un romanzo di carne e sangue

Per scrivere il romanzo del ventunesimo secolo e per dirla parafrasando un gergo sindacale, direi che sarebbe ora di ripensare (non è certo la prima volta, però…) il rapporto tra scrittore e lettore, quello che i narratologi chiamano il contratto di veridizione, le modalità per cui il destinatario di un’opera accetta le verità di chi l’ha realizzata. Ecco, usando un’espressione sindacale direi che quel contratto è da rinegoziare, da riscrivere, oggi più che mai.

Ma attenzione, e qui viene il bello, finora le sue farraginose riscritture sono avvenute solitamente a livello di addetti ai lavori e studiosi, mentre il frastagliatissimo e movimentatissimo ruscello della produzione continuava a scorrere allegramente per proprio conto e ad aprire nuovi affluenti rimasti sconosciuti per i pescatori di formule narratologiche.

Perdonate la metafora, ma mi serve per spiegare il punto. E cioè che se una rivoluzione nel rapporto tra chi scrive e chi alimenta la domanda di scrittura ci deve essere, deve rimanere – come dicevano Wordsworth e Coleridge nella loro prefazione alle Ballate Liriche (1798) – in compagnia della carne e del sangue di chi vi partecipa.

In soldoni, se io scrittore voglio un nuovo romanzo per il secolo appena entrato devo dire al mio potenziale lettore: eccoti la storia, eccoti la mia intelaiatura di mondo, ora vieni a trovarmi, fattici una passeggiata e dimmi come ti trovi. Posso farlo con tutte le tecniche che l’evoluzione stilistica mi mette a disposizione, ma per farlo bene c’è solo un modo che riassume e supera tutte le tecniche: devo invitare chi legge a condividere un’esperienza, qualcosa che si possa fare realmente dentro al testo. E non si tratta delle solite trite tiritere su lettore modello, lettore empirico, autore ampliato ecc… e chi più ne ha di formule più ne metta. Qui si tratta di compagnia. Una cosa vera.

 

Si tratta di decidere di fare insieme un po’ di strada in un mondo che è illuminato, raccontato descritto in modo nuovo. Sia esso frutto di un’invenzione o di uno sguardo su ciò che è. Io, scrittore devo rivolgermi al lettore dicendo: ecco cosa sto facendo per te, perché il tuo sguardo mi interessa tanto che lo voglio compagno d’avventura. Reale. Ti voglio dentro al mio libro in carne e ossa così come Bastiano è entrato nella Storia Infinita e ha fatto esperienza reale di quel mondo. Salvandolo.
E se, poi, io lettore voglio un nuovo romanzo per il secolo appena entrato allora devo rispondere al mio potenziale scrittore: ci sto, d’accordo. Voglio fare esperienza di quello che mi racconti.

Voglio confrontarlo con la mia vita, voglio vedere la nostra comune realtà, anche attraverso le tue lenti. Perché così si perfeziona il contratto. Io ti garantisco che ciò che mi racconti lo accetto e lo valuto come qualcosa che viene a toccare la mia persona e mi impegno a non essere più lo stesso una volta ultimata la lettura.

Ecco, questa mi pare un’esperienza da fare. Noi, appassionati di scrittura ce lo siamo alla fine meritato. Siamo rimasti indenni dalle molte mareggiate del mercato e dai venticelli stentorei di tanta critica de-costruttiva. Ma ci siamo, come Papillon sul sacco, e mai come oggi la nicchia dei cosiddetti lettori forti è una nicchia che sgomita si muove si contamina e si scambia con altre e altrettanto cosiddette ma vitalissime nicchie. Capace di stuzzicare (niente di più, per carità) anche l’attenzione dei maneggioni del mercato. Cogliamo allora l’occasione di questo periodo così ricco di informazioni trasversali e di voglia di partecipare e di stare dentro a una comunità che dialoga. Partendo anzitutto dalle storie, in compagnia della carne e del sangue. Di chi legge e di chi scrive.

Saverio Simonelli
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