prigionieri del sistema o coscienze critiche

Di ritorno dal Convegno di Reggio Calabria "il mistero di scrivere" pubblichiamo la bella pagina che ieri l’Avvenire ha dedicato a un tema sempre attuale, tutte le foto del convegno sono qui


DIBATTITO

Hanno ancora una funzione sociale? Fanno i conti con l’etica o dispensano parole in libertà (purché remunerative)? I romanzi e i racconti di oggi spesso danno l’impressione di essere del tutto appiattiti su una visione che si riduce al banale e al consumo. Diamo la parola ai protagonisti

Scrittori. Prigionieri del sistema o coscienze critiche?

La pietra che zampilla
Antonio Spadaro

Per scrivere un buon romanzo è necessario avere un discreto serbatoio di esperienza. Lo scrittore è immerso nell’esperienza, lo scrivente fa esperimenti. Per fare esperienza ci vogliono delle condizioni ben precise. La prima e fondamentale è credere che nella vita qualcosa "accade". Sembra scontato, ma non lo è. Occorre essere consapevoli che la vita non è un flusso ininterrotto e omogeneo di avvenimenti grigi, che si susseguono uno dopo l’altro, i quali acquistano significato solamente nei circuiti mentali o nel gesto sperimentale dello scrittore. Scrivere non è soltanto un fatto di coscienza, di meandri mentali, di pura invenzione: è un fatto di realtà.

La drammatica poesia di Paul Celan ci ha insegnato che scrivere è espirare dopo aver inspirato la realtà. La poesia è "svolta di respiro". Sempre, anche se la realtà è dura da vivere e si ha solamente voglia di evadere. Anche quando l’aria attorno si fa irrespirabile e il respiro si fa "di pietra", la parola dello scrittore vince l’afasia incombente. Lo «zampillo» della poesia «schianterà/ la pietra che lo tiene» (Mario Luzi). La scrittura di valore letterario è sempre sorgiva, zampilla dalla pietra, schiantandola, aprendosi un varco. La roccia è necessaria.
La letteratura dunque non è solamente, come scriveva Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, «il repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere». E la fantasia non è affatto «una specie di macchina elettronica». L’immaginazione è invece una funzione dell’esperienza e costruisce con materiali presi dall’esperienza e rielaborati. La realtà è più ricca della fantasia perché è il seme che, in potenza, contiene tutto il suo sviluppo fantastico.
Ed eccoci al punto: la qualità di un romanzo dipende dalla qualità dell’esperienza di vita che fa il suo autore. Infatti quell’aria che inspira è la stessa che espira in forma di linguaggio e di narrazione. Quale esperienza della vita hanno i nostri scrittori? Chiaro: sarebbe fin troppo facile ridurre questa mia affermazione a un facile e inutile autobiografismo. Peggio ancora sarebbe pensare che lo scrittore per essere bravo debba essere una "brava persona". Dico invece che il pericolo sempre in agguato è che gli scrittori siano ossessionati non da una storia, ma dal nudo scheletro di qualche idea; da problemi, non da persone; da questioni e da temi, non dall’ordito dell’esistenza; dalla sociologia, non da quei particolari di vita concreti che danno forma al mistero del nostro essere al mondo.
Dunque dietro (anzi: dentro) ogni romanzo riuscito c’è la verità di un’esperienza di vita. Ma non ci aveva insegnato Manganelli che la letteratura è menzogna? Bisogna intendersi. Sì, la letteratura è "menzogna" rispetto a una realtà monolitica e piatta di cui essa diverrebbe specchio fedele, ma inutile. La menzogna manganelliana, infatti, può anche essere intesa come la pars destruens di una ricerca ben più profonda e ardita che porti a superare la logica del "senso comune". Il pericolo, a mio avviso, è che questo momento destruens rimanga tale e si traduca nella semplice evasione nel subreale o nel surreale o nell’esperimento (cioè nel dominio della tecnica).
No, la letteratura che amo non si riduce a menzogna, come non è gioco combinatorio o illusione. La letteratura che amo nasce da una vita protesa come in una scalata. Wallace Stevens ha immaginato una poesia che… prende il posto di un monte. Scrivere per lui è come scalare un monte, avere una direzione, ricordare che esiste una meta, una exact rock da raggiungere, nonostante tutte le nostre "inesattezze". Questa è la scrittura umana, vera, ricca di senso, quella che procede affilata e dritta come una freccia, e sa così persino spaccare le rocce e spostare i pini, pur di non perdere la forza della sua direzione. Una scrittura senza una "roccia esatta" da raggiungere è una macchia su carta porosa, stagno inutile e sciolto.
Ecco allora le domande che mi pongo davanti a una poesia o a una narrazione: qual è la sua "roccia esatta"? Quale meta mi indica? E con quale forza? Con quale sguardo? Lo scrittore autentico sa spostare le rocce per guadagnare la vista giusta, il giusto punto di osservazione dove si ottiene una pienezza, una completezza di vita e di esperienza che, scrive Stevens, resta inspiegabile. E questa si chiama "ispirazione".

