Non ne conosce nessuna? — insisté Talbert, deluso.

— Le chiedo scusa, signore — disse Redfield. — Ma, se posso dare un suggerimento, è più verosimile che ne sap­pia lo chaffeur.

— Sa qualche barzelletta sporca, Harrison? — chiese Talbert via interfono mentre la Rolls Royce imboccava la Bean Road e filava verso la statale 27.

Hanison sembrò preso di contropiede, ma poi si girò e un sorriso complice gli raggrinzì la voluttuosa pappagorgia.

— Senta questa, signore. Dunque, c’è uno stalliere che se ne sta seduto e mangia una cipolla, mi segue?

Talbert tolse il cappuccio alla penna a quattro colori.

 

Ora si trovava in un ascensore, e l’ascensore lo portava al decimo piano del Gault Building.

La corsa di un’ora verso New York era stata quanto mai fruttuosa: non solo aveva trascritto sette delle più volgari barzellette che avesse mai sentito, ma aveva estorto ad Harrison la promessa di visitare i posti in cui le aveva ap­prese.

La caccia era cominciata.

Sulla porta di vetro smerigliato si leggeva la scritta: MAX AXE – AGENZIA INVESTIGATIVA. Talbert girò la maniglia ed entrò.

La bella segretaria lo introdusse in un ufficio sobria­mente arredato dalle cui pareti pendevano una licenza di caccia, un mitra, alcune fotografie incorniciate della fab­brica Seagram, del Massacro del Giorno di San Valentino (a colori) e di Herbert J. Philbrick, l’uomo che aveva con­dotto tre vite.

Il signor Axe strinse la mano di Talbert.

— Che posso fare per lei?

— Innanzi tutto — rispose Talbert — lei conosce barzel­lette sporche?

Axe corse ai ripari e gli raccontò quella della scimmia e dell’elefante.

Talbert l’annotò e quindi incaricò l’agenzia di svolgere indagini sul conto degli uomini ai quali zio Lyman aveva telefonato. Il compito era scoprire tutto ciò che sembrava degno di nota.

Lasciato l’investigatore, Talbert seguì Harrison in una serie di "posti sospetti". Già nel primo sentì una barzel­letta.

Cominciava così: — C’è un nanerottolo travestito da sal­sicciotto…

Fu una giornata campale. Talbert apprese quella dell’i­draulico strabico nell’harem, del predicatore che vinse un’anguilla alla lotteria, del pilota da guerra che "venne giù" in fiamme, delle due Girl Scout che persero il pasticci­no nella lavanderia automatica,

E tante altre.

 

— Vorrei — disse Talbert — un biglietto aereo di andata e ritorno per San Francisco e una prenotazione all’Hotel Millard Filmore.

— Posso chiedere perché? — disse zio Lyman.

— Oggi, mentre andavo in giro con Harrison, un venditore di biancheria intima femminile mi ha detto che un inserviente del Filmore è un vero pozzo di scienza in fatto di barzellette spinte. Si chiama Harry Shuler. Il ven­ditore ha aggiunto che, nei tre giorni di un convegno di ca­tegoria tenutosi in quell’albergo, ha sentito più barzellette da Shuler di quante ne avesse sentite nei primi trentanove anni di vita.

— E tu vorresti…? — cominciò zio Lyman.

— Esatto — fece Talbert. — Dobbiamo seguire la traccia là dov’è più forte.

— Senti — ricominciò Io zio. — Perché ti dai tanto da fare su un argomento come questo?

— Perché sono un ricercatore.

— E che cosa cerchi, dannazione?

— Il significato — fu la risposta di Talbert.

Zio Lyman si coprì gli occhi. — Sei l’immagine di tua madre.

— Non dire una parola su di lei — intimò Talbert. — È stata la donna migliore che abbia camminato sulla terra.

— Allora com’è che si fece schiacciare a morte dalla fol­la durante il funerale di Rodolfo Valentino?

— Sai benissimo che è una volgare calunnia — replicò Talbert.

— Mamma passava davanti alla chiesa per portare da mangiare agli Orfani dei Marinai Dissoluti, uno dei suoi molti uffici di carità. Una folla di donne isteriche la tra­volse per accidente e la condusse alla sua fine spaventosa…

Sull’ampia stanza cadde un pesante silenzio. Talbert, immobile davanti a una finestra, contemplava le acque del lago Bean, creato da suo padre nel 1923.

