La figlia del comandante

Da luglio non scrivo un racconto degno di tale nome, per ora come il vecchio Boccaccio succhio vita ed esperienze, le tesaurizzo e aspetto che lievitino. Intanto questa cosa qui mordeva, scalpitava, voleva essere scritta. E’ ancora fumante e incompleta. A voi… Promette bene, almeno in linea di principio, lo stile risente dell’indigestione di Consolo a cui volontariamente mi sono sottoposto approffitando del 30% di sconto sugli Oscar Mondadori.

Tra le fitte foglie di un carciofo crebbero Beatrice e i suoi fantasmi. Beatrice era la figlia del Comandante, lasciato lì a metter radici dopo che la Guerra aveva sconquassato l’ordine e la morale.
Filarono i giorni e le notti fecero il resto, quella bambina ingravidata da un mezzo mastro dietro il gelso partorì una creatura con la faccia d’oliva e il corpo di anguilla, venne fuori sanguinazzante, urlando contro il cielo la rabbia dell’immutabilità.
A sua madre regalò la fuoriuscita del plesso emorroidale, una depressione ferrigna e cupa che fu presto psicosi puerperale.

Rossella venne fuori che era già segnata, nelle campagne le notizie fluidificano presto come catarro rappreso sulle spine di un fico d’india, rosso in pieno sole, suo nonno, il Comandante si infilò in bocca la beretta d’ordinanza e baciò il proiettile che cancellò dalla vita l’unica sua ignominia. Fu così che Rossella si battezzò con la veste nera ché in tempi di crisi, col parroco bucato dalla tisi si doveva fare tutto in economia, il funerale coincise con quell’immersione nel battistero che alla bimba tolse gli unici peccati non suoi.

E i calendari ingiallirono, foglio dopo foglio andarono ad alimentare la caldaia crepata. Beatrice col senno perse pure la vista, ipovedente in seguito alle scosse elettriche che le avevano cancellato il cervello dopo che aveva cercato di ficcare Rossella per la seconda volta nel secchio del pozzo, fu la signora Fina, la vecchia balia, che la salvò in tempo e andò con la corriera sino in via Pindemonte, nella città che fu dei Normanni e degli Asburgo. Il dottore con gli occhiali a pinza le disse che l’unica soluzione erano le scariche e gli elettrodi, lei vendette tutto il vendibile e portò Beatrice a cercare i suoi sorrisi perduti.

Sembrò rinascere dopo che il dottore finì, la bambina aveva già tre anni, i capelli rossi e gli occhi cupi. Da Bagheria arrivò il figlio del questore, vide Beatrice e perse l’appetito.

La casa del questore torreggiava sul Corso Umberto I, tre piani decorati con il tufo delle cave di Aspra lavorato con raspe e scalpelli dallo stesso questore. Diceva che lo faceva per rilassarsi, di un’opera era particolarmente fiero, una riproduzione di Palazzo Steri, il palazzo della Marina di Palermo in cui in illo tempore vennero seviziate orde di improbabili adoratori del Maligno, quando l’ordine lo teneva la Chiesa e i suoi inquisitori, dopo che i Vicerè erano spariti nelle piaghe della storia. Dall’inquisizione il questore subiva da sempre un influsso grigio e silente, e, dopo che l’ennesimo maresciallo l’avevano crivellato solo perché s’era trovato in mezzo ad una riunione d’uomini d’onore, il fascino dei metodi dei francescani e dei gesuiti del Seicento s’era accresciuto. Gli stavano sterminando i suoi uomini, giorno dopo giorno, l’avevano mandato lì per raggrizzare la situazione e l’unica cosa che aveva ottenuto era l’estensione della sua incipiente calvizie, una vecchia gli aveva detto che doveva provare col latte di fico.

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