Requiem per la parola

Giulio Mozzi

Gli scrittori non contano più nulla. Il complesso culturale-industriale li ha ridotti alla loro funzione minima: fornitori di testi. Ci sono i fornitori di carta, di inchiostro, di servizi redazionali, di immagini, eccetera: e ci sono i fornitori di testi, comunemente chiamati scrittori. D’altra parte, nemmeno i libri contano più nulla: il complesso culturale-industriale fa soldi con l’immaginario, il libro è solo uno dei tanti – e il meno economicamente rilevante –- tra i mezzi di promozione e distribuzione dell’immaginario. È evidente che se ci sono scrittori che sembrano contare qualcosa, se ci sono libri che sembrano contare qualcosa, questo è solo un effetto prodotto dal complesso culturale-industriale: che ha pur bisogno sia di colmare i bisogni di quel piccolo target costituito dai consumatori abituali di libri (distinti in "forti", "deboli" e "occasionali"), sia di tenere vivo quel mito dello scrittore che, permanendo nell’immaginario, ne tiene fuori la realtà degli scrittori.
Tutto male, dunque? No: tutto bene.
Ridotti a non contare più nulla, ridotti a fornitori di testi, ridotti alla condizione proletaria, gli scrittori hanno oggi la possibilità di essere semplicemente, e totalmente, e felicemente, scrittori. Poiché non contano più nulla, nessuno chiederà più loro di essere credibili, di farsi portatori di un nocciolo etico forte, di essere segno di contraddizione, di contrapporre dialetticamente lo splendore dei loro desideri al grigiore della realtà esistente: in sostanza, nessuno chiederà più loro di parlare a nome di altri che di loro stessi, della loro propria vita e del loro proprio stare nel mondo.
Certo: questa è l’euforia dell’apocalissi. Il sentirsi improvvisamente liberi perché tutto sta crollando, i palazzi e le catapecchie come le strutture sociali e gli interessi di mercato. Se ho perso tutto, chi può togliermi qualcosa? Se sono già morto, che paura ho di rischiare la vita? Se nessuno mi legge, perché mai usare prudenza nello scrivere? D’altra parte, questo sembra il tempo delle euforie. Ci sono le euforie dell’immaginario, le euforie del mercato, le euforie del consenso: e l’euforia dell’apocalisse, l’euforia che viene dal sentire che un tempo è finito, e forse ne viene un altro, purché si abbia voglia di attenderlo, non mi sembra, al confronto, spregevole.
Io non sono capace di distinguere la letteratura dalla profezia. Credo che lo scrittore sia, oggi, ciò che una volta si chiamava "profeta". Il profeta non è colui che prevede il futuro, non è colui che pretende di guidare le folle: il profeta è colui che, essendo competente in discorsi, vede il mondo com’è e non si lascia abbagliare e fuorviare dai discorsi; ed è colui che, avendo un dio, non teme il mondo. E che altro è lo scrittore, se non questo? È competente in discorsi – chi non lo è, se non lui – e finalmente oggi, essendo stato proletarizzato e ridotto a essere colui che parla solo a nome di sé stesso, ha scoperto di avere un dio. Lui stesso lo è.
La vita che ci cambia
Luca Doninelli