— Riflettici — disse finalmente. — La nazione pullula di storielle spinte, il mondo ne pullula! E sono le stesse, zio, le stesse! Com’è possibile? Come? Per quale arcano motivo le barzellette varcano gli oceani, si diffondono sui conti­nenti? Quale meccanismo a noi ignoto le sospinge per monti e per valli?

Si girò e affrontò lo sguardo mesmerico di zio Lyman.

 

— Io devo sapere.

Dieci minuti prima di mezzanotte Talbert salì sull’aereo per San Francisco e occupò un posto vicino al finestrino. Un quarto d’ora più tardi l’apparecchio ruggì sulla pista e decollò nel cielo nero.

Talbert si rivolse al vicino — Scusi sa una barzelletta sporca? — Aveva già preparato la penna.

L’altro lo guardò sbigottito. Talbert deglutì.

— Oh, mi dispiace, reverendo.

 

Quando furono arrivati alla sua stanza Talbert allungò cinque dollari all’inserviente e gli chiese di raccontargli una barzelletta.

Shuler gli raccontò quella dello stalliere che mangia la cipolla, ci siete? Quand’ebbe finito Talbert gli chiese dove si potessero sentire altre storielle del genere, e intanto le dita dei piedi gli si torcevano nelle scarpe. Shuler disse che doveva andare al porto e cercare una taverna che si chia­mava Davy Jones.

Quella sera stessa, dopo aver bevuto qualcosa con un di­rigente locale della Bean Enterprises, Talbert prese un taxi e si recò alla taverna di Daw Jones. L’interno era fumoso e male illuminato, ma lui prese posto al banco ordinò un cicchetto e cominciò ad ascoltare.

Dopo un’ora aveva trascritto quella dell’anziana zitella che ficca il naso nel rubinetto della vasca, quella dei tre commessi viaggiatori e la figlia ambidestra del fattore, quella della balia che credeva fossero olive di Spagna e quella del nano travestito da salsicciotto. Talbert annotò quest’ultima sotto la precedente versione, sottolineando le differenze contestuali attribuibili all’influenza regionale.

Alle 10,16 l’uomo che gli aveva appena raccontato quella dei fratelli siamesi e della sorella a due teste rivelò a Tal­bert che Tony, il barista, era un’autentica fonte di bar­zellette sporche, aneddoti, versacci ed epigrammi.

Talbert si piegò sul banco e chiese a Tony chi fosse l’ispi­ratore delle sue lepidezze. Dopo aver recitato una poesiola sul sesso del mostro spaziale, il barista riferì che il suo ser­batoio vivente era un certo Frank Bruin, venditore di Oakland, che però quella sera non era in giro.

Talbert ripiegò immediatamente sull’elenco del telefono, dove scoprì che a Oakland esistevano cinque Frank Bruin.

Entrò in cabina col borsellino pieno di spiccioli e li chiamò uno a uno.

Due dei cinque Bruin erano venditori. Uno di essi, tut­tavia, in quel momento si trovava ad Alcatraz. Talbert chiamò l’altro e la moglie disse che, come tutti i giovedì se­ra, suo marito era andato a giocare a bowling con gli ami­ci: gli All-Stars della Materassi Moonlight Co. Il posto si chiamava Hogan’s Alleys.

Talbert uscì dalla taverna, fermò un taxi e si diresse a Oakland, le dita dei piedi sempre più nervose.

Veni, vidi, vici…

 

Bruin non era un ago in un pagliaio.

Appena entrato nell’Hogan’s Alleys Talbert vide un muc­chio di uomini addossati l’uno all’altro come nelle partite di rugby. Era per sentire meglio il narratore, un tipo mae­stoso, calvo e dalla pelle rosea. Talbert arrivò appena in tempo per sentire la battuta finale della barzelletta, alla quale seguì una discreta esplosione di risate. Non era una battuta facile: — "Mio Dio!" gridò l’attrice. "Credevo che aveste detto banana-split!"

La variante eccitò Talbert, che poteva assimilare un nuovo elemento: barzelletta con struttura identica ma fi­nale intercambiabile.

Quando il gruppo si fu disperso, Talbert avvicinò il si­gnor Bruin e, dopo essersi presentato, gli chiese dove aves­se sentito la storiella.

— E perché me lo domandi, ragazzo? — fece il signor Bruin.

