pure l’alba va a fagiolo ai poeti

riceviamo e pubblichiamo in risposta alla nostra "letteratura maleducata" questo bel pezzo di Costantino Simonelli, il vicedirettore di BombaSicilia che ha scritto pure la presentazione delle radici di Kukuzze.

Se adesso mi metto sul perfetto azimut dell’ occhiale bifocale – la vecchiaia precoce fa brutti scherzi – che congiunge la retina al monitor e nella traiettoria del battere di ciglio cambio immagine e print, e non mi basta più, non lo voglio più "Times new Roman" corpo dieci, voglio Arial Narrow o almeno Arial Black, corpo da undici in su. Perché? …. perché scrivere con quei caratteri mi arrapa di più… ecco che solo adesso posso dire di essermi stranito per bene in questo andirivieni di toccate di lettere alfabetiche coi miei polpastrelli che s’affaticano. Peccato che non ci siano tasti bianchi e tasti neri sulla mia tastiera da computer, sennò invece di scrivere un curriculum vitae per un cazzo di posto di lavoro da venire, adesso come adesso farei musica. Forse di successo, o forse buona a niente, figlia solo di me stesso. Ma io c’ho dentro comunque la verità.
Certo, quella vendibile . Quella invendibile chi se la compra? Ma chi te la chiede? La verità invendibile in qualche modo è stata già venduta.
Il mio un poco è il gioco delle tre carte.

Ma non proprio così. Io mi metto ben piazzato al centro della pedana con le mani in tasca e col mio faccione proteso a fare il punchball. Come al luna park, la gente che passa sa che deve provarsi, misurarsi – magari per l’orgoglio della sua ragazza – a picchiarmi il più forte possibile. Io, dopo picchiato – l’acme del mento è il mio punto migliore – ho imparato ad oscillare da dio senza cadere mai. Come misurano la loro forza? E certo che glela devi dare la misura della loro forza, di quella rabbia dura a sfogare; quasi la mia faccia vicariasse tutta la rabbia che ti fa venire il mondo e la stessa vita tua. Ma io oscillo e basta, non cado, non gemito, non do soddisfazione a nessuno. Più non faccio niente e più la gente viene, si prova, s’accanisce. In pratica ognuno vuole che io, con la faccia da punchball, dia un segno, anche minimo, di crollo, di sconfitta.
Con questo desiderio che sognano si realizzi, vengono; e con lo stesso desiderio sconfitto se ne vanno, picchiati ancora una volta di più, loro, dalla vita, pure in una sera di sfogo, di festa, con la ragazza, al Luna park.
Luna park

Che si chiama così perché?
Così, mi viene in mente un parcheggio ad ore per la Signora Luna, rigorosamente vestita in abito da sera quando è piena, quasi pregna, quasi mamma; ma di quelle sempre splendide, che hanno cervello casa marito e bambini sempre telegenici ed a posto; praticamente solo le Lune degli spot pubblicitari del tutto va bene.
Già la Signora Mezza Luna m’inquieta di più e m’intriga un poco con la sua ambiguità. Come se avesse una doppia identità. Quell’altra faccia, celata, sconosciuta e forse anche un po’ puttana, sa d’avventura ben calibrata, d’una sera, se tutto va bene, d’ una notte e basta.
Mentre la Signora Quarto di Luna, non ho dubbi, è la più affascinante e la più assassina. Amandola sei come appeso al suo gancio celestiale E non sai, non vuoi sapere, se il solo spicchio di sé che ti lascia intravedere è un quasi passato o un già futuro.
La Luna al Luna Park è un doppione inutile.
Anche se poi, quando le luci si spengono e i bambini, a cavalcioni dei babbi che l’hanno vinto per loro, s’accarezzano l’animaluccio di peluche e se ne vanno, tutti a nanna, la Luna, una e sola, sola resta.
E quando la luna resta sola, è allora che i poeti e i lupi mannari si scatenano. Con fare leggermente diverso, gli uni da gli altri, ma entrambi se la godono e ci fanno bagordi.

Con una piccola differenza però: mentre i lupi mannari temono l’alba e la prima luce del giorno, pure l’alba va a fagiolo ai poeti.
E pure il mezzogiorno, e il meriggiare, ed il tramonto, ed il notturno più o meno avanzato. E così continuando, a circolo vizioso, di notte in giorno, di giorno in notte, senza neppure una pausa caffé. I poeti sono lì, sempre attenti, onnivori del tempo e di tutto. Allenati a percepire un battito di ali come il flatulare d’una gallina. Così eroicamente esposti ai qui pro quo della vita che neppure si lagnano se, dopo lo stormire d’una fronda, realizzano che gli è arrivata una sventagliata di pallini nella natica. Sono capaci sportivamente di stringere la mano al cacciatore che in quello stormir di fronde cercava la sua stessa cosa. Per scopi diversi, certo. Ma questi sono dettagli ininfluenti.
La "stessa cosa" poi, merlo cordaiolo, due etti con panciotto antiproiettile, aveva preso il volo almeno sette attimi prima del previsto fatale impatto. E con l’uso un po’ maleducato che hanno quei volatili poco domestici, nel librarsi in volo al di sopra delle parti fa un fischio che non è un fischio, un garrire che non è un garrire… insomma … una cosa con tante "rrr" che sembrava proprio una pernacchia.

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