il sorriso oscuro e felice di Liz Taylor

Questa che segue è la parte finale della conclusione della mia tesi di laurea: Neve e Silenzio. Paul Celan verso un’estetica della testimonianza.

paul celanVari sono stati gli approcci per cercare di rendere testimonianza dell’evento disumanizzante che ha lacerato il tempo e l’inviolabilità dell’uomo. Tra questi, quello di Jean-Luc Godard e delle sue Histoire(s) du cinéma è particolarmente significativo.
Godard s’è confrontato con l’esigenza di ripensare interamente, dopo Auschwitz, il nostro rapporto anche con l’immagine; l’ha fatto sottolineando come tutte le immagini, ormai, non ci «parlano» che di questo (ma dire che «ne parlano», non significa dire che «lo dicono»), perciò, instancabilmente, Godard rivisita tutta la nostra cultura visiva alla luce di questa questione.

Tutto, in «un tipo di montaggio che fa turbinare i documenti, le citazioni, gli estratti di film verso una distesa mai coperta: montaggio centrifugo, elogio della velocità», parla di Auschwitz: nella composita architettura fatta di parole che si sovrappongono, di spezzoni, di commenti fuori campo e di musica, emerge un brandello di Storia che è spiazzante e fortemente semantizzato. Ci riferiamo alla scena in cui i volti dei deportati sfumano nel sorriso di Liz Taylor, l’attrice è resa bella per sempre nella spiaggia di Un posto al sole, non c’è nessuno stravolgimento o finzione, Godard ha semplicemente mostrato nel montaggio quello che è veramente accaduto:

lyz taylor in un posto al soleC’è una cosa che mi ha sempre molto toccato in un cineasta che amo così così, George Stevens. In Un posto al sole trovavo un sentimento di profonda felicità che ho ritrovato solo in piccola parte in altri film, anche molto più belli. Un sentimento di felicità laico, semplice, in Elizabeth Taylor, in un certo momento. E quando ho saputo che Stevens aveva filmato i campi e che in quell’occasione la Kodak gli aveva affidato i primi rulli in 16 mm a colori, non ho saputo spiegarmi altrimenti il fatto che abbia potuto fare in seguito quel primo piano di Elizabeth Taylor che irradiava una specie di felicità oscura.

Auschwitz si è conficcata nel Tempo e nella vita che ha ripreso i suoi cicli, fatti anche di sorrisi hollywoodiani e, pure che una buona metà di quella pellicola era “rigata a morte”, ciò non ha impedito a Stevens di usarla per eternizzare quel sorriso oscuramente felice. Lo stesso faceva Celan quando, scrivendo i versi di CORONA, celebrava il tempo che riprendeva, malgrado tutto, a scorrere.

La vita continua e deve fare continuamente memoria, proprio come la pellicola usata da Stevens porta in sé l’irrefutabile traccia di quello che è stato.
Paul Celan aveva sintetizzato tutto questo nella coappartenenza necessaria di papavero e memoria, tra i due estremi trova spazio anche una vitale eredità di speranza:

Ho tagliato bambù:
per te, figlio mio.
Ho vissuto.

Codesta, che domani sarà
altrove, capanna, ora
regge.

Non diedi mano a costruirla: tu
non sai in quali
vasi io misi, anni addietro,
la sabbia che mi stava intorno,
per ordine e decreto. La tua
nasce libera — libera
rimane.

La canna, che prende piede qui, domani
s’innalza pur sempre, ovunque
l’anima ti possa spingere fuori
d’ogni vincolo.

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