— Per nessuna ragione — rispose Talbert tattico.

— Non ricordo dove l’ho sentita, ragazzo — disse infine il signor Bruin. — E ora scusami, va bene?

Talbert gli stette alle costole ma non ricevette alcuna soddisfazione, tranne per la certezza che nascondesse qualcosa.

Più tardi, mentre tornava al Millard Filmore, Talbert de­cise di assumere un detective di Oakland e di metterlo alle costole di Bruin. Doveva saltar fuori qualcosa.

In albergo gli consegnarono un telegramma: MR RODNEY TASSEL RICEVUTA INTERURBANA DA MR GEORGE BULLOCK, CARTHAGE HOTEL, CHICAGO. BULLOCK GLI HA RACCONTATO QUEL­LA DEL NANO TRAVESTITO DA SALAME. SIGNIFICA QUALCOSA? AXE.

Gli occhi di Talbert si accesero.

— Cominciamo a spuntarla — borbottò. — Oh diavolo!

Un’ora dopo aveva saldato il conto del Filmore, preso un taxi per l’aeroporto ed era salito sul primo volo per Chicago. Venti minuti dopo che aveva lasciato l’hotel, un uomo con un abito scuro a righine si avvicinò al banco e chiese al portiere che numero di stanza avesse Talbert Bean III. Quando fu informato della partenza di Talbert l’uomo si guardò intorno con occhi d’acciaio e s’infilò in una cabina telefonica. Ne emerse terreo.

 

— Mi spiace — rispose l’impiegato dell’albergo. — Il si­gnor Bullock ha saldato il conto stamattina.

— Oh. — Talbert alzò le spalle. Tutta la notte, sull’aereo, aveva studiato i suoi appunti per individuare le categorie alle quali si potevano condurre le barzellette. Voleva clas­sificarle per tipo, area di provenienza e periodicità. Era stanco per la vana concentrazione, e adesso gli toccava questa sorpresa.

— Non ha lasciato indirizzo? — chiese all’impiegato.

— Il signore è di Chicago.

— Capisco.

Dopo un buon bagno e la colazione in camera, Talbert, alquanto rinfrescato, sì mise al lavoro col telefono e la gui­da. A Chicago esistevano 47 George Bullock. Li controllò tutti, ma alle tre, quando crollò per un momentaneo pisoli­no, gli restavano da fare undici chiamate.

Alle 4,21, ripresa coscienza, terminò il suo compito. Il signor Bullock in questione non era in casa, disse la gover­nante, ma era atteso per la sera.

— La ringrazio molto — disse Talbert con gli occhi rossi per lo sforzo. Crollò sul letto e si svegliò pochi minuti dopo le sette, giusto in tempo per vestirsi in fretta. Scendendo ingoiò un sandwich e un bicchiere di latte, poi chiamò un taxi e si diresse a casa di George Bullock. Impiegarono un’ora.

Alla porta venne Bullock in persona.

— Sì?

Talbert si presentò e disse di essersi recato all’Hotel Carthage nel primo pomeriggio, per incontrarlo.

— Perché? — chiese il signor Bullock.

— Perché lei mi dica dove ha sentito la barzelletta del nano travestito da salsiccia.

Prego?

— Ho detto…

— Ho sentito quello che ha detto — l’interruppe il signor Bullock — ma non vedo alcun senso nella sua richiesta.

— Credo, signore, che lei si nasconda dietro un ben misero paravento — tuonò Talbert.

— Paravento? — scattò Bullock. — Signore, temo…

— Il gioco è finito! Perché non lo ammette e non mi dice dove ha sentito quella barzelletta? — Il tono di Talbert era trionfante.

— Non ho la più pallida idea di cosa sta parlando!

Ma il pallore del volto lo tradiva.

Talbert sfoderò un sorriso alla Monna Lisa.

— Davvero? — E girato sui tacchi tornò al taxi, mentre Bullock, sulla porta, lo fissava impietrito. Finalmente an­che Bullock girò la schiena e sparì.

— Hotel Carthage — disse Talbert, soddisfatto del suo bluff.

Mentre tornavano pensò all’agitazione di Bullock e un lieve sorriso gli piegò gli angoli della bocca. La preda era quasi acciuffata. Ora, se la sua ipotesi era giusta, con tutta probabilità avrebbe trovato…

Un uomo in impermeabile e cappello. Lo aspettava in camera, seduto sul letto. I baffi dell’uomo, che ricordavano uno spazzolino coperto di fango, tremarono.

— Talbert Bean? — chiese il visitatore.

Talbert s’inchinò.

— L’ha detto.

L’uomo, un certo colonnello Bishop, arretrò di qualche passo e osservò Talbert con freddi occhi azzurri.

— Qual è il suo gioco, signore? — chiese in un tono che non ammetteva repliche.

— Non capisco — scherzò Talbert.

— Io credo di sì — disse il colonnello. — Ed è per questo che verrà con me.

— Come? — fece Talbert.

Ma si trovò davanti la canna spianata di una Webley-Fosbery calibro 45.

— Allora andiamo? — disse il colonnello.

— Certamente — replicò Talbert con più freddezza. — Non ho fatto tanta strada per rifiutarmi proprio adesso.

 

Il volo nell’aereo privato fu piuttosto lungo. I finestrini erano coperti e Talbert non aveva la più pallida idea della direzione in cui stavano muovendo. Il pilota e il colonnello non parlavano, e i suoi tentativi di conversazione vennero frustrati da un gelido silenzio. La pistola del colonnello era sempre puntata al suo petto e non tremava, ma lui non era preoccupato. Era esultante. Tutto lasciava credere che la sua ricerca fosse prossima alla fine. Si avvicinava, final­mente, alla fonte delle barzellette sporche. Dopo un po’ la testa gli ricadde sul petto e cominciò a sognare: nani in co­stume da salsiccia e attrici ossessionate dai preservativi e dalle banane, o magari da tutt’e due… Quanto tempo dor­misse, quanti confini si lasciasse alle spalle, non avrebbe saputo dire. Fu svegliato dalla veloce perdita di quota e dalla voce d’acciaio del colonnello Bishop: — Stiamo atter­rando, signor Bean. — Naturalmente, il colonnello impu­gnava la pistola.

Quando lo bendarono Talbert non fece nessuna resi­stenza. Con la Webley-Fosbery piantata nella schiena uscì a tentoni dall’aereo e posò i piedi su una pista molto ben tenuta. L’aria era sottile e la testa gli pareva leggera: Tal­bert sospettò che fossero atterrati in una zona montagno­sa. Ma di quali montagne si trattasse, e in quale continente, non riusciva a immaginare. Le orecchie e il naso non gli fornivano dati utili, e la mente era un turbine di emozióni.

Lo spinsero – senza sprecarsi in gentilezza – all’interno di un’automobile che guidarono ad alta velocità lungo quella che sembrava una strada di campagna. I pneumatici saltavano su sassi e rametti.

Di colpo gli tolsero la benda. Talbert sbatté le palpebre e guardò dai finestrini: era una notte scura e nuvolosa, e a parte il tratto di strada illuminato dai fari non si vedeva nulla.

— Posticino isolato, eh? — commentò Talbert in tono lusinghiero. Il colonnello rimase zitto e vigile.

Dopo quindici minuti di guida per la strada buia, la macchina si fermò davanti a una casa alta e senza luci. Quando spensero il motore si sentì, tutt’intorno, il frinire ritmico dei grilli.

— Bene — disse Talbert.

— Venga fuori — suggerì il colonnello Bishop.

— Ma certo. — Talbert uscì dalla macchina e il colonnel­lo lo scortò su per i gradini del portico. Dietro di loro, l’au­to si rimise in moto e sparì nella notte.

Quando il colonnello schiacciò un bottone, all’interno della casa ci fu un cupo scampanio. Aspettarono nelle te­nebre, poi dei passi si avvicinarono alla porta.

Qualcuno aprì una finestrella e un occhio protetto da una lente li fissò. L’occhio si aprì e si chiuse; poi, con un debole accento che Talbert non seppe riconoscere, una vo­ce sussurrò furtiva: — Perché le vedove portano giarrettie­re nere?

— In omaggio — rispose il colonnello Bishop con estre­ma gravità — a coloro che le hanno trapassate.

La porta si aprì.

Il proprietario dell’occhio era un tipo alto, magro, di età e nazionalità indefinibili, e i capelli formavano una massa scura striata di grigio.

La faccia era tutta angoli e spigoli, gli occhi penetranti guardavano da dietro un paio d’occhiali cerchiati d’osso. Indossava pantaloni di flanella e una camicia a scacchi.

— Questo è il Direttore — disse il colonnello Bishop.

— Come va? — fece Talbert.

— Entri, entri — lo invitò il Direttore tendendo a Talbert la grande mano. — Benvenuto, signor Bean. — Scoccò un’occhiataccia alla pistola di Bishop. — Lei, caro colonnello, ama i particolari melodrammatici, vero? Metta via quell’affare, per cortesia.

— Dobbiamo stare attenti — grugnì il colonnello.

Talbert, immobile nell’ingresso spazioso, si guardava in­torno compiaciuto. Alla fine il suo sguardo si posò sul viso del Direttore, che sorrideva in maniera enigmatica, e co­stui disse: — Così lei ci ha scoperti, signore.

Le dita dei piedi di Talbert si agitavano come pennoni in una burrasca.

Per mascherare la propria eccitazione replicò: — Dav­vero?

— Sì — disse il Direttore. — Davvero. Ed è stato un capolavoro d’intuizione investigativa.

Talbert continuò a guardarsi intorno.

— Così — cominciò abbassando la voce — il posto è questo.

— Già. Vuole visitarlo?

— Più di ogni altra cosa al mondo — rispose Talbert con fervore.

— Allora venga.

— Ma è prudente? — intervenne il colonnello.

— Venga — ripeté il Direttore.

Attraversarono l’ampio ingresso. Per un attimo la mente di Talbert fu oscurata da un sospetto: era tutto troppo faci­le. E se fosse stata una trappola? Ma in un attimo quel pen­siero lo abbandonò, sopraffatto dalla curiosità e dall’ecci­tazione.

Salirono una scala a chiocciola in marmo.

— Che cosa ha acceso i suoi sospetti? — chiese il Diret­tore. — Voglio dire, come le è venuto in mente di indagare su un argomento simile?

— Mi sono messo a pensare — disse Talbert con impor­tanza. — E mi sono detto: ci sono tante barzellette e nessu­no sa da dove vengano. Né se ne preoccupa.

— Infatti — ammise il Direttore — è proprio sul disinte­resse che facciamo conto. Nemmeno un uomo su dieci mi­lioni si pone la domanda; preoccupato di imparare la barzelletta per servirsene in futuro, non pensa alla sua fon­te. E questo, naturalmente, ci difende.

Il Direttore fece un sorriso a Talbert. — Ma con uomini come lei, tutto è inutile.

Talbert arrossì, anche se gli altri non lo notarono. Giunti sul pianerottolo imboccarono un ampio corridoio illuminato da candelabri. Non parlavano più. Alla fine del corridoio si fermarono davanti a due porte massicce, dai cardini di ferro.

— È prudente? — chiese di nuovo il colonnello.

— È troppo tardi per fare marcia indietro — rispose il Direttore. Talbert si sentì rabbrividire. E se era una trappo­la? Deglutì, ma alla fine raddrizzò le spalle. Il Direttore aveva detto giusto: troppo tardi per fare marcia indietro.

Le grandi porte si aprirono con un cigolio.

Et voilà — disse il Direttore.

 

Il salone era immenso. Come un boulevard. Da una pa­rete all’altra correva un folto tappeto, e dagli altoparlanti situati sul soffitto si diffondeva la musica. Talbert, che pro­cedeva fra il Direttore e il colonnello, riconobbe il motivo della Gaieté Parisienne. Il suo sguardo si spostò a un araz­zo su cui erano intessute scene faunesche e sotto il quale campeggiava il motto: FELICE È L’UOMO CHE FA QUALCOSA.

— Incredibile — mormorò. — Qui, in questa casa.

— Infatti — disse il Direttore.

Talbert scosse la testa, meravigliato.

— Pensa un po’…

Il Direttore si fermò davanti a una parete di vetro e Tal­bert, sporgendosi, si trovò a guardare in un ufficio son­tuosamente arredato. C’era un uomo in vestaglia a strisce con bottoni dorati che gesticolava agitando un grosso siga­ro. L’oggetto delle sue attenzioni era una bionda di fattezze opulente, con un maglione piacevolmente attillato, che sta­va a gambe incrociate su un divano di cuoio.

L’uomo si interruppe un attimo, agitò una mano verso il Direttore e tornò alla sua furiosa dettatura.

— È uno dei migliori — disse il Direttore.

— Ma — fece Talbert, incerto — io pensavo che quell’uo­mo appartenesse alla redazione di…

— Infatti — ammise il Direttore. — Nel tempo libero la­vora per noi.

Le gambe di Talbert erano intorpidite dall’eccitazione.

— Non l’avrei mai pensato. Io credevo che i vostri uomi­ni fossero tipi come Bruin, come Bullock…

— Quelli sono soltanto gli strumenti di diffusione — spiegò il Direttore. — I nostri portavoce, si potrebbe dire. I veri creatori vengono da file più selezionate: dirigenti, uomini di stato, i migliori comici, gente del mondo dell’edito­ria, romanzieri…

La porta di uno degli uffici si aprì e il Direttore s’inter­ruppe. Si vide uscire un uomo imponente, barbuto, vesti­to da cacciatore. Li sorpassò borbottando qualcosa fra i denti.

— A caccia di nuovo? — chiese il Direttore con genti­lezza.

L’omone grugnì. Sì, fu un vero grugnito, e quando si eclis­sò parve che dovesse inseguire una belva nella giungla.

Incredibile — disse Talbert. — Gente come quella la­vora per voi?

— Proprio così.

Superarono file e file di uffici, e in tutti ferveva l’attività. Talbert lanciava avide occhiate da turista, il Direttore sor­rideva come un mandarino e il colonnello si leccava le lab­bra come aspettandosi il bacio di un rospo.

— Ma quando ha avuto inizio tutto questo? — chiese Talbert sempre più stupito.

— È un gran mistero della storia — si difese il Direttore. — E si perde nelle nebbie del tempo. Comunque, la nostra impresa vanta i suoi quarti di nobiltà. Grandi uomini han­no collaborato alla sua causa: Ben Franklin, Mark Twain, Dickens, Swinburne, Rabelais, Balzac… Oh, l’albo d’onore è lungo davvero. Shakespeare, ovviamente, e il suo amico Ben Johnson; più indietro nel tempo Chaucer e Boccaccio, e prima ancora Orazio e Seneca, Demostene e Plauto, Aristofane e Apuleio. E c’era gente che lavorava ai nostri fini nei palazzi di Tutankhamon, nei neri templi di Ariman e nella casa di piacere di Kublai Kahn. Dov’è cominciato, mi chiede? E chi lo sa? In molte caverne ci sono strani graffiti, e non manca fra noi chi ritiene che siano stati lasciati dai primi membri della Fratellanza. Questa, però, è solo una leggenda…

Erano giunti alla fine del corridoio e avevano imboccato una rampa discendente, coperta di soffice tappeto.

— La cosa costerà parecchio — disse Talbert.

Che Dio ci scampi! — esclamò il Direttore. — Non confonda il nostro lavoro con la vendita porta a porta. I nostri collaboratori ci dispensano gratis tempo ed energie, e nulla li preoccupa se non la Causa.

— Mi perdoni — disse Talbert, che non trovava il corag­gio. Alla fine, raccolte le forze, riuscì a dire: — Quale Causa?

Lo sguardo del Direttore parve seguire intimi pensieri. Rispose lentamente, le mani intrecciate dietro la schiena.

— La Causa dell’Amore opposta a quella dell’Odio. La Causa della Natura opposta a quella dell’Innaturale, dell’U­manità opposta all’Inumanità, della Libertà opposta alla Coercizione, del Benessere opposto alla Malattia. Sì, si­gnor Bean, malattia. La malattia che chiamiamo bigotti­smo, lo spaventoso, terrificante morbo che infetta tutto ciò che tocca, che trasforma il calore in gelo, la gioia in senso di colpa e il bene in male. Quale Causa? — Fece una pausa drammatica. — La Causa della Vita opposta alla Morte, si­gnor Bean!

Il Direttore alzò un dito minaccioso. — Ci riteniamo un esercito di uomini d’ingegno che marcia sui fortilizi della pruderie,una sorta di Cavalieri Templari con una missione di gioia.

— Amen — concluse Talbert, convertito.

Entrarono in una vasta stanza contornata di cubicoli. Talbert vide molti uomini al lavoro: alcuni battevano a macchina, altri scrivevano, altri osservavano o parlavano al telefono in una moltitudine di lingue. L’espressione di tutti era concentrazione, profondità. A un’estremità della sala, il volto invisibile, un uomo infilava spinotti in un pan­nello telefonico.

— La Sala degli Apprendisti — disse il Direttore: — Qui coltiviamo il futuro…

Un giovanotto uscì da uno dei cubicoli ed egli s’inter­ruppe. L’altro sventolava un foglio di carta e un tremulo sorriso gli aleggiava sulle labbra.

— Oliver — disse il Direttore annuendo.

— Ho inventato una barzelletta, signore — disse Oliver. — Posso…?

— Ma certo — fece il Direttore.

Oliver si schiarì la voce cercando di controllare l’ansia e raccontò la storiella di un bambino e una bambina che guardavano un doppio di tennis in un campo nudista. Il Direttore sorrise e annuì di nuovo. Oliver sembrò rattri­stato.

— Non va bene? — disse.

— Non è priva di meriti — lo incoraggiò il Direttore — ma nella versione attuale ricorda un po’ troppo l’effetto du­chessa-maggiordomo, per non parlare del popolarissimo capovolgimento di questo tema, che va sotto il nome del "ve­scovo e la barista".

— Oh, signore — si lamentò Oliver. — Non ce la farò mai.

— Sciocchezze — disse il Direttore, e aggiunse gentil­mente: — Figlio mio. Le storielle brevi sono le più difficili: devono essere precise, anzi geometriche, e più che arguta, la battuta dev’essere fulminante.

— Sissignore — mormorò Oliver.

— Chiedi una mano a Wojciechowski e Sforzini — disse il Direttore. — Oppure a Ahmed El-Hakim. Ti istruiranno sul Breviario dei Maestri. — Accompagnò queste parole con un colpetto sulla schiena del ragazzo.

— Sissignore. — Oliver riuscì a fare un sorriso e tornò al suo cubicolo. Il Direttore sospirò.

— Brutto affare. Non arriverà mai alla Classe A, e a dire il vero non avremmo dovuto ammetterlo fra i creatori, ma… — Fece un gesto eloquente. — …Ci sono ragioni senti­mentali.

— Davvero? — disse Talbert.

— Sì. Fu il suo bisnonno che, il 23 giugno 1848, scrisse la prima barzelletta sui viaggiatori di commercio, ramo americano.

Direttore e colonnello abbassarono la testa in segno di reverente commemorazione. Talbert fece lo stesso.

— Per questo l’abbiamo preso — disse il Direttore. Si trovavano di nuovo al pianterreno e sedevano in un grande salone, dove era stato servito lo sherry.

— Forse vorrà sapere altri particolari.

— Solo una cosa.

— E quale, signore?

— Perché mi ha mostrato tutto questo?

— Già — incalzò il colonnello portandosi la mano alla fondina sotto l’ascella. — Perché gliel’abbiamo mostrato?

Il Direttore guardò Talbert con attenzione, come se vo­lesse soppesare la risposta.

— Non l’ha indovinato? — chiese alla fine. — No, vedo di no. Signor Bean, lei non ci è sconosciuto. Chi non ha sentito parlare dei suoi lavori, della sua indefessa dedizio­ne alle cause più oscure, e tuttavia meritevoli? Chi può trattenersi dall’ammirare il suo altruismo, la sua devozio­ne, il suo orgoglioso disprezzo della convenzione e del pregiudizio? — Il Direttore fece una pausa e si piegò in avanti.

— Signor Bean — disse piano. — Talbert… se posso permettermi. La vogliamo nella nostra organizzazione.

Talbert aprì la bocca. Le mani cominciarono a tremar­gli. Il colonnello, sollevato, borbottò qualcosa e si abban­donò nella poltrona.

Poiché il confuso Talbert non rispondeva, il Direttore continuò: — Ci pensi. Consideri l’importanza del lavoro che facciamo. Con la dovuta modestia, posso dire che lei ha l’opportunità di unirsi a una grande Causa.

— Sono senza parole — ammise Talbert. — Io non… stento a… cioè…

Ma già brillava nei suoi occhi la luce della consacra­zione.

 

Titolo originale: The Splendid Source. (1956)

 

Tratto da Shock (I volume), introvabile Oscar Mondadori. L’editore Fanucci sta  ristampando tutta l’opera di Richard Matheson sulla scia del successo di Io sono leggenda, il capolavoro di Matheson.

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2 thoughts on “il mistero dell’origine delle barzellette

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