Internet, le radici di una rivoluzione antica

di Antonio Spadaro

[quest’articolo è apparso su http://www.apogeonline.com/ ]

La storia delle tecnologie della Rete comincia con le scritture umane, sta nei primi volumi arrotolati, si confronta con le impetuosità del Futurismo, si specchia nella Biblioteca di Babele, riecheggia le nostalgie degli emigranti. Dalla pietra alla chat al blog, un lungo filo rosso mette in relazione passato e presente

Pietra, argilla, papiro: questi i primi materiali che hanno fatto da supporto alla scrittura umana. Materiali concreti, che hanno avuto pregi anche tattili: consistenza, plasticità, leggerezza. Il passaggio dal papiro alla pergamena è stato decisivo per la possibilità di scrivere fronte retro, di piegare e di rilegare i fogli scritti, ma non ha modificato la concretezza del supporto. Si è passati però dal volumen, che si avvolgeva in rotoli, al codex, un assemblaggio di fascicoli che, cuciti, davano vita al libro. Un altro passaggio decisivo è stato quello segnato dall’uso della carta, che nel nostro Paese giunge intorno al XIII sec. d.C., anche se la sua invenzione è più antica di oltre dieci secoli. L’«invenzione» della stampa è collocata nella metà del Quattrocento con Gutenberg. Il trionfo del libro si ebbe nel XVI sec. Esso era merce fragile ma pesante, specialmente a causa della rilegatura, e così, spesso, veniva trasportato senza di essa: il libro viaggiava in fogli liberi che venivano rilegati quando giungevano a destinazione.

Oggi, a distanza di oltre mezzo millennio dall’invenzione di Gutenberg, si impone una novità considerata da alcuni una minaccia, da altri una risorsa: la Rete.Il libro, che Filippo Tommaso Marinetti e un gruppo di artisti futuristi nel settembre 1916 definivano «statico compagno dei sedentari, dei nostalgici» sembra minacciato da «grandi tavole di parole in libertà», da «mobili avvisi luminosi», da «parole in libertà che rompono i limiti della letteratura marciando verso la pittura, la musica, l’arte dei rumori». I futuristi intendevano parlare del cinema, ma con queste loro parole già prefiguravano quella forma di espressione che è il linguaggio ipertestuale e multimediale.

In realtà questa «rivoluzione», facendo un passo avanti, ne ha fatto fare uno indietro nel tempo. Il testo come appare sui monitor di un computer è un vero e proprio volumen che si legge srotolandolo, attraverso il pulsante del mouse. Si tratta di un’attitudine antica: leggere oggi significa non solo «voltare pagina» con tutte le connotazioni anche di ordine psicologico che questo gesto possiede, ma anche srotolare un supporto, seguire una linea continua, oppure, grazie ai link, andare in profondità, seguire un’idea, una parola, un collegamento. In tal modo non si pone più un centro da cui si deducono dei raggi, ma tutto può essere centro e dappertutto si può raggiungere qualunque luogo. Il sapere e la scrittura tendono a diventare frammentati, dialogici.

Certo, se voglio, con una stampante posso riprodurre su carta il testo che vedo nel monitor. In questo caso il volumen si trasforma, grazie a delle impostazioni di stampa, in una sorta di codex nella forma che veniva utilizzata cinquecento anni fa per il trasporto, cioè senza rilegatura. Un passo indietro ancora più ampio è realizzato grazie al diffondersi in Rete del linguaggio multimediale, in particolare iconico e sonoro. Il testo non è solamente alfabetico, facendo un importante riferimento al linguaggio pre-alfabetico con un ritorno al geroglifico.

Ma tutta questa ricchezza di saperi da chi è custodita e vissuta? Lo scrittore argentino Jorge Louis Borges nel racconto La Biblioteca di Babele (1941) paragonava l’universo a una immensa biblioteca: tutti sono attratti dal numero indefinito delle sue gallerie e trascorrono la vita ad esplorarle, senza però mai venirne a capo: non si trovano né i confini estremi né i libri che si cercano: «La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile». Ecco, la Rete può essere compresa come una grande biblioteca di Babele. Anzi: in realtà è una sorta di grande unico testo di cui nessuno è l’autore, che si riferisce a se stesso e che è di fatto non esauribile. L’identità degli utenti esce da questo testo come i personaggi escono dalla trama di un romanzo. Internet insomma è qualcosa che va al di là della rete di cavi e connessioni e va al di là anche di una raccolta di testi correlati ipertestualmente che fanno riferimento ad una realtà tangibile fuori di essa. Si tratta insomma di una realtà paragonabile al testo di un’opera narrativa, la quale si fonda in se stessa, nella dimensione spazio-temporale in cui si muovono i suoi protagonisti. Le tecnologie della comunicazione consentono in tal modo di reinventare una tradizione e di manipolare la memoria storica: cose sempre accadute nel nostro passato.

Ma venendo alla pratica quotidiana della vita in Rete, cosa dire delle conversazioni che spesso avvengono tramite le più varie tecnologie che oggi sono a disposizione? In contesti di solitudine e di frammentazione delle relazioni sociali, a volte la chat sostituisce l’esperienza di trovarsi attorno al fuoco per raccontare, raccontarsi e ascoltare le storie altrui. È un’esperienza antica quanto il mondo. Ovviamente in Rete le identità sono flessibili: si può pubblicare un blog sotto falso nome, con uno pseudonimo o con un semplice nickname. Lo spazio della Rete è molto anonimo e impersonale, in quanto ciascuno può far credere di essere ciò che non è a livello di età, sesso e professione, esprimendosi senza i limiti dati dalla propria identità pubblica.

Il blog vive del medesimo desiderio di espressione. La traduzione italiana di blog potrebbe essere «diario in Rete». E questa è, in effetti, la definizione più semplice: è uno spazio virtuale che consente di pubblicare una sorta di diario personale o, più in generale, contenuti di qualunque tipo che appaiono in ordine cronologico, dal più recente fino al più vecchio, e conservati in un archivio sempre consultabile. Per molti un blog è semplicemente uno spazio in cui annotare i propri pensieri, mentre altri comunicano ad un pubblico di migliaia di persone in tutto il mondo. Quando penso ai blog, li associo a un’esperienza particolare di scrittura: quella degli emigranti negli Stati Uniti. Non può non sorprendere il desiderio provato da tanti, che appena sapevano prendere la penna in mano, di scrivere la propria storia, ricordando le misere origini e le speranze di un futuro migliore. Spesso i blog sono narrazioni della propria vita a presa diretta, capaci di salvare l’attimo che fugge, il proprio passato, e di seguire le direzioni del futuro. Per chi naviga in Rete la condizione emigrante verso cui spesso la vita spinge il blog è come un diario di bordo, un modo per cercare una propria identità.

La Rete è una rivoluzione, è vero. Tuttavia è una rivoluzione antica, con salde radici nel passato: replica antiche forme di trasmissione del sapere e di vivere civile, ostenta nostalgie, dà forma a desideri antichi. La Rete non è solo intreccio di rami, ma anche di radici. Presa dal commento del nuovo, forse la nostra capacità di riflessione non ha ancora maturato un’indagine accurata su come e quanto internet non sia solo luccicante e innovante presente o futuro, ma anche luogo e forma di passato, desiderio, nostalgia, espressione di valori antichi quanto l’essere umano.

Antonio Spadaro, gesuita, una laurea in filosofia, ha conseguito il diploma in comunicazioni sociali e il dottorato di ricerca in teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, dove insegna presso il CICS. Fa parte della redazione de La Civiltà Cattolica, dove scrive di letteratura, media e nuove tecnologie. Nel 1997 ha dato vita ai laboratori BombaCarta, una tra le prime iniziative di scrittura creativa in Rete, e la rivista digitale Gasoline. È autore di volumi di teoria letteraria e su scrittori (Raymond Carver, Pier Vittorio Tondelli e i giovani narratori italiani), sul regista K. Kieslowski, oltre che sulla ricezione della musica degli anni ‘90. L’ultima sua pubblicazione è Connessioni. Nuove forme della cultura al tempo di internet (Pardes, 2006).

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