La domanda se abbia ancora senso, oggi, scrivere romanzi mi dà l’impressione di una domanda vecchia, di una domanda che fa parte ancora di un universo hegeliano, nel quale ogni elemento svolge (o non svolge) una funzione rispetto all’ineluttabile destino che governa la storia. Siamo molto più fatalisti di quanto immaginiamo, mentalmente prigionieri dell’irreversibilità (il più delle volte immaginaria) dei processi. In questo, i giornalisti ci sono maestri.
E’ come quando leggo certi romanzi degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, tutti intrisi di questioni del tipo «quale modello d’uomo si profila all’orizzonte?», oppure «che ne è dell’uomo dell’era post-atomica?», o anche «è ancora possibile un’etica dopo Auschwitz?». Questioni che appaiono capitali nel momento in cui vengono formulate, ma che in seguito si sgonfiano come palloncini a causa della loro astrazione.
L’uomo, dopo Hiroshima e dopo Auschwitz, semplicemente continua a vivere, continua a lavorare, amare, avere figli, e continua ad avere necessità di sapere perché vale la pena vivere e come trasmettere ai propri figli il senso di ciò che per lui è stato importante.
Un romanziere non è un individuo speciale. Non lo era quando si atteggiava a vate, non lo era quando era ridotto a funzionario di qualche linea politica, non lo è adesso. Non c’è niente, nel fatto di raccontare storie, che possa iscrivere il narratore in qualche albo spirituale di profeti, professionisti dello spirito e così via. E, va da sé, la possibilità di dire un sacco di sciocchezze è molto alta, sempre.
C’è, però, un fatto innegabile, e cioè che gli esempi sono molto più efficaci dei discorsi, e che una storia raccontata bene ha la possibilità di commuovere e far pensare molto più di una conferenza, perché ha il privilegio di poter mettere in primo piano le cose importanti in modo più diretto di qualsiasi altra arte.
I concetti astratti sono qualcosa di meraviglioso, ma il loro uso concreto è difficile. Il cinema ci affascina ma le immagini sono anche una specie di percorso obbligato (tant’è vero che il grande regista cerca sempre, in un modo o nell’altro, di oltrepassare il visibile).
Leggere storie è il modo più semplice per ritrovare pezzi magari oscuri della nostra vita: il fatto che qualcun altro li abbia vissuti e ce li comunichi attraverso una vicenda, un’atmosfera, o anche solo attraverso un aggettivo, fa parte del mistero della vita. In queste gallerie, in questi ponti che si stabiliscono tra persone, in questo percorso dall’io all’io sta, credo, una delle ragioni di esistenza dell’arte. Guai perciò a insistere troppo su discorsi del tipo "la narrativa è finita". Sono discorsi da irresponsabili, è un modo di tirare i remi in barca rispetto a una necessità che è di tutti, di chi scrive (o potrebbe scrivere) e di chi legge (o avrebbe bisogno di farlo).
Uno scrittore è senz’altro un educatore, auctor: lo voglia o no. Non perché si atteggia a maestro, ma perché le storie illuminano sempre qualcosa, fosse anche solo un pezzo di buio (a volte, in effetti, è proprio così).
La narrativa può darmi quanto di più "mio" si possa trovare al mondo. È un’arte vecchia di millenni, e in millenni ha probabilmente elaborato anticorpi migliori, seppur non infallibili, contro la tendenza dell’uomo (e dello scrittore) a mentire. Il fatto di dover raccontare bene un fatto ci obbliga a fare i conti con tutti i nostri luoghi comuni. Scrivere, insomma, è un’esperienza, è una vita. Possiamo vivere la più scialba delle esistenze, ma quando scriviamo siamo sempre invitati – non fosse altro che per la fatica fisica che lo scrivere comporta – a piegare il capo davanti all’ultima oggettività della vita